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RENATO POZZETTO: UNA BELLA LEZIONE DI VITA!

di felice magnani

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Cinquant’anni di successi: cinema, teatro/cabaret, televisione più varie ed eventuali, a 78 anni Renato torna in campo con <Compatibilmente>, spettacolo/cabaret nato da un’idea dell’attore lombardo, che ne ha curato anche la regia. Si tratta di un volo a trecentosessanta gradi dell’autore sulla genialità e sulla creatività che ne ha segnato in modo indelebile la storia personale. Nonostante i suoi successi, la sua vita resta amabilmente legata al Lago Maggiore, a Laveno, ai paesini prealpini e alle loro storie, alla gente comune, a quel territorio di lago e montagne che ama moltissimo.

L’INTERVISTA

Renato cos’è per te, l’amore?

Un sentimento che è nato con me e con la mia famiglia. Si tratta di un sentimento normale, che ho sempre avuto. Non è che mia madre e mio padre mi abbiano insegnato a voler bene, è stato il loro modo di vivere il vero insegnamento che ho ricevuto. Da ragazzino ero molto discolo, vivevo per strada, prima a Gemonio e poi a Milano. Vivevo sulla strada, frequentavo le periferie con i miei amici, vivevo una vita molto libera, ma l’insegnamento ricevuto dai miei genitori è stato molto prezioso soprattutto nella gestione di alcuni valori che sono diventati, in seguito, il punto di riferimento della mia vita. Ricordo che mio padre era un uomo di poche parole, ma molto presente, mia madre era una donna laboriosa, casa e famiglia. Erano tempi in cui mancava un po’ tutto. La guerra aveva generato povertà, la gente era confusa, faticava moltissimo, doveva ingegnarsi e darsi da fare. La maggior parte delle cose si facevano in casa, c’era una collaborazione molto stretta, tutti i componenti della famiglia erano impegnati a dare il proprio contributo, compatibilmente con gl’impegni di ciascuno. La mia stima nei loro confronti è nata di conseguenza. Il papà mi ha sempre lasciato molto libero, non interferiva, mi ha lasciato fare, lui come la mamma era molto impegnato nel suo lavoro, si fidava di suo figlio. E’ in questo spazio e respirando questa aria che ho imparato a diventare grande, a guardarmi dentro, a capire che quella realtà nella quale avevo avuto la fortuna di nascere era davvero una gran bella cosa. Ero spessissimo fuori casa, stavo molto a Milano e soprattutto a Roma per il cinema, ma tornavo a casa per il fine settimana. A Gemonio ci si riuniva tutti, c’erano anche i miei fratelli, in particolare Achille, con il quale ho costruito la mia prima casa. In un paese piccolo apri la porta e sei fuori, vivi la tua vita a stretto contatto di gomito con le persone, giochi nella via o nella piazza, il mondo esterno diventa il tuo. Frequentando la scuola media i contatti si sono aperti ancora di più, è iniziata la stagione dei sentimenti, sono iniziate le prime simpatie per le ragazzine, i primi sussulti ormonali. Il mio primo amore è stato longevo, è durato qualche anno, finché ho conosciuto Brunella, la ragazza che sarebbe diventata mia moglie. Veniva anche lei in campagna sul lago Maggiore da Milano, facevamo parte della stessa compagnia e passavamo il nostro tempo libero tra Gemonio e Laveno. Abbiamo quindi proseguito i nostri incontri a Milano, dove è nato un amore bello e profondo che è durato tutta la vita, fino alla sua morte, avvenuta nel 2009. Ci ha unito un sentimento davvero molto particolare, che è andato ben oltre gl’impegni di una carriera lunga e complessa. Mia moglie ha capito fin da subito e ha condiviso, trovando conforto anche nell’amicizia della moglie di Cochi. Grazie al suo amore ho potuto proseguire il cabaret, il cinema, il teatro, la televisione, la sua è stata una presenza unica e determinante. Mia moglie è stata il grande amore della mia vita, sento moltissimo la sua mancanza.

Quando ti sei reso conto di avere qualcosa di particolare che faceva presa sulla gente, mi riferisco alla tua comicità, al tuo modo di rallegrare il pubblico…

A Gemonio non avevamo grandi possibilità, andavamo all’oratorio, cercavamo di passare il tempo, ma io avevo una fortuna, quella di essere molto curioso. Questa curiosità innata mi portava a stare in giro, a mettere il naso nelle fabbriche della zona, a parlare con la gente che lavorava, cercavo insomma di capire un tantino più in profondità come fosse quel mondo che da fuori appariva immenso. Ricordo che andavo spesso dai Roncari, andavo a trovare Innocente Salvini, il pittore diventato famoso. Ero affascinato da quest’uomo. Ogni volta tirava fuori i suoi quadri, me li faceva vedere. Andavo spesso nelle officine degli artigiani, soprattutto dove si preparavano gli arredi sacri. A Gemonio c’erano due macelli e io andavo a vedere come lavoravano, mi affascinava un po’ tutto. C’era solo un momento in cui provavo una sorta di repulsione, quando uccidevano gli animali. Vivevo in mezzo alla gente. Qualche volta salivo sul camion. C’era un giovanotto che andava fino a Milano a prendere la verdura per poi venderla nei paesi vicini e io andavo con lui. Da Azzio a Orino, tra paesini della zona, ogni tipo di frequentazione era buona per aggiungere un tassello in più alla mia curiosità, alla mia voglia di capire la gente, quello che faceva, cosa diceva, come si comportava, avevo la fortuna di vivere in un teatro naturale ricco di sollecitazioni. Sono sempre stato un grande appassionato di motori e a volte mi domando come mai, ma non so dare risposte, sta di fatto che i rumori dei motori di Gemonio li conoscevo a memoria, mi ero creato una memoria storica che sarebbe tornata molto utile nel mio lavoro. Il paese era questo: la casa, i cortili, i rumori, la capretta, la gente, l’oratorio, la curiosità. Il fatto che non ci fosse granché ha permesso che noi ragazzi sviluppassimo al massimo livello la nostra sensibilità, la nostra voglia di allegria, di sorridere e di far sorridere, di dare un volto diverso a quella vita che in alcuni momenti scorreva con una eccessiva tranquillità. Abbiamo imparato a guardarci dentro senza aver studiato nulla di psicologia, tutto avveniva sull’onda di emozioni, pulsioni, sentimenti che crescevano strada facendo. La campagna di Gemonio mi ha fatto conoscere un linguaggio, quello dei bambini, della gente, delle cose e degli animali, che poi sarebbe diventato importante in quei mondi nei quali avrei realizzato il mio sogno di artista, mi riferisco al cinema, alla televisione, ai testi delle canzoni, alle sceneggiature e a tutto quello che è stato parte integrante della mia vita. Io e Cochi abbiamo cominciato a canticchiare, a unire le nostre abilità. Conoscevo un po’ di musica, abbiamo acquistato una chitarra e abbiamo cominciato a strimpellare, l’idea era quella di vivere un passatempo divertente. Abbiamo cercato di trovare un linguaggio spiritoso, che rendesse più allegra la vita, fatto di umorismo e di ironia, esattamente quello che avevamo ereditato dalle nostre storie di bambini, legati a una vita semplice, dove una parola detta in un certo modo faceva la differenza, incantava, creava armonia, gioia, allegria, aiutava a cambiare la faccia del mondo. E’ la curiosità che ti porta a scoprire la vita, che ti fa diventare grande, è lo sperimentare che ti fa capire che il mondo è quello che scopri nel tuo quotidiano incontro con la realtà, ma anche quello che porti dentro, che incontri ogni giorno frequentando gli altri. Noi non abbiamo aspettato quel mondo, gli siamo andati incontro, abbiamo cercato di conoscerlo e con lui ci siamo misurati, lo abbiamo preso come modello, tirando fuori i nostri caratteri, quello che la vita ci aveva insegnato. Insomma, io e Cochi ci siamo dati da fare. Tra noi c’era chi suonava la chitarra, chi l’armonica a bocca, chi cantava, abbiamo cercato di far uscire allo scoperto le nostre vocazioni. Grazie al parroco siamo approdati al teatro dell’oratorio, dove abbiamo trovato anche un pianoforte e dove abbiamo avuto la possibilità di presentarci, di cominciare a realizzare quello che avevamo dentro.

Da Gemonio a Milano, è l’inizio di un lungo e straordinario cammino nella storia dello spettacolo italiano

A Milano abbiamo iniziato a incontrarci nelle osterie, con un bicchiere di vino si stava al coperto. E’ iniziato un altro modo per chiacchierare, per mettere insieme tentativi e progetti, per capire che cosa fosse possibile fare per mettere in campo tutto quello che la campagna e le periferie ci avevano insegnato. Abbiamo iniziato a frequentare due locali in cui convergevano artisti importanti, come Lucio Fontana, ad esempio, personaggi che sarebbero poi diventati famosi in tutto il mondo. Eravamo diventati amici di Piero Manzoni, molto conosciuto anche per i suoi Achrome e Merda d’artista. In quel consesso è nata una certa libertà di pensiero e di linguaggio, un rapporto di carattere culturale, l’opportunità di creare momenti di rappresentazione canora e musicale con la chitarra, diciamo che è venuto a fuoco il nostro modo di essere ironici e di raccontare, soprattutto in quella Galleria d’Arte Notturna nella quale passava una Milano curiosa d’ incontrare modi diversi di fare spettacolo e di raccontare la vita. Lì, abbiamo conosciuto Dario Fo, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e lì, penso sia nata quella curiosità per un linguaggio e per un pensiero liberi, la voglia di dire quello che ci sentivamo. I personaggi che incontravamo ci aiutavano a coltivare quello che avevamo dentro. Dario Fo aveva una particolare simpatia per noi, siamo diventati amici; anche con Jannacci e con Gaber si è creata una bella amicizia, fino a quando i proprietari della Galleria d’Arte, i coniugi Mantegazza, hanno aperto un Cabaret che abbiamo preso in società, si trattava di uno scantinato che poteva contenere dalle venti alle trenta persone del pubblico. Siamo partiti da lì, poi sono arrivati Bruno Lauzi e altri amici. Passava spesso a salutarci Lino Toffolo che arrivava da Venezia, è nato così quel gruppo che poi si è trasferito al Derby per iniziare un lavoro ufficiale.

Ascoltarti è piacevole, la tua comicità, il tuo modo di raccontare prende, stuzzica il sorriso, rallegra l’animo, è sempre molto attuale…

Devo dire che il mio pubblico è sempre molto vivo e molto presente, ciò significa che il repertorio ha ancora una sua attualità. Ho ripreso a fare teatro con <Compatibilmente> lo spettacolo/cabaret nato da una mia idea e di cui ho curato la regia, debuttando a Luino. Mi sento pienamente soddisfatto, perché il pubblico si diverte, partecipa, dunque il repertorio continua a creare momenti di grande allegria.

Renato, da Gemonio a Laveno, dove hai creato la tua “cuccia”, è così?

A Gemonio, rione Martitt, abbiamo costruito una bella casa, su progetto di mio fratello Achille, che faceva l’immobiliarista e che purtroppo non c’è più. Eravamo quattro fratelli, oggi siamo rimasti in tre, io, Ettore e Giorgio. Era una casa ampia, che ospitava i miei genitori e tutti noi. Io ero quasi sempre a Milano e soprattutto a Roma, ma alla fine di ogni settimana, sempre insieme a mia moglie, rientravo a Gemonio per stare tutti insieme. E’ arrivato il momento in cui io e Achille abbiamo deciso di comprare una casa a Laveno, posta su una collina con il lago a vista, l’abbiamo restaurata ed è diventata sede stabile di tutta la famiglia. Ci aveva colpito per la posizione: era grande, con grandi spazi, molto adatta alla vita dei bambini, il luogo ideale in cui trascorrere bei momenti di vita intima, lontano dal chiasso e dai rumori delle città, molto adatta per godere dell’autorevole bellezza del lago Maggiore. Nello stesso periodo avevamo anche comprato una cascina, che era stata venduta dai proprietari delle Ceramiche e che oggi, previo restauro, è diventata una locanda, la “Locanda Pozzetto”, su una collina proprio sopra la cittadina di Laveno. Sono molto felice di aver fatto questo passo, perché il posto è splendido, offre un panorama unico, ampio e aperto, di grande suggestione, un posto da salvaguardare e da promuovere, cosa che abbiamo fatto e che continuiamo a fare, offrendo alle persone di poter vivere un’esperienza fantastica. La Locanda è un hotel sito in una posizione davvero unica, con un ristorante di altissima qualità tenuto da un cuoco bravissimo e da una sua collaboratrice. Quando l’ho acquistata c’era un ragazzo che oggi ha la mia età e che è rimasto lì a vivere occupandosi del giardinaggio e della pulizia. Il cuoco l’ho corteggiato, abitava in una delle nostre case a Gemonio, aveva già una buona posizione che, all’inizio, non se la sentiva di lasciare, ma alla fine sono riuscito a convincerlo.

Sei sempre stato un grande estimatore dei nostri paesi prealpini, vivendoli con entusiasmo e partecipando alle manifestazioni popolari. Un ricordo di Cerro di Caldana e uno di Cittiglio

A Cerro di Caldana ho abitato. Passavo di lì in moto facendo le mie solite scorribande. C’era una strada tra i boschi, tra Cerro di Caldana e Orino, che frequentavo spesso, ricordo che c’erano anche una stazione della Forestale e una balera. Da bambino andavo a vedere le persone che ballavano in mezzo al bosco. Sono passato un giorno e sono stato colpito da una cascina con scritto “Vendesi”, quindi con mio fratello e amici con cui avevo condiviso alcune avventure della vita, l’abbiamo comprata e l’abbiamo restaurata, trasformandola in un luogo di approdo anche per i figli. Quando c’era la festa del paese aprivamo il portone, facevamo entrare i musicisti, ricordo giornate felicissime. Siamo stati lì diversi anni, sono stati momenti indimenticabili. Purtroppo quando abbiamo comprato la Locanda a Laveno abbiamo dovuto fare delle scelte. A Cittiglio venivo spesso perché avevo un amico, l’Andreino Contini, che suonava nella Banda. Aveva una casa che era sempre aperta, un luogo simpatico, ospitale, vivo. Io arrivavo con la moto, lui mi apriva, tirava fuori una bottiglia di vino e cominciava a raccontarmi della sua vita, era uno che aveva lavorato molto, aveva fatto il contadino, era stato in guerra, aveva sempre un’infinità di cose da dirmi. Era una persona eccezionale. Eravamo molto amici e io sentivo un grande affetto per lui: una persona davvero indimenticabile. Contemporaneamente ho conosciuto anche un bravissimo maestro ebanista e falegname, Gianfranco Caporali, l’ho conosciuto in un momento tragico della sua vita, gli era appena mancato il figlio in un incidente stradale. Quando l’ho incontrato era un uomo bastonato, io ho cercato di aiutarlo. Era bravissimo a suonare la fisarmonica. Frequentavo spesso la sua bottega, ho avuto bisogno di lui per alcuni mobili della mia casa di Roma. Tra noi è nata una grande amicizia, dovuta anche alla comune passione per la musica e per i motori. Con il side-car e con il sottoscritto alla guida abbiamo superato il passo del Sempione e siamo arrivati fino a Verbier, oltre cinquemila metri di dislivello. Ad attenderci c’era un amico che ci ha ospitato in un albergo extralusso. Il giorno dopo siamo ripartiti e siamo tornati a Cittiglio. Un’altra volta siamo andati a Bolzano con una cinquecento completamente rivestita in legno, messa a punto per l’occasione da Gianfranco, che era abilissimo non solo come preparatore meccanico, ma anche come designer, ricordo quella stupenda creazione che tanta curiosità suscitava nella gente che ci incontrava. Abbiamo vissuto molti momenti insieme e siamo rimasti molto amici.

Che cosa ti richiama all’amore oggi?

Il mio lavoro ha fatto parte e fa ancora parte della mia vita, così come gli affetti di famiglia. Continuo a lavorare con lo spirito di sempre e appena ho un attimo di tempo vivo accanto ai miei figli e ai nipoti. La mattina mi alzo, vedo i bambini che fanno colazione, poi tornano, li coccolo, li saluto. Ieri sera ho mangiato con loro del pesce persico proveniente da un signore che ha il suo quartier generale a Lisanza. Ero molto felice, così la mia tradizione di famiglia, continua.