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IL GIRO D’ITALIA DEL CENTENARIO, TRA BINDA E SCARPONI

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Binda

di felice magnani

Il Giro è la storia, la vita stessa di un paese, il suo costume, il suo modo di essere, di vivere, di amare e di emozionarsi. Con le bici dei campioni abbiamo pedalato un po’ tutti, abbiamo cercato di lasciare che i sentimenti incontrassero la gioia di una passione comune, nata dall’amore per una bellezza che solo il ciclismo sa far scoprire. Tutti insieme ci siamo ritrovati ad amare un mondo fatto di slanci, condivisioni, sfide, incontri, sudori e fatiche che sanno emozionare e far sorridere proprio quando lo sforzo diventa estremo e la lotta si fa dura. Nessuno come il Giro d’Italia è riuscito a farci sentire parte di un destino comune, investiti della libertà di gioire per chi ha l’ambizione di vincere più degli altri, per chi sale in cattedra per dimostrare che sport, fatica e natura esorcizzano il male e ritemprano, regalando all’animo umano il gusto di cancellare le paure che opprimono. Il Giro del Centenario è la conferma ulteriore di quanto il ciclismo sia bello, soprattutto quando si colora di italianità sportiva, di voglia di applaudire, di urlare al mondo che la storia ritrova il suo profumo quando sa scavare nel cuore profondo dell’uomo. Lo sport, tutto lo sport è figlio di campioni che l’hanno esaltato e reso grande con le loro imprese, trasformando spesso la storia in leggenda. Tra i mille volti indimenticabili spunta quello di Alfredo Binda, il campionissimo di Cittiglio pagato per non partecipare. Con Alfredo si è aperto un orizzonte nuovo, che fa proprio il valore sublime dell’intelligenza, teso a dimostrare che sport e lavoro possono cambiare le sorti del mondo. Con Binda il ciclismo diventa cultura, cultura sportiva, cultura di vita. E’ il collante di un mondo antico che non si rinnega e che intraprende con fermezza e determinazione la via della rinascita e del progresso tra mille difficoltà. Con Binda il Giro impone la sua bellezza a un popolo distratto, a tratti avvolto e accartocciato, desideroso di sentirsi protagonista, di risalire una china, di dimostrare un’identità nascosta, piena di risorse e talenti. Il popolo della bici regala così, grazie al suo campione, un volo verso nuove certezze, si sbraccia e rincorre una vittoria liberatoria, capace di regalare un sorriso e una speranza oltre i bagliori della confusione e della guerra. E’ in questo spirito che il Giro del Centenario si colloca, è nel ricordo di tutti coloro che lo hanno onorato che ripropone l’aspettativa di un’Italia che vuole risorgere, affidando alla passione sportiva e al suo cuore generoso la voglia di rilanciare, di proporre, di dimostrare quanto entusiasmo e quanta bellezza ci siano ancora nel nostro paese. E’ un ciclismo più tecnologico, più controllato, più equilibrato sul piano dei valori individuali, ma altrettanto bello, capace di attrarre e di affascinare, ridestando i sentimenti migliori, capace di far battere i cuori più duri, quelli meno abituati all’emozione, alla italianità, alla voglia di lasciarsi andare oltre le barriere e i muri dell’antagonismo e della diversità. E’ il Giro che parte con il ricordo di Michele Scarponi, il campione con il sorriso, che sapeva regalare la parte migliore di sé, orientando la corsa verso l’idea di un mondo fatto di semplicità e di impegno, di abnegazione e di obbedienza, il ciclista che ha saputo frenare il suo impeto per dimostrare che la vita non è solo egoismo. E’ in questo clima di ricordi, di passato e presente, che ci disponiamo a vivere con i corridori le piccole ansie di un genere umano sempre disponibile a condividere e a emozionarsi in quelle avventura della vita che hanno il sapore e il gusto delle cose belle, quelle per le quali vale davvero la pena sprecare anche un solo momento di gioia vera e profonda.