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INTERVISTA A SERGIO GIANOLI, UNA VITA PER IL CICLISMO VARESINO

GIANOLI

di felice magnani

Sergio, quando e come nasce la tua passione per la bici da corsa?

Agl’inizi degli anni settanta mio padre andava in bicicletta e gareggiava nella categoria veterani, per il Velo Club Euratom. Naturalmente esercitava su di me un certo fascino. La sua passione mi contagiava, mi contagiava al punto che un giorno ho fatto a papà una richiesta ben precisa, quella di poter avere anch’io una bici da corsa con cui provare l’ebbrezza di pedalare sulle strade di casa. La mia prima bici da corsa è stata acquistata presso il negozio Cervini di Varese, una Doniselli di color giallo ocra, con cui ho iniziato le prime competizioni con i miei coetanei. Non ho mai affrontato il mondo agonistico, ho preferito divertirmi come fanno tutti i ragazzi. A quel tempo avevo anche altri interessi sportivi, in particolare per il basket, che giocavo con grandissima passione e anche con buoni risultati. Alternavo l’attività ciclistica amatoriale con la pallacanestro, prima al Centro di Avviamento della Pallacanestro Ignis, poi alla Pallacanestro Gavirate e infine alla Pallacanestro Splugen, di Induno Olona, giocando fino alla categoria juniores, con qualche piccola apparizione nella serie C. Dai diciotto anni ho iniziato a dedicarmi esclusivamente alla bici, sempre a livello amatoriale.

Come arrivi ad occuparti di ciclismo?

Il mio rapporto con la bici da corsa è durato fino al 1984. Mi sono divertito moltissimo, ho cercato di godermela il più possibile alla mia maniera. Nell’ottantaquattro mi sono sposato e per un certo periodo di tempo sono rimasto fermo. Mio padre, nel frattempo, organizzava diverse manifestazioni ciclistiche e io lo supportavo, rimanendo nelle retrovie; poi, alla fine degli anni ottanta, sono uscito dall’anonimato e ho organizzato una manifestazione a Gavirate, in viale Verbano, dove avevano aperto una nuova Concessionaria della Renault. In quell’occasione, a seguire l’evento per il giornale Luce di Varese, venne un mio ex compagno di scuola, Loris Velati di Rancio Valcuvia, che collaborava anche con La Prealpina. Tra una chiacchiera e l’altra mi disse se avessi avuto l’intenzione di collaborare a livello giornalistico. La cosa mi sorprese non poco, perché non avevo mai preso in considerazione l’ipotesi di scrivere per un giornale. Ho pensato alla sua proposta e, dopo un paio di mesi, eccomi a collaborare con Luce, un giornale molto conosciuto in ambito locale.

Com’è stato l’inizio?

Bello, interessante, l’idea di poter scrivere di ciclismo mi metteva addosso una bella dose di adrenalina. Vengo da una famiglia dove lo sport, in particolare il ciclismo, veniva vissuto con una grande passione, quella che si trasforma in pane quotidiano: dialogo, confronto, stimolo ad approfondire, a cercare risposte, a riempire curiosità. Credo che la passione dei miei genitori abbia avuto un ruolo fondamentale nella mia vocazione, anche se ho capito strada facendo che quell’ispirazione l’avevo dentro da sempre, era una presenza costante, di cui non potevo fare a meno. La mia famiglia è stata importante proprio in questo, nell’avermi passato una forte dose di entusiasmo, accompagnandomi sulla strada di una comprensione più attenta, più vera e ragionata della realtà. Mio padre si alzava prestissimo, andava a fare i suoi centocinquanta chilometri in bici, poi tornava e mi svegliava. Ricordo come fosse ora quei momenti, si trattava di passaggi che accoglievo con stupore, che mi facevano pensare, che piano piano ho rielaborato, sono quelli che mi hanno formato. Con papà avrei poi condiviso alcuni giri, quello delle Cento Valli, della Val Vigezzo, del Lago Maggiore, senza mai intestardirmi, perché dovevo curare lo studio e poi avrei sempre potuto dedicarmi al ciclismo amatoriale, quello che non era totalizzante. Papà è stato grande, perché non mi ha mai spinto, non si è mai intromesso, neppure quando ho iniziato a collaborare con lui nella parte organizzativa, è stato un padre rispettoso della mia volontà. Mi ha insegnato che la famiglia ha il dovere di aiutare i figli, di andare loro incontro, ma nel pieno rispetto della loro personalità. Oggi assistiamo a interferenze e sovrapposizioni che fanno male ai figli e al sistema sociale in cui sono inseriti.

Sergio, cosa ti ha spinto a diventare un attento organizzatore?

Quando mi trovo di fronte a una possibilità la valuto nell’immediatezza, vado subito a monte, cerco una risposta, mi muovo alla ricerca degli eventuali collegamenti e, come si sa, da cosa nasce cosa. Ricordo un episodio che si collega a mio padre e che mi ha aiutato tantissimo a meditare sulle scelte che avrei fatto in seguito. Era il 1971, avevo tredici anni, c’era un Campionato Italiano per Cicloamatori che si svolgeva proprio qui in provincia di Varese, con arrivo alla Schiranna. Appena i corridori sono passati da Gavirate, con la mia biciclettina mi sono messo dietro al gruppo. Avrò preso una decina di minuti di distacco. L’arrivo era posto alla Schiranna, al termine di una discesa. Mio padre è rimasto coinvolto in una brutta caduta: frattura della clavicola, venticinque punti in testa, una scena che ho ancora negli occhi. E’ stato un momento difficile, però l’abbiamo preso con filosofia e siamo andati avanti. L’episodio mi ha fatto riflettere; in quel momento ho capito infatti che l’organizzazione di una corsa richiede doti particolari, tutto deve essere affrontato con il massimo della perfezione, senza nulla lasciare alla occasionalità. Mi sono sentito emotivamente coinvolto, tanto che ho iniziato a essere sempre più presente in qualità di organizzatore di manifestazioni, oltreché come giornalista.

Unire la pratica alla grammatica genera una visione più vera e più ampia della realtà, in fondo è quello che hai fatto tu e che continui a fare, o mi sbaglio?

Quando devo raccontare le gare, questo tipo di sistema funziona, ma se devo organizzare servono soprattutto gli sponsor, il discorso diventa quindi molto concreto. La gestione organizzativa di un evento non è mai facile, richiede di saper scindere le abilità, di saper valutare da diversi punti di vista, occorre fare i conti con l’esistente, con quello che passa il convento, saper anche coinvolgere, motivare, appassionare, gratificare. In questi casi entra in gioco una certa abilità manageriale, devi saper fare con buona pace di tutti. Non ho mai avuto grossi problemi, per cui presumo di aver fatto e di continuare a fare bene il mio dovere. Ho iniziato a collaborare con il giornale Luce nel 1989, il primo articolo l’ho scritto in occasione della presentazione della Tre Valli Varesine, a Villa Recalcati. Allora, come presidente della Binda c’era Leva; io ero un po’ spiazzato, perché non conoscevo quel tipo di ciclismo, dall’interno. Dopo la morte di Natale Cogliati, grande figura di giornalista professionista che gestiva in toto il ciclismo, ci siamo sentiti un po’ tutti quanti orfani e anche disorientati, abbiamo così dato il via a collaborazioni esterne, siamo andati a rappresentare La Prealpina direttamente sul campo. La collaborazione esterna, così come un certo tipo di organizzazione estemporanea, mi hanno permesso di vivere in modo libero le mie responsabilità umane e sportive. uesta

Questo è stato molto importante per continuare a mantenere viva la mia primaria identità professionale e quella familiare. Ho visto persone invecchiare sul marciapiede e tante meteore, soprattutto a livello giornalistico, perché il ciclismo va vissuto, devi essere presente alle manifestazioni, non puoi pretendere di andare a vedere tutte le domeniche la Milano Sanremo, devi andare anche alla manifestazione dei bambini di Cadegliano Viconago. A me capita di andare il sabato alla Milano Sanremo e la domenica a vedere i bambini a Malgesso, oppure al Tour de France e il giorno dopo essere a Gavirate alla gincana. Sono pochi quelli che fanno questo, bisogna avere le spalle larghe per andare avanti. Io ho la fortuna di avere la mia attività, la mia famiglia e, subito dopo, invece di andare in bicicletta vado a vedere le corse e scrivo degli altri.

Com’è stato l’inizio della tua attività giornalistica a La Prealpina?

L’opportunità di collaborare con La Prealpina nasce quasi per caso a Carnago, in occasione del Gran Premio Carnaghese per dilettanti. Il giornalista professionista del giornale era presente e mi chiese se fossi intenzionato a iniziare una collaborazione. Inizialmente scrivevo uno, due pezzi la settimana. Seguivo i cicloamatori, un settore che ai tempi conoscevo molto bene, perché in parallelo al giornalismo avevo ruoli dirigenziali proprio in quei settori. Al giornale qualcuno ha lasciato per raggiunti limiti di età e così sono entrato e sono rimasto. Ho iniziato ufficialmente nel novantuno e ci sono tuttora. Sono stato per quattro anni consigliere provinciale per la Federazione, perché mi interessava questo tipo di esperienza, quindi ho abbandonato temporaneamente il giornale e ho iniziato a scrivere solo per La Prealpina del Lunedì. E’ stata una separazione temporanea e consensuale.

Sergio, come le famiglie e i giovani vedono il ciclismo?

Siamo in un momento di crisi e le cause di questa crisi vanno ricercate soprattutto nella pericolosità delle strade. Il genitore che già per sua natura non nutre una grande passione per lo sport del ciclismo, a maggior ragione non incentiva il figlio a praticarlo, risulta infatti molto più sicuro portarlo in palestra. Chi pratica il ciclismo difficilmente frequenta le ciclopedonali, è troppo rischioso. Esistono dei minicircuiti dove vanno i ragazzini dai sette ai dodici anni; le gare si svolgono in circuito chiuso, per cui non ci sono i problemi legati al traffico. Di solito, quando i ragazzini passano nella categoria esordienti, iniziano il ciclismo quello vero, cominciano anche i problemi veri e propri, legati agli allenamenti. Le gare sono in media di trenta, quaranta chilometri, bisogna allenarsi in modo sistematico, il tempo deve essere programmato, bisogna fare in modo di non portare via tempo allo studio e soprattutto bisogna affrontare i pericoli della strada. C’è poi anche un altro problema che non sottovaluterei e che è di natura prettamente economica, quello relativo ai costi, perché il ciclismo sta diventando uno sport d’élite. Sappiamo cosa costano le biciclette e tutto quello che segue. Sta diventando uno sport vecchio, fatto di gente matura, che può permettersi di spendere migliaia di euro per una bicicletta, centinaia di euro per le scarpe, per l’abbigliamento, il casco, l’artigianato di una volta si è industrializzato e il consumismo la fa da padrone. Quando cominciano a prendere piede le mode, diventa una corsa a chi compra le cose più belle, più attrezzate, più costose e l’impegno si fa serio, non tutti possono fare il passo più lungo della gamba. Il mercato dei cicloamatori, per le case costruttrici, è oro nel vero senso della parola.

Ci sono paesi europei che guardano con molto interesse a una società in bicicletta, tu cosa ne pensi?

I paesi nordici hanno una cultura molto diversa dalla nostra. Mi capita spesso di andare all’estero per seguire delle manifestazioni, conosco bene quel tipo di cultura, la caparbietà con cui le persone mettono in pratica le regole della vita civile. Organizzano le randonnée, si iscrivono la mattina, prendono la loro cartina, seguono il percorso, fanno i loro cento, centocinquanta chilometri, si fermano nei punti ristoro, tornano felici e riposati perché hanno goduto la bellezza dei loro paesaggi e si sentono appagati. In Italia facciamo le gran fondo con la classica mentalità degli agonisti, ci preoccupiamo di partire davanti a tutti, di arrivare primi, poco ci importa delle cose belle che incontriamo durante il percorso, siamo troppo preoccupati di voler dimostrare quanto valiamo. Negli anni novanta ho organizzato un paio di gran fondo, tra cui la gran fondo Saronni, ma ho capito subito che non era la via da seguire. Da noi manca la voglia di concedersi una passeggiata terapeutica, di uscire dalle ansie e dalle frustrazioni della vita quotidiana e di ritemprarsi pedalando adagio in mezzo al verde per godersi la natura.

Sergio, è in aumento l’esercito delle pedalatrici…

Premetto che non ci sono donne che fanno agonismo. In provincia di Varese le ragazze, dai tredici ai diciotto anni, che corrono in bicicletta, sono dodici. Il movimento femminile è in aumento a livello amatoriale, ma sul piano agonistico è in forte regressione.

Il ciclismo ha una grande anima popolare, la gente lo ama da sempre, lo vive con entusiasmo, lo pratica, assiste alle sue perfomance. Qual è il segreto della popolarità di questo sport?

Questo discorso vale per il ciclismo professionistico, purtroppo non vale più per il ciclismo giovanile. Una volta c’erano Unioni Sportive e Società Ciclistiche, c’erano appassionati che tutte le domeniche si spostavano per seguire le gare della provincia. Il ciclismo giovanile aveva un suo pubblico, ma adesso il pubblico non c’è più. Ci sono a malapena i parenti e qualche genitore che si sente un po’ costretto. Mi ricordo quando correvano Oldani, Baronchelli e altri, c’era molta gente a vederli, perché sentiva la bellezza delle gare, era coinvolta, amava i suoi beniamini, adesso le manifestazioni sono riservate agli addetti ai lavori, un po’ come le partite di calcio giovanile dove ci sono solo i parenti. Il discorso relativo al popolare va bene se applicato al mondo professionistico, qui da noi l’unica manifestazione che ha un grande pubblico è la Tre Valli Varesine. Per quanto concerne il ciclismo femminile a Cittiglio, nella corsa mondiale di primavera, è vero che c’è il meglio del mondo, ma mancano le campionesse di casa, non ci sono in questo momento quelle figure che sono in grado di tenere alti i colori del nostro paese, di creare quindi una forte inclusione sportiva. Le straniere vincono, ma il giorno dopo nessuno o quasi le ricorda. Purtroppo si è perso moltissimo l’uso della bicicletta. Sta prendendo piede invece qui a Varese la mountain bike giovanile, grazie a Claudio Contini e alla Valceresio Bike che, sulla montagna di Cuasso, ha fatto un circuito dove i ragazzi possono andare in sicurezza e i genitori si sentono più tranquilli che non saperli sulle strade provinciali o statali in mezzo al traffico. Un’altra realtà che sta acquisendo diversi proseliti è la BMX, abbiamo una pista a Besnate e anche qui i ragazzi si divertono. Si tratta di uno sforzo diverso da quello della bicicletta tradizionale, ma suscita molto interesse, lo dimostra il fatto che ci sono tanti tesserati. Non essendoci molti tesserati nel settore del ciclismo tradizionale è chiaro che riesce difficile avere poi il corridore di richiamo. Alla fine degli anni novanta siamo arrivati ad avere dodici professionisti varesini, con personaggi che hanno fatto la storia del nostro ciclismo nazionale.

Per stimolare i giovani sei sempre in pista…

Nel 1999 ho deciso di fare l’Almanacco del ciclismo. Ho pensato a una serata di presentazione per cercare di far convenire sotto lo stesso tetto ragazzini di tredici anni della categoria agonistica, ciclo amatoriale, mountain bike e corridori professionisti. Ricordo che l’incontro l’abbiamo fatta all’Auditorium di Gavirate, dove ci sono più di quattrocento posti a sedere e ti posso assicurare che c’era gente in piedi. Questo non vuol dire che ho venduto molti libri, però la gente c’era, era presente e c’erano tutti i professionisti della provincia. In quella circostanza abbiamo parlato della sagra della Madonnina del Brinzio, poi siamo passati a parlare della cappelletta, poi del monumento che si trova a fianco della cappelletta, su cui vengono iscritti i nomi e i cognomi dei ciclisti defunti. Insieme ai professionisti presenti è scattata l’idea di rifare il monumento per allargare lo spazio. Si sono autotassati e hanno contribuito in modo determinante. All’inaugurazione ci siamo chiesti che cosa avremmo potuto fare, così abbiamo convenuto che sarebbe stato bello fare una pedalata e l’abbiamo chiamata: PEDALA CON I CAMPIONI. Quell’anno pioveva moltissimo, non abbiamo potuto farla, però ci siamo trovati lì in duecento, siamo andati al monumento e l’abbiamo inaugurato. I primi anni avevamo circa quattrocento iscritti, poi siamo arrivati all’edizione del decennale, dove con dieci euro davamo una maglia e in quell’occasione abbiamo avuto duemila e duecento iscritti, un bel record. Quest’anno abbiamo alzato per la prima volta la quota associativa a 15 euro, perché la situazione economica è quella che è, per dare qualcosa di non banale agl’iscritti acquistiamo tutto quello che c’è nel pacco, quindi se non alziamo la quota associativa non riusciamo a dare un contributo dignitoso alle associazioni onlus che lavorano sul territorio. La PEDALA CON I CAMPIONI è davvero un fiore all’occhiello, è una manifestazione fortemente voluta dai campioni varesini.

Lavori moltissimo per il mondo dei disabili, insieme a Roberto Bof e a Stefano Zanini. Cosa ti spinge a essere cosi attento e così presente dentro questa realtà?

Nel 2009 abbiamo fondato la Sestero Onlus. E’ nata perché organizzavamo delle manifestazioni a scopo benefico senza un’associazione di riferimento. Avere una Onlus è fondamentale, significa poter presentare progetti validi e avere dei contributi per realizzarli. Con Roberto Bof e Stefano Zanini portiamo avanti con amore e dedizione questa iniziativa. Il lavoro grosso lo fa Roberto; come io mi occupo di ciclismo per trecentosessanta giorni all’anno, così Roberto si occupa per trecentosessanta giorni all’anno di atleti con disabilità. Il prossimo anno festeggiamo il decennale, sarà una data importante. Ogni volta che riesci a fare qualcosa di bello e di utile per gli altri e per gl’ ideali in cui credi ti si riempie il cuore, noi siamo fatti così. Siamo sempre in movimento. Giovedì, ad esempio, sono a tenere una conferenza all’Universita’ per Anziani di Gorla Maggiore, sabato sera sono impegnato nella manifestazione di Miss Ciclismo; dove c’è il ciclismo mi piace esserci, sempre. Non appartengo alla schiera di chi è presente alla Tre Valli e non va all’incontro con il gruppo Sportivo Berti. Nella mia visione del ciclismo c’è tutto quello che parla il linguaggio pulito dello sport, della sua inclusione solidale, della sua capacità di restituire entusiasmo, passione e voglia di vivere e soprattutto l’idea che il ciclismo inizi con la passione dei più piccoli.

Sergio, ognuno ha il proprio ciclismo?

Il ciclismo raduna tutti, ma ognuno vive il proprio ciclismo: c’è chi pedala per divertimento, chi ha la società ciclo amatoriale, chi lo pratica come amatore, chi a livello agonistico, chi ha il figlio che corre, chi pratica la mountain bike, è molto difficile unire e pianificare le motivazioni e le esigenze, capita spesso, infatti, che nello stesso giorno e alla stessa ora, in due paesi limitrofi, ci siano competizioni radicalmente diverse tra loro, ma altrettanto interessanti. Riunire tutti sotto la stessa bandiera ci è successo solo con LA PEDALA CON I CAMPIONI, vuoi perché cade in una data particolare, in un momento di tranquillità sotto le feste di Natale, vuoi perché non ci sono altri eventi, per cui tutti quanti convergono in questa iniziativa, senza problemi.

Parliamo un po’ della Binda…

L’ho seguita un po’ di anni per il giornale, ma poi quando gli eventi diventano molto importanti scendono in campo i professionisti ed è giusto che sia così. Nel 2004 c’è stata una variazione al Consiglio Direttivo, tengo a precisare che la Binda è una delle poche società in cui si va a votare per eleggere i consiglieri e il presidente, mentre in tutte le altre vengono elette le persone che hanno voglia di andare avanti, continuando una tradizione. Oldani, che faceva parte del Consiglio Direttivo, ma non era ancora presidente, è stato convinto a candidarsi per la presidenza e, in quell’occasione, mi ha chiesto se potevo dare una mano. In questo caso ho avuto la fortuna di non essere un giornalista professionista e quindi di avere il tempo e la passione per entrare a far parte del Consiglio Direttivo, eravamo in piena bagarre anche a causa degl’imminenti Campionati del Mondo. Sono rimasto alla Binda per dodici anni. Sono uscito due anni fa perché se non hai la possibilità di essere presente alle riunioni è inutile rimanere. Sono comunque molto felice di aver collaborato. Nei dodici anni in cui sono rimasto ho cercato di portare all’interno della società una sensibilità particolare nei confronti del ciclismo dei piccoli, quello che di solito la Binda non seguiva. Ho sempre creduto e continuo a credere che il ciclismo vada seguito in tutte le sue fasi e settori e che occorra accompagnarlo soprattutto quando si affaccia e ha bisogno di sostegno e di motivazioni, di cominciare a capire che cosa sia lo sport e quali finalità si propone.

Chi sono oggi i professionisti da prendere come punto di riferimento?

Tanti anni fa si correva da febbraio a ottobre. Se tifavi Felice Gimondi lo vedevi correre sempre, se oggi tifi Vincenzo Nibali lo vedi correre cinque volte all’anno. Non c’è quello scontro che ti aspetteresti in tutte le gare, ci sono quelli che corrono la prima parte dell’anno, dominata dalle classiche del nord, quelli che corrono la seconda, quelli che fanno il Giro, quelli del Tour e quelli della Vuelta, quelli delle gare di fine stagione. Nella stessa squadra professionistica c’è gente che si vede all’inizio e poi non si vede più per circa sei mesi, anche per questo diventa difficile avere dei punti di riferimento stabili. Il professionista italiano che incarna di più il ciclismo è senza dubbio Vincenzo Nibali; oggi si sta profilando Gianni Moscon, anche se è ancora molto giovane. Il ciclismo ha bisogno di trovare delle figure caratterialmente valide, capaci di attrarre il pubblico non solo per la classe in bicicletta, ma anche per la capacità di sapersi relazionare positivamente con tutti, che non si accontentano solo della vittoria. E’ finita l’epoca del ciclismo dei capitani, alla fine dell’anno quelli che una volta vincevano erano dieci, oggi sono cento. Se uno si ferma ad aspettare il suo capitano, prende anche delle parole dal pubblico. Oggi viviamo l’epoca degl’interessi commerciali che condizionano la vita del ciclismo e quella dei corridori.

Sergio, come fai a seguire tutto?

Il segreto sta nel saper coinvolgere la gente e darle soddisfazione. Chi si impegna ha bisogno infatti di sentirsi apprezzato e stimato. Io cerco sempre di essere collaborativo anche quando non appaio, cerco di semplificare le cose a chi ha poi il dovere di metterle in pratica. Il risultato è buono quando si collabora, si lavora insieme suddividendo i compiti, nella chiarezza e nella correttezza.