Menu
A+ A A-

IL DESERTO: UNA NECESSITA’ O UNA TENTAZIONE?

deserto

di Felice Magnani

La tentazione del deserto è forte, è forte soprattutto quando il mondo che ti ruota attorno diventa cieco, sordo e muto, non dà segni di vita e si sveglia soltanto quando il fuoco brucia al punto di distruggere tutto, anche quel poco di buono che è rimasto. Scegliere il deserto può essere una via, ma solo per un momento, uno spazio sufficiente per capire la bellezza del silenzio, l’importanza del ricordo, la forza comunicativa della preghiera, la necessità di fare il punto, di rimettere in moto parti che sono cadute nel solaio della memoria, tra polvere e ragnatele di varia dimensione. Scegliere il deserto significa tornare a vivere con uno stile nuovo, diverso, più vero, meno inquinato da varie forme di concorrenza e sovrastrutture, uno stile che sia confacente, genuino, capace di guardare in faccia la realtà con il desiderio di aiutarla, motivarla, renderla più viva e più vera di quanto non sia. Di deserto c’è bisogno, ma i bisogni vanno ordinati, organizzati e soprattutto devono avere un senso, un fine, uno scopo. Il deserto non deve essere una fuga dalla realtà, ma temporanea ricerca di verità. Fuggire non è mai appagante, diventerebbe un’ ulteriore forma di dissociazione, condizione che alimenta nuove forme di decadenza, di rifiuto, di inadempienza. Dunque il deserto una necessità? Certamente. Nella vita c’è sempre bisogno di solitudine, ma di solitudine attiva, quella in cui il silenzio anima, aiuta, raccoglie, ritempra, riporta all’origine e soprattutto fa pensare, concorre a disciplinare il sistema dell’analisi e quello della sintesi. Riattivarsi significa ristabilire un equilibrio con se stessi e per farlo ci vuole il terreno adatto, fertile, capace di rigenerare e di sollecitare senza l’assillo immediato di un tempo. La tentazione nasce quando si vuole uscire dal mondo e abbandonare il campo, riconoscere la propria inadeguatezza, è questo forse il caso della dissociazione asociale, quella che non aiuta, anzi confonde ancora di più, crea l’incomprensione ed erige muri. I muri non sono mai facilmente abbattibili, quando ci sono bisogna lavorarci parecchio per aprire varchi, per tracciare di nuovo vie percorribili, capace di ridare fiducia, di rimettere in ordine le fila. Andare nel deserto può essere utile se stimola l’autocritica, la voglia di vedere bene dentro. Nel deserto diventa più confacente ritrovare una via, ma non è facile, perché in molti casi l’assenza genera stati confusionali e bisogna essere attrezzati per ricostruire un’idea o una convergenza. Le tentazioni esistono anche nel deserto, hanno sfaccettature diverse, a volte mentali, sociali, politiche o culturali, bisogna stare all’erta, perché rischiano di far apparire il mondo per quello che non è, rischiano di allontanare dalla realtà, di creare mondo contrapposti, convinzioni che non corrispondono, hanno il volto di una solitudine ideale. Il deserto? Una parentesi temporanea per ricostruirsi dopo un allontanamento. Perché ci si allontana? Forse perché cambia la visione del mondo, quello che poteva sembrare esaustivo prima non lo è più un attimo dopo, quando ti sei reso conto che la verità degli altri non è mai uguale a quella che sperimenti tu. C’è però qualcosa che può rinnovare, rimettere ordine, l’importanza di saper guardare il mondo sempre con grande interesse, con la gioia di chi, malgrado tutto, riesce ancora a vedere, sentire, parlare partecipando alla storia, con la convinzione di esserne parte integrante.