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E’ MORTO FELICE GIMONDI, IL GRANDE CAMPIONE DEL CICLISMO NAZIONALE E MONDIALE

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di felice magnani

Il grande Felice Gimondi se n’è andato per sempre, lasciando un vuoto profondo nel mondo del ciclismo e in quello dello sport nazionale e internazionale. Se n’è andato lontano dalla sua Bergamo, mentre era in vacanza nella bellissima Sicilia, nel mare di Giardini Naxos per godersi una meritata vacanza con la famiglia. Se n’è andato lasciando un oceano di ricordi nel cuore degli sportivi, ricordi che si legano a un personaggio che ha saputo unire senza clamori. Felice aveva il carattere di un italiano che sapeva sorridere, ma che non si è mai sottratto ai dogmi di una professione in cui ancor più che le gambe, contano la serietà, l’impegno, l’abnegazione, l’essere uomo a trecentosessanta gradi, prima di tutto nella vita. Con Felice Gimondi abbiamo imparato ad amare il ciclismo, ci siamo affidati alle sue imprese per rafforzare il senso di una italianità che passava anche attraverso le maglie del giogo sportivo, lo abbiamo fatto con civile passione, pensando quasi quotidianamente a quel giovane che aveva saputo dimostrare al mondo quanto fosse importante avere un carattere determinato e deciso, capace di competere con lealtà e fermezza in un mondo bello, ma difficile, popolato di campioni decisi a voler dimostrare le proprie doti e  i propri valori in uno sport che appassiona da sempre. Per molti anni, dal 1965 al 1979 ci siamo affidati alle sue vittorie, vittorie vissute, volute, preparate con estrema pignoleria, frutto di grande professionalità e di talento naturale. Le sue vittorie sono diventate leggendarie, al punto che nessuno pensava che qualcuno potesse mettere in discussione lo strapotere di quel giovanotto bergamasco di Sedrina, che aveva sorpreso tutti con la vittoria al Tour de France del 1965, in una lotta serrata con il grande Poulidor, dimostrando d’incanto tutta la bellezza del ciclismo nella sua giovanile freschezza. E’ stato un grande atleta e soprattutto un italiano vero, figlio di una terra generosa e severa, allenata a conquistare le proprie vittorie con il sudore e la fatica, senza compromessi, senza sotterfugi, dotata di quel pizzico di follia artistica che ne ha definito l’eleganza architettonica e la bellezza. Terra di gente abituata a lavorare sodo, senza smancerie di sorta, con la schiena dritta, con la voglia di creare, di fare, di collaborare, di dimostrare quanto si possa cambiare in meglio quando si lascia il via libera alla volontà, all’impegno quotidiano, alla certezza che tutto si può trasformare per rendere più viva e più bella l’esistenza degli esseri umani. In questa terra, precisamente a Sedrina, a quindici chilometri da Bergamo, il 29 settembre del 1942, nasceva Felice Gimondi, il campione di ciclismo che avrebbe rassodato l’umore passionale degli italiani, avvezzi da sempre ad amare e a incoraggiare chi crede nelle virtù di un paese che sa apprezzare, riconoscere, condividere, stimolare chi mostra un carattere forte, convincente, determinato. Gimondi ha dimostrato tutto quello che c’era da dimostrare e lo ha fatto raccolto nei suoi operosi silenzi e nella sua eleganza verbale, frutto di sguardi, gesti e parole pensati, distribuiti con la ferma convinzione di chi conosceva bene il valore della lealtà, della serietà e del rispetto. Nella sua carriera ha vinto tutto, tre Giri d’Italia, il Tour de France, la Vuelta a Espana, le grandi classiche come la Parigi – Roubaix, la Parigi Bruxelles, il Giro di Lombardia, la Milano Sanremo e via via tante altre raccolte in un formidabile palmarès. Avrebbe potuto vincere molto di più se non si fosse trovato di fronte quell’Eddy Merkx, designato dal destino a dominare per molti anni la scena ciclistica internazionale. Con il “cannibale” la vita è stata durissima, ma ci ha regalato anche l’altra faccia della medaglia di un campione che ha saputo accettare la superiorità, affrontandola sempre con indomito coraggio e abnegazione, riconoscendola senza mai subirla passivamente. Eddy un competitor, ma anche un amico che sapeva stimolare il pensiero, la riflessione, la voglia di non mollare, di dimostrare che si può anche perdere con la certezza di aver fatto fino in fondo il proprio dovere. Felice è stato grande come atleta, ma anche fine suggeritore, promotore, consigliere; il mondo del ciclismo l’ ha infatti avuto tra le sua fila con diverse mansioni. Con la Bianchi una storia bellissima, fatta di grande stima e di grande collaborazione, che continua nella Gran Fondo Gimondi. Poco tempo fa, intervistando Silvano Contini, indimenticabile campione della Bianchi, ho sollecitato un ricordo di Felice, ecco la sua risposta: “E’ stata una grande fortuna essere andato alla Bianchi. In quell’anno ero nella squadra dilettanti con quel Claudio Corti, che ha vinto il Campionato del Mondo dilettanti, la Bianchi è poi venuta al Piccolo Giro di Lombardia per acquistare Corti, solo che lui aveva già firmato per un’altra squadra. Ricordo che Giancarlo Ferretti, che era il direttore sportivo e che mi aveva visto all’opera sul Ghisallo, era andato da Felice Gimondi e gli aveva raccontato di un ragazzino, lui mi chiamava così, perché avevo diciannove anni, dicendogli che gli ero piaciuto per come avevo affrontato la salita, Gimondi gli rispose: “Se ti è piaciuto, prendilo e così mi sono trovato alla Bianchi”. Trovarmi a tu per tu con Felice Gimondi, seduto a tavola vicino a lui, è stata una grande emozione. Felice è stato un mito. Da ragazzino giravo con la bicicletta nel cortile di casa, urlando: “ Gimondi, Gimondi!”. Trovarmelo accanto, è stato straordinario, quasi non ci credevo. Gli davo del lei, buongiorno, buonasera, perché questa era l’educazione che avevo appreso dai  miei genitori e che girava in quel ciclismo. Lui, in seguito, mi avrebbe dato la possibilità di dargli del tu, ma dopo che mi aveva visto correre per circa tre mesi. Un giorno mi ha preso da parte e mi ha detto: “Da oggi puoi darmi del tu”. Ero felice. Davvero una bella lezione che manca al giorno d’oggi, credo infatti che dare del lei, almeno inizialmente, sia una sacrosanta forma di rispetto, un rispetto che diventa fondamentale nella vita di relazione. Credo che si possa avere un rapporto bellissimo anche senza dover precorrere i tempi, non solo nello sport, ma anche nella storia di tutti i giorni. Oggi va di moda il ciao, le persone non ti conoscono, non ti hanno mai frequentato, non sanno chi sei e ti danno del tu come se ti avessero conosciuto da sempre. Il rispetto parte anche da qui. Alla fine siamo diventati amici e l’amicizia si è estesa alle nostre famiglie, alla nostra vita privata, è stato anche un modo per capire meglio quel mondo del ciclismo nel quale lavoravamo con grande impegno. Di Gimondi mi colpivano la determinazione, il suo voler essere sempre davanti, il non mollare mai, il suo carattere forte. E’ stato un esempio per tutti”. Con Felice Gimondi se ne va un campionissimo di forza, di umanità, di serietà e di saggezza, un atleta e un uomo che ha saputo farsi amare, custodendo con semplicità  un carattere serio e determinato, senza mai cadere nelle trappole della maldicenza e della prevaricazione, esempio di grande onestà intellettuale.

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