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STIAMO SCIVOLANDO VERSO DOVE? OVVERO, QUANDO IL NO ERA NO E IL SI ERA SI?

scacco

di felice magnani

Da un po’ di tempo a questa parte la nostra democrazia viene tirata in ballo un po’ da tutti, tutti cercano di ritagliarsene un pezzettino, come se invece di un bene collettivo, confermato ufficialmente da un parlamento, fosse qualcosa di molto simile a un ritaglio di giornale a cui attingere a secondo delle proprie personali esigenze. E’ sempre più in uso relativizzare, individualizzare, pianificare, dare un senso particolare a ciò che per sua natura è universale. Sembra che all’improvviso le leggi abbiano assunto un valore temporaneo, personalizzato, private della loro sostanza collettiva, del loro essere spirito di un paese che le ha fortemente volute per ricreare una storia nazionale più definita e convinta. Viviamo l’epoca di un trasformismo che non ha limiti e che è martellante, che non si ferma neppure davanti all’evidenza, per cui diventa vero solo quello che fa comodo a una persona, a un gruppo o a una minoranza. Ciò che un tempo aveva valore iscritto nel buon senso comune, prima ancora che nella sua dimensione giuridico istituzionale, ha perso le sue stigmate, si è lasciato condizionare da una libertà diventata nella maggior parte dei casi egoismo allo stato puro. In questo modo stiamo scivolando verso uno strano tipo di democratizzazione, dove chi ha la voce più alta e i muscoli più forti la spunta sempre o quasi, mentre il poveretto, quello che tira il carro prendendosi anche le frustate, è costretto a sopportare ogni tipo di peso e di incongruenza, anche quelli più umanamente insani, come le tasse ad esempio, erogate a pioggia e con modalità spesso confuse, ripetute e sovrapposte. Chi ha sempre ragione? In molti dicono chi ha la gestione diretta del potere, chi comanda, chi sta sopra il filo, chi può modificare le regole a proprio piacimento. Il potere globale si sovrappone e scompone le carte, spariglia e lascia vuoti profondi là dove il mondo aveva eretto i suoi confini, i suoi limiti, le sue valutazioni. Ci troviamo nella condizione di dover subire i danni di una politica che non sa più dare risposte certe ai suoi cittadini e che nella migliore delle ipotesi si ritiene seria e felice di aver distribuito ottanta euro a qualcuno, per il panettone natalizio. Uno dei tanti problemi è quello che riguarda la nostra vita, sempre più messa sottotorchio da produzioni e invenzioni che tendono a minimizzarla, a depauperarla, a renderla sempre meno attiva sul piano della sua condizione morale, della sua capacità di essere vita senza quelle pressioni coercitive che la destrutturano sia sul piano umano, sia su quello della sua consistenza etica. Oggi non si vuole più mettere freni, delineare confini, far capire che a volte il senso nasce anche da un no motivato e fatto conoscere in tutta la sua sostanza materiale, morale e culturale. Il no è passato di moda, come se fosse diventato un freno inibitore, un voler minimizzare il concetto di libertà umana. Il problema è che l’aver trasformato il no in si e in ni ha determinato tutta una interminabile serie di incertezze e di trascuratezza che minano alla base la nostra tanto decantata democrazia. Dire no non significa semplicemente opporre rifiuti di carattere totalitaristico, ma negare verità, spiegando quanto di deleterio e di inaffidabile ci sia nelle circonvenzioni umane. Nella vecchia società contadina i sì e i no erano al centro di un grande processo formativo, in cui si predisponeva la cultura sociale del tempo. L’aver concentrato troppo sulle vie intermedie, puntando al centro come via di fuga dalle responsabilità individuali e collettive, ha permesso una virata in senso libertario che ha messo fuori rotta il percorso umano di molte persone, come se il no fosse il massimo dell’avventura di affrancamento da uno stato di subordinazione. Far credere alle persone che il no sia espressione totalitaria o di stampo assolutista significa passare anche solo l’idea che tutto si possa fare e disfare solo camminando verso un’area dove tutto viene concesso e approvato come diritto acquisito. Purtroppo non è così, la cultura individuale e quella collettiva non sono all’altezza di potersela giocare solo sulla leale trasparenza di una condizione umana per molti aspetti ancora troppo fagocitata da varie forme di egoismo e di egocentrismo. Dove stiamo scivolando? Forse verso l’illusione che l’intelligenza umana sia talmente grande da poter competere con quella divina o con quella che sovrintende quella legge universale, a cui l’umanità appartiene. Lo dimostra il fatto che dopo anni e anni di guerre siamo ancora in balia di uomini che spiegano la storia con il lancio di testate missilistiche, la distruzione di città, con varie forme di terrorismo, con un rilancio su scala mondiale del commercio di armi convenzionali e non. Forse un no secco, anche se motivato, potrebbe far riflettere un mondo che non sa più quale strada intraprendere per trovare una soluzione plausibile al suo stato di perenne infelicità.