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IMPARIAMO A PARLARE SENZA URLARE

urlare tuttacronaca

di felice magnani

Si può parlare senza urlare? Certo che si può, ma bisogna volerlo. Nel sistema educativo di un passato ormai remoto gl’insegnanti insegnavano il silenzio, il parlare sottovoce e spiegavano il perché. Perché bisognava parlare sottovoce? Per non disturbare il prossimo, per potersi concentrare meglio, per capire di più, per vivere in modo più adeguato la propria condizione. Dunque c’era qualcuno che insegnava queste cose. C’era la scuola, ma non solo, anche in famiglia non potevi alzare la voce più del necessario. La società di quel tempo, erano gli anni cinquanta/sessanta, nelle sue componenti essenziali, educava, cioè faceva in modo che i giovani imparassero a conoscersi e a comportarsi secondo dei canoni e dei modelli molto semplici, ampiamente comprovati. Nel silenzio il pensiero trovava le sue condizioni migliori, si sentiva più libero, più capace di scavare, inventare, trovare, scartavetrare, trovava insomma una condizione ambientale ideale per passare all’azione. Nelle classi si respirava questa condizione, perché il taglio educativo dell’epoca giocava molto sulla disciplina imposta, che alla fine si trasformava in autodisciplina, accettata, amata e vissuta. Ancora oggi chi ha percorso quei tempi, quando parla o canta o recita o si arrabbia lo fa usando dei toni che non alterano l’armonia collettiva e il buon senso comune. Quando hai apprezzato il silenzio, non lo abbandoni più, anzi lo cerchi, come se si trattasse di un bene necessario alla tua sopravvivenza. E’ in questa epoca di urlatori, di prevaricatori verbali che trovare il silenzio è come incontrare un amico prezioso, un consigliere fidato con il quale stabilire un patto di grande amicizia e di mutua assistenza. Chi ama il silenzio lo ricerca non per egoismo, ma per ripristinare una condizione di benessere fisico e mentale. Mentre tutto converge verso la chiusura all’angolo di chi sta di fronte, ci sono persone che nel silenzio di uno studio, di una camera, di una biblioteca pubblica o privata si gustano la bellezza evocativa di una lettura, di una poesia o di un racconto. Ritornare al silenzio è un po’ come riascoltare la voce del cuore e quella dell’anima. Più la società tenta di imporsi con l’urlo e più rinasce il miracolo di una religiosa riappropriazione del silenzio e dei suoi benefici umani e spirituali, racchiusi nella maggior parte dei casi nella capacità di saper modificare atteggiamenti e comportamenti sbagliati. Quando non lo incontri nei luoghi tradizionali dove vivi la tua esistenza, lo vai a cercare e le occasioni non mancano. Ritornare alle fonti educative, consolidarle e potenziarle, avere un confronto chiaro e diretto con le sorgenti naturali del nostro benessere esistenziale è un modo per rimettere ordine, per dire all’uomo che non tutto è perduto e che la via della rinascita è reale, basta saperla individuare e riprendere con uno spirito antico, ma sempre nuovo, privo di quella demagogia che massacra i cuori e le menti degli esseri umani, nel cuore di quella civiltà tecnologica che sembrava dover risolvere tutti i problemi del mondo. Amare il silenzio significa dunque andare alla ricerca delle fonti, con la convinzione e la certezza che il nostro benessere e il nostro futuro sono già dentro di noi, in una storia umana che ha tutto quello che è umanamente indispensabile per rimettersi in moto.