Menu
A+ A A-

TUTTO AL DIGITALE, MA COSA COMUNICHIAMO?

11

di felice magnani

E’ incredibile guardarsi attorno ed essere circondati da video ovunque: telecamere fisse e telecamere mobili, telefonini di tutti i tipi e di tutte le razze, computer, smartphone. La vita nella maggior parte dei casi corrisponde a un pulsante. Quante cose sono cambiate, qualche volta in meglio, qualche volta in peggio. Un tempo i giochi si praticavano all’aperto: nei campi, nelle corti, sulla strada, nei vicoli, a volte persino nel corridoio di casa quando la mamma non c’era. Si giocava, s’inventava, si costruivano attrezzi, armi finte, capanne, si tirava una palla contro un muro, oppure si giocava a rialzo, a ce l’hai, si disegnavano rettangoli e quadrati con il gesso, si mettevano dei sassi e bisognava chinarsi a prenderli. In qualche caso ci si arrampicava sugli alberi, si costruivano archi e frecce con il legno di salice e il famoso tirasassi, con camere d’aria di vecchie bici, si mettevano vecchie cartoline fermate da una molletta sui raggi della bici per ascoltarne il rumore. In campagna la vita era ancora più difficile. Si andava al pozzo a prendere l’acqua, alla bottega a piedi per il pane, la pasta e i salumi, si partecipava alla trebbiatura e alla vendemmia e alla sera si ascoltavano i discorsi di uomini consumati dal lavoro dei campi, seduti l’uno accanto all’altro su una vecchia panca di legno. Ognuno con la sua pipa, con i suoi pensieri; mai arrabbiati, mai parolacce, mai bestemmie, mai antagonismi esasperati. Visi consumati dal sole e dalla fatica, mani nodose, callose, gonfie, sospiri lunghi, come se ogni parola arrivasse da polmoni lontani, tanta voglia di ricordare, raccontare, condividere. Giovani e vecchi vicini, uniti dalla voglia di ascoltarsi. L’aria era attraversata dal fumo di pipe semi carbonizzate, accese con la solita pazienza. I giovani ascoltavamo i discorsi dei grandi. Spesso, in campagna, arrivavano i saltimbanchi su vecchi carrozzoni trainati dai cavalli. La sera si esibivano. Tra tutti c’era l’immancabile mangiafuoco. Alla fine si fermavano ospiti a cena e raccontavano le loro avventure. Nei ragazzi e nelle ragazze c’era una grande voglia di ascoltare. La vita era semplice. La parte del leone la facevano i nonni, sempre pronti a darti una mano quando avevi bisogno, ma anche a sgridarti, a farti capire da che parte stava il buon senso. Eravamo dei piccoli Robin Hood, capaci di fare un po’ di tutto, anche le cose più rischiose, come salire sugli alberi e tentare di montare qualche cavallone, che sistematicamente sgroppava, col pericolo di cadere a terra e di farci male. Il periodo della vendemmia era quello che ci affascinava di più, perché facevamo scorpacciate di uva nera e di uva bianca. Ce n’era di tutti i tipi e di tutte la qualità. Nella maggior parte dei casi eravamo più impegnati a giocare che a supportare i papà, le mamme e i nonni. Il rapporto umano con i grandi era rispettoso e costante, spesso li incontravamo sul nostro cammino, imparavamo a conoscerli e a rispettarli. Guai disobbedire, dire una parolaccia e al primo richiamo tutti a casa senza fiatare. I più fortunati avevano la bici da uomo o quella da donna, ma il sogno di tutti era quello di salire sul carro trainato dai buoi o sul carretto trainato dal cavallo. Il momento magico era quando la frusta schioccava e faceva partire al galoppo un vecchio brocco riacceso. Tanta vita all’aperto, tanta campagna e tanta collina, tanti giochi inventati e costruiti, come la spada, il pugnale, la carabina, la pistola. Erano tutti di legno. Ci sentivamo un po’ tutti sceriffi. Lo sceriffo era l’uomo forte, l’invincibile, colui che riconsegnava la pace e la tranquillità. Avevamo una naturale propensione per la legge, forse perché in famiglia si respirava il profumo del rispetto e delle regole, guai sgarrare, guai andare oltre. La vita era più semplice, ma più vera. Il no era no e il si era sì, non c’erano vie di mezzo. Siamo cresciuti correndo e pedalando, tirando di boxe, giocando a calciobalilla e a ping pong, su campi di calcio pieni di buche e di montagne russe. Non avevamo niente di veramente bellissimo, ma era bellissimo quello che facevamo, come lo facevamo, la nostra voglia di divertirci, di vivere, di imitare i grandi, soprattutto i calciatori e i ciclisti famosi. Eravamo ragazzi felici. Per giocare a calcio ci bastavano quattro pietre al posto dei pali e una via sterrata, dove non passavo neppure le biciclette. E il telefono? Era proprietà privata dei nostri genitori e i tempi della comunicazione erano molto stretti: “Come stai?”, “Tutto bene?”, “Ci vediamo presto!”. Non c’era spazio per parole e frasi inutili. Meglio prima o meglio adesso? Difficile dirlo, certo la vita all’aperto ha instillato la voglia di praticare attività sportive, di camminare, di correre, di pedalare, di giocare, di sciare, nuotare, di ritagliare uno spazio importante alla nostra salute fisica, ci siamo abituati alla vita di gruppo, alla squadra, a restare lontano dai vizi, a condurre una vita gioiosa. Ci siamo abituati a essere entusiasti con poco, un poco che era più che sufficiente. Oggi ci sono ragazzini che hanno fatto almeno due volte il giro del mondo, conoscono tutti i segreti della comunicazione digitale, vestono abiti firmati, frequentano bar e discoteche, bevono in abbondanza e in molti casi assumono sostanze proibite. Certo il progresso ha fatto i suoi passi avanti, ma quanti problemi sul tappeto, quanta infelicità, quanta tristezza e quanti drammi. La soluzione? Difficile, forse bisognerebbe fermarsi e fare qualche passo indietro, accontentarsi un pochino di più, evitando di cadere nelle trappole di un consumismo che tradisce, bisognerebbe riscoprire la bellezza della vita nelle sue forme meno appariscenti, quelle che si legano agli affetti familiari e alle attività che fanno star bene, come quelle sportive, ad esempio. Il digitale ci sta, ma non può e non deve cementificare lo spirito umano, non può e non deve trasformare l’essere umano in una vittima designata.