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QUANDO LA PORTA DELLA CHIESA RESTA CHIUSA

san vittore

di felice magnani

Quando la porta della chiesa resta chiusa rimani un attimo a pensare come mai, ti domandi perché quel luogo così umanamente fresco e carico d’intensità sia sotto chiave. La prima impressione che provi è di vacanza, forse anche la chiesa ha il diritto di andare in ferie, di riposare, di ritrovarsi altrove, dove l’aria è più leggera e la possibilità d’incontrare la bellezza della preghiera davanti all’altare assume un’immagine meno scontata, meno domestica, più nuova e così pronta a rinnovare, a stimolare e a rimettere in moto quel sentimento che spesso si perde nel caldo afoso dei luoghi in cui si vive abitualmente. Quando la porta è chiusa pensi ai ladri, ai guastatori incalliti, a chi si occupa di oggetti d’arte, antichi, a chi occupa abusivamente uno spazio non sapendo dove andare, a chi tenta di scassinare il contenitore delle monete, insomma tutto diventa possibile per chi non conosce il significato profondo di un luogo di culto, la sua sacralità, il suo diritto al rispetto, il suo essere testimonianza di una storia che ha origini lontanissime, che ha aiutato e aiuta da sempre l’umanità a rendere meno pesante il proprio destino. I più indignati sono i vecchi, abituati da sempre a entrare anche solo per un segno di croce, per sedersi su una panca a pregare per un figlio lontano, per un parente malato, per chi si ricorda di loro solo quando muoiono, lasciando al suono triste delle campane un richiamo dolente, pesante, pieno di angoscia e di straziante distacco. La porta chiusa di una chiesa è un sintomo, l’idea che anche quella parte della cultura umana e religiosa si sia provvisoriamente allontanata in attesa di ritornare, mentre le statue dei santi e l’altare con il suo tabernacolo rispolverano tempi lontani, quando il cristianesimo si rifugiava nell’ombra per sopravvivere, per pregare, per affermare la propria fede in Cristo Gesù. Qualcuno si chiede se siano veramente necessari quella porta e quei muri, tutti quei santi e quelle immagini posate con cura  nei vari angoli della chiesa, se quel tabernacolo abbia la forza di far piegare le ginocchia, riesca ancora a far congiungere le mani in segno di appassionato ringraziamento e di accorata protezione. I ragazzi giocano, sudano, urlano la loro giovinezza, ma la chiesa è chiusa, nessuno può entrare, neppure a recitare un Padre Nostro o un’Ave Maria. Chi insegnerà ai giovani a pregare? Chi solleciterà il loro pensiero, il loro sottile desiderio d’amore, se quel volto conosciuto rimane assente e non è più lì pronto a dare una mano, a far capire che esiste anche un mondo diverso, dove la speranza è qualcosa di più di una semplice telefonata o di una schermata di smartphone o di un viaggio rapido in Internet. Qualcosa nell’entusiasmo si è fermato. Il mondo si rabbuia, le porte si chiudono e l’uomo cerca disperatamente un’ombra a cui affidare la propria stanchezza, il proprio desiderio di riattivare quel dialogo che diventa più intimo e raccolto nella casa che lo racchiude. Mentre i problemi rimbalzano da una parte e dall’altra e la chiesa è costretta a difendersi, l’uomo guarda con la riverenza di sempre verso quella porta, aspettando che l’entusiasmo torni a scuotere l’animo tiepido del custode.