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Educazione...saggi brevi

FAMIGLIA, MINORI, EDUCAZIONE

di felice magnani

Tempi difficili per la famiglia, tempi in cui riesce difficile dare un senso compiuto alle cose che si fanno, qualche volta lasciandosi prendere la mano dalla convinzione di fare bene, di essere sicuri di quello che si fa, delle decisioni da prendere, salvo poi accorgersi che quello cui abbiamo affibbiato il marchio della certezza siano solo pensieri e azioni virtuali, specchi della nostra fragilità, cocci raccolti per strada con la convinzione di aver trovato tesori per soddisfare la nostra ambizione, la nostra voglia di aggredire il mondo. E’ così che in molti casi la famiglia si lascia sorprendere da situazioni che non aveva previsto e che pensava di poter gestire, è così che in molti casi non riesce più a seguire i propri figli, quello che fanno, come lo fanno, del perché assumono certi atteggiamenti, come mai tornano molto tardi la sera, perché non dicono più grazie, non chiedono più scusa e mandano a quel paese chiunque freni la loro smania di potere e di grandezza. In molti casi li difende anche quando hanno torto marcio, quando si mettono fuori dalla legalità, compiendo atti contro la giustizia, tornando ubriachi la sera, con le giacche inzuppate di fumo, senza riuscire a capire il significato di atteggiamenti che non hanno più nulla di normale. I problemi non nascono all’improvviso, si fanno largo strada facendo, passando per vicoli stretti, dove la luce lascia il posto al buio e dove spesso la lealtà si consuma nel piacere di una consumazione che toglie la percezione del dolore, ma crea le basi di un progressivo annientamento cerebrale. Viviamo il tempo della consumazione assurda, dove tutto ha il sapore di una immediatezza che brucia l’attesa, trascurando la bellezza di un percorso lungo il quale s’impara a osservare, a meditare, a riconoscere e a godere di beni preziosi che contano più di ogni altra cosa. Ci siamo forse dimenticati di una chiacchierata familiare, di stare accanto al sorriso di una mamma, di aiutare un padre in difficoltà, di ascoltare il cuore parlante dei nonni, di fare qualcosa di bello per il gusto di sentirsi utili, indispensabili e capaci di andare incontro alle difficoltà di chi dopo aver solcato le acque turbinose di una vita intensa è lì, da solo, che aspetta un incontro di conforto. E’ anche in questi casi che la famiglia diventa un argine, il luogo della rivincita, dove le energie si fondono per ricreare la vita, dove diventa bello ritrovarsi, riannodare, parlare, narrare, confrontarsi, costruire, lasciando che il cuore si riappropri degli spazi occupati da una realtà che non è realtà, da pensieri, parole e azione che non hanno nulla di veramente umano. Per questo la famiglia va promossa, difesa, protetta, fatta conoscere, deve tornare a occupare quella parte dell’amore che tinge di colori e di aromi l’esistenza, togliendola dalle inadeguatezze di disagi profondi e illusioni coltivate ad oltranza con l’idea di travolgere il senso delle cose, la loro appartenenza, la forza e la bellezza di una natura umana prodiga di scoperte e di consigli. Nella famiglia ritroviamo la nostra storia, i sentimenti e le emozioni che ci hanno fatto sognare, la voglia di farcela, di non sentirsi mai soli, sapendo di poter contare sempre su qualcuno più grande di noi che conosce le alterne fortune, le vicissitudini, le incongruenze, ma soprattutto come fare per non lasciarsi travolgere, per trovare risposte, per continuare a lottare e a vincere sulle difficoltà, per dare un senso alla nostra vita. E’ con la famiglia che ogni atto si colora di gioia e di speranza, anche quando il cielo diventa grigio e impedisce al viandante di vedere con chiarezza nel proprio futuro.

LA DISCIPLINA E’ ANCORA IMPORTANTE?

di felice magnani

Siamo un popolo generoso, capace di grandi gesti, di generosità ampie e confortanti, ma non amiamo la disciplina, non siamo ancora riusciti a collocarla in luce giusta. Ogni volta che ne sentiamo parlare è come se ci sentissimo imprigionare, come se all’improvviso ci fosse qualcuno a spiare le nostre mosse per colpirci, ma non è così. La disciplina è un ordine necessario, voluto, popolare, nato tra le pieghe di una storia in cui spesso il disordine è stato la causa prima di eventi drammatici e di vuoti profondi. E’ nell’assenza di ordine che l’uomo sente la necessità di disciplinare il suo pensiero e la sua azione, di trovare spazi di civiltà in cui la vita si senta protetta, amata, confortata, pronta a dare ma con dovizia, senza violare, oltraggiare, negare, ma sempre con il cuore e la mente rivolti a un ordine che riempia di buon senso e di chiarezza l’azione umana. Ci sono ancora persone che quando sentono pronunciare il termine disciplina pensano erroneamente a momenti storici, a fenomeni trascorsi, a varie forme di totalitarismo, di assolutezza mentale, senza pensare o immaginare che l’ordine, sia esso materiale o mentale, diventa necessario per tutti, per avere un campo d’azione limpido, su cui costruire la vita. A volte la disciplina è imposta, a volte si autodetermina, ma in entrambi i casi è determinante per una svolta veramente democratica. Una democrazia senza disciplina o senza autodisciplina corre il serio rischio di diventare preda dell’anarchia, cioè di una società dove ognuno fa quello che vuole, dove il rispetto va a farsi benedire e la legge perde la sua impronta etica e morale, diventando alibi personale di chi s’impone con la prepotenza. Una democrazia disciplinata concorre alla buona formazione del cittadino, di un cittadino cosciente e consapevole, capace di non fare quello che lede la propria libertà e quella altrui. La disciplina s’impara in famiglia, a scuola e in tutti quegli ambiti societari in cui cresce e si sviluppa la personalità umana. La disciplina entra in crisi quando manca di valori seri e profondi che la sorreggano e che la promuovano, quando dà fastidio a chi adotta il disordine per mettere mano all’arbitrarietà personale, quella che si rivolge all’egoismo, all’individualismo, alla negazione di ogni risvolto regolativo. La disciplina è sempre importante, perché aiuta e semplifica la vita di relazione, le consegna le giuste misure e i giusti spazi per concorrere positivamente alla costruzione di una società ben articolata, ben distribuita, capace di capire sempre da dove ripartire per rimettere in moto la bellezza di una Costituzione tra le meglio riuscite d’Europa. La scuola ha una forza particolare, l’ha sempre avuta, perché stempera la prossimità familiare, aprendo le porte di nuove consapevolezze legate alle regole, alle leggi, ai comportamenti, all’educazione e alla formazione. Nella scuola l’educazione si lega alla disciplina, alla capacità degli esseri umani di imparare a vivere, di sentirsi al centro di una trasformazione in cui il particolare diventa universale e l’individuo diventa membro effettivo di una comunità con diritti e doveri molto precisi, per trovare insieme la giusta armonia e il giusto equilibrio. Nella società attuale, dove il disordine sociale e morale regna sovrano e dove ciascuno tende a vivere il proprio livello di libertà, si rende necessario riattivare la disciplina, come momento di riappropriazione di un corretto codice di norme e di regole.

L’EDUCATORE, UN ESEMPIO

di felice magnani

Un comunità che non sa valorizzare i propri educatori manca di coesione sociale, non sa attivare quelle forze che per loro natura sono predisposte a creare sistema, a fare in modo che le grandi conquiste istituzionali diventino impegno quotidiano, capacità di tradurre in attività pratica la forza persuasiva delle parole. Da un po’ di anni a questa parte la figura dell’educatore, che tanto ha giocato nel fiorire di una cultura umanistico/rinascimentale e risorgimentale, non trova più una collocazione professionale adeguata, sembra che l’educatore sia diventato d’impedimento alla realizzazione della libertà personale, quella che fa comodo quando si tratta di giocare le proprie carte, di tirare l’acqua al proprio mulino. Eppure tutti dovrebbero essere un po’ educatori, dovrebbero sapere che cosa significhi educarsi ed educare, migliorare lo stand comportamentale in un rapporto solidale con la società. Dovrebbe, ma la realtà è un’altra. Di educazione si parla quasi soltanto in circostanze particolari, quando scoppia un caso, quando i nostri ragazzi si mettono a fare i bulli, prendendosela con giovani portatori di handicap o con personalità fragili, non in grado di opporre resistenza. E’ nella straordinarietà degli eventi che si riscoprono i buoni gesti, le giuste reazioni, le soluzioni più adatte, i comportamenti adeguati e soprattutto si comprende quanto siamo lontani dalla realtà, quanto non sappiamo più riconoscere i nostri ragazzi, le loro necessità, le loro aspirazioni, il loro desiderio di crescere, di diventare grandi cercando un appiglio, un appoggio su cui confidare per risolvere problemi che a volte appaiono irrisolvibili. Sono educatori tutti coloro che vivono l’educazione, che la esplicano quotidianamente, che ne fanno una ragione di vita, cercando di far conoscere la bellezza di un’interiorità che altrimenti rimarrebbe ancorata nelle profondità abissali dell’abbandono e della non conoscenza. L’educatore insegna, insegna soprattutto con l’esempio, ti dimostra che prima di insegnare agli altri bisogna aver sperimentato su se stessi l’impegno educativo. L’educatore non è mai arrivato, la sua è una costruzione difficile, che richiede tempo, studio, collaborazione, fermezza, psicologia, anche quella spicciola che le madri conoscono molto bene per averla vissuta da sempre sulla propria pelle. L’educatore non ha schemi preconfezionati, è uno che crede nella natura umana, che la studia e la condivide, uno a cui piace indicare percorsi da valutare, senza presunzione, ma con la certezza che dentro la natura umana ci siano indicatori stupendi che supportino l’apprendimento, lo definiscano, lo abbelliscano, lo aggiornino, lo rendano più adatto a conoscere i passaggi del tempo. Ogni società ha bisogno di bravi educatori, di persone che sappiano dare un senso compiuto alla vita, soprattutto quando è isolata, persa, incapace di darsi una ragione, di distinguere il bene dal male, quando si dibatte tra mali oscuri e penombre che non permettono di alzare di nuovo lo sguardo e di vedere un pochino più lontano, dove l’orizzonte si alza e permette una visione più ampia dei colori, delle forme e delle prospettive. Una società che non chiama a raccolta i suoi educatori è costituzionalmente fragile, cieca, sorda e muta, diventa preda delle inadempienze e delle iniquità, non si chiede il perché, rimane avvinta nella sua solitudine e nel mutismo perde il suo sviluppo logico, la sua capacità di andare oltre senza ledere i diritti, ma con la consapevolezza che la coerenza e l’armonia passano attraverso la coscienza del diritto e del dovere, del lavoro di chi, conoscendo l’uomo, lo conduce verso una consapevolezza sociale della propria esistenza, fuori dalle forme di qualunquismo e di materialismo che la svuotano della sua sensibilità morale.

RIPARTIAMO DAGLI ADULTI

di felice magnani

Nella vita c’è sempre una ripartenza, è la via d’uscita che consente agli esseri umani di essere umani, di riproporsi, di ritrovare il senso di un’appartenenza, quello degli affetti che ci appartengono. Ripartire è importante, perché dimostra che non c’è nulla che non si possa cambiare, ripristinare, riattivare, anche quando sembra che il mondo remi contro e non consenta di rimettere le cose a posto. Il problema è che bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, di non avere paura di confrontarsi, di dire a se stessi che l’errore per quanto greve non è mai irrimediabile, ogni penombra porta sempre con sé una porzione di luce e nulla resta mai senza risposta, basta volerlo, basta avere il coraggio di essere se stessi anche nei casi peggiori. Cosa significa essere se stessi? Semplicemente essere quello che si è veramente, fuori dalle illusioni e dalle ipocrisie, con la prua puntata sempre a una riconversione che ci aiuti a capire da che parte stia di casa la verità. Gli adulti si dimenticano spesso di essere stati giovani, non sanno o non vogliono ricordare, come se il ricordo sminuisse la loro identità, dimenticando che una identità richiede valutazioni e revisioni, non è mai un punto fermo, ma una conquista da riattivare, da rivestire e da reinvestire sempre, anche quando appare come qualcosa di definitivo. Si riparte quando si è convinti che la strada intrapresa non sia quella giusta e che occorra quindi fermarsi a riflettere su cosa non abbia funzionato e che cosa occorra fare per rimettere in moto un meccanismo che si è inceppato. Ci vuole coraggio, non bisogna demordere, bisogna avere ben chiaro quello che si vuol fare, rimettendo in discussione i perché e i come, le finalità e gli scopi, posizionando al centro il significato stesso dell’esistenza. Esistere è già di per sé una grande scoperta, una verità che ha bisogno di essere rinvigorita sulla base di nuove scoperte, di nuovi valori, di nuove certezze. Rimettere al centro la vita significa riconsegnarle ciò che le appartiene di diritto, in particolare il rispetto, quel rispetto senza il quale tutto diventa oggetto di arbitrarietà e prevaricazione. Amare la vita significa comprenderne le necessità e i bisogni, collocarla nella sua giusta luce, amplificandone la forza trainante. Spesso gli uomini dimenticano l’importanza di ciò che stanno vivendo, danno tutto per scontato, si ergono a giudici, creano verità che si perdono, dimenticano il valore affettivo della storia, il senso di una responsabilità, perdono di vista il ruolo e le competenze, lasciandosi trascinare in un prolisso accatastarsi di illusioni e delusioni. In questi anni abbiamo toccato con mano cosa significhi abbandonarsi ai giochi tirannici del progresso, perdere di vista i vincoli e i legami, non riconoscere più i limiti, perdere il contatto con la misura, con quella realtà che ci sfugge di mano, lasciandoci spesso immersi in un vuoto di tenerezza e di affetto. Ripartire dagli adulti significa rimettere in campo un’energia forte, capace di generare entusiasmo, passione, gioia di vivere, di ricreare il desiderio di essere onesti e leali, di guardare in viso il prossimo con la certezza di poterlo aiutare. I giovani hanno bisogno di questo, hanno bisogno di potersi confrontare, di capire dove possono aver sbagliato e quale sia il loro ruolo sociale, hanno bisogno di sentirsi amati e spronati da gente che non ha paura di riconoscere i propri errori, ma hanno soprattutto bisogno di entusiasmo, di sentirsi al centro di una grande rivoluzione umana, in cui ciò che conta è vivere bene, in armonia, nel pieno rispetto di quelle libertà che sono state conquistate a fatica da uomini illuminati dalla fede nelle cose buone della vita.

LA FORZA DELL’INSEGNANTE

di felice magnani

Credo che una componente essenziale di un insegnante sia il carattere, la sua capacità di saper sorridere con apertura e fermezza, senza incorrere nella depressione o nella frustrazione, nel saper rispondere sempre con solerte entusiasmo alle provocazioni giovanili, soprattutto quando entrano nel gioco pericoloso della trasgressione e della sopraffazione. Chi ha vissuto l’esperienza dell’insegnamento sa quanto sia fondamentale essere all’altezza della situazione, vivere con passione la propria condizione, senza cadere nella rete dell’impotenza, da cui riesce poi difficilissimo uscire. Chi abdica o assume posizioni difensivistiche mette a nudo la propria fragilità e regala all’avversario, dato che i giovani sono anche avversari, la condizione propizia per occupare il campo e impedire l’ordine gerarchico della relazione. Chi ha vissuto a lungo la vita scolastica ha conosciuto a fondo le perversioni della natura umana, la sua rissosità, la sua natura controversa, la sua ritrosia, il suo essere a tratti ingenerosa e invadente, la sua protervia e la sua fragilità, si è reso conto che la forza dell’insegnante è soprattutto nella sua capacità di mettersi in relazione, di saper stabilire contatti proficui e convincenti, senza cadere nel tranello di un’inaffidabile condizione paritaria. Se qualcuno pensasse di diventare amico o fratello di un discente metterebbe a repentaglio la propria integrità, correndo il rischio di cadere sotto i colpi di una spietata convergenza denigratoria. Il rapporto esige chiarezza e distanza. Distanza che non significa presunzione di ruolo, ma rappresentatività sociale e morale. Il docente che si piega al buonismo e a un eccesso di confidenza rischia di naufragare, di gettare alle ortiche la propria reputazione, perché i giovani sanno capire più di quanto si possa immaginare. Ho visto insegnanti cadere miseramente sotto i colpi impietosi di classi scalmanate, incuranti di note e di minacce, sempre pronte a rendere pan per focaccia. Ho visto colleghi e colleghe naufragare impietosamente di fronte all’intransigenza giovanile, rimanere protetti tra la porta e il corridoio, pronti a scappare qualora la situazione si fosse volta al peggio. L’esperienza insegna che prima di insegnare la grammatica è necessario creare un rapporto di fiducia. Si tratta di creare le condizioni giuste per aprire un dibattito serio, comprensibile, in cui ciascuno riconosca la propria parte e la rivendichi, come giusta compensazione. Se un insegnante gode della stima dei suoi alunni può anche fare tutto il resto senza problemi, può anche permettersi di urlare o di gettare uno sguardo bieco e diretto sul muso di chi gli sta di fronte. Ma il patto deve essere chiaro e non deve dare adito ad equivoci. L’insegnante deve farsi valere, deve saper creare una forte stima sulla sua persona, non deve cedere ai ricatti o alle prevaricazioni. L’educazione è prima di tutto rispetto reciproco. Nel contratto educativo vale soprattutto l’autorità di chi ha il compito di condurre. Autorità e autorevolezza sono punti fermi oltre i quali non è possibile stabilire un rapporto lineare e condiviso. In molti casi la mancanza di autorità genera confusione di ruoli, l’utente non sa più distinguere, confonde le responsabilità, si appropria di funzioni che non gli competono. E’ così che si generano le involuzioni, è così che diventa impossibile creare rapporti basati sul riconoscimento dei ruoli e sul senso di responsabilità personale.

 

EDUCHIAMO I GIOVANI A VALORIZZARSI

di felice magnani

La forza di una democrazia sta nell’essere presenza, nel saper tracciare un profilo completo ed efficace della sua storia, nel seguire i cambiamenti senza mai perdere di vista le motivazioni vere e profonde che li hanno determinati, difesi, promossi e valorizzati. Si tratta di farli vivere, di dire con fermezza quello che si pensa, quali scelte siano giuste per ricomporre frammentazioni pericolose, operare sul fronte della collaborazione per mantenere ben saldo quel collante democratico che è la base e l’altezza di una società più giusta e intelligente. Da dove ricominciare? Una società che si rispetti riparte sempre dall’inizio, quindi dai giovani, da quella forza che per sua natura e predisposizione si determina per rilevare generazioni, usi, costumi, per rafforzarne di vecchi e proporne di nuovi, più adatti alla convivialità di un mondo che per sua natura è dinamico, muta, cambia in virtù di una costante rinascita della condizione umana attraverso le persone che la rappresentano. Si tratta di passaggi fondamentali. Il passato, proprio perché passato, ha bisogno di presente e soprattutto di futuro, ha un’estrema necessità di dimostrare che nulla di quello che è stato va perso, ma proprio per questo ha bisogno di rivisitazioni obiettive, di incontrare l’onestà intellettuale di chi sa scomporre e ricomporre con il giusto equilibrio e la giusta armonia. I giovani sono il futuro del paese, la parte nobile, quella alla quale dobbiamo dimostrare che la vita non è uno scherzo, una somma infinita di negatività o di punti interrogativi, ma ricerca costante di opportunità sintoniche con la legalità e la giustizia, con il diritto e con il dovere, con il massimo della fiducia nella forza rigenerante di generazioni che si preparano al governo della condizione umana. Per troppo tempo i giovani hanno subito le crisi di un sistema che non ha saputo accorgersi in tempo delle necessità e dei bisogni che avanzavano e che chiedevano quasi disperatamente di essere individuati, valorizzati, spronati, responsabilizzati. Forse non abbiamo capito abbastanza che nei giovani vibra con intensità l’energia del mondo, la voglia di essere e di fare, la fantasia e la curiosità, ce ne siamo dimenticati, perché non siamo stati capaci di cogliere l’operosa versatilità del pensiero e della sua straordinaria motilità creativa, abbiamo pensato moltissimo all’ ego, al benessere personale, salvo cadere in reiterate crisi depressive ogni volta che siamo stati tagliati fuori da un sistema di giudizio inaffidabile. Quando una democrazia perde di vista la propria identità e si lascia sopraffare dalla logica dei primati cade rovinosamente in una sorta di auto incensazione e divinazione in cui si imprigionano le forze della rigenerazione, quelle che sono predisposte per ricomporre, per ridare tono, energia, valore alla creatività umana. Spesso ci siamo accorti delle sue crisi nelle sue devianze, nelle sue difficoltà, ma in molti casi non siamo stati abbastanza bravi da portarne allo scoperto l’energia positiva, quella che si traduce in entusiasmo, operosità, fantasia, creatività, voglia di fare e di competere. E’ in una profonda e radicale riconsiderazione della storia che dobbiamo aprire spazi ai nostri giovani, consentendo loro di sentirsi protagonisti, evitando di parcheggiarli in una sorta di limbo dove diventa sempre più complesso e difficile animare di buoni propositi e di fiducia un’ identità già messa a dura prova dalla crisi della famiglia, della scuola e della società in generale.

 

LA SCUOLA, UNA COMUNITA’ COESA

di felice magnani

Si ha la netta sensazione che la scuola sia un altro mondo, che non interessi più di tanto, se non quando diventa teatro di eventi esplosivi che richiamano l’attenzione mediatica, come il tristissimo fenomeno del bullismo o quello di genitori che picchiano insegnanti o quello di giovani alunni che minacciano o peggio ancora menano insegnanti fragili e indifesi, lasciati in balia di disordini infernali. La scuola ha una profonda vocazione educativa, è il luogo in cui la società nasce, cresce e si sviluppa, aprendo le porte della consapevolezza etica, morale, sociale, civile e dove s’inizia a capire quali siano realmente i comportamenti da adottare per rendere più interessante e aperta la vita di relazione partendo dal valore della cultura, dalla sua capacità di modificare in meglio i comportamenti umani. Non tutte le opinioni concordano sulla valenza educativa della scuola, c’è infatti chi la vede e la pensa più come opportunità d’istruzione che non educativa in senso stretto, mentre c’è chi ritiene che le materie di studio abbiano una pluralità di risvolti che si legano sia alla conoscenza, alla formazione e che il tutto navighi sotto la stella dell’educazione. Mi è capitato spesso di leggere e commentare poesie e di aver colto gli aspetti educativi di una attività letteraria che si lega alla formazione di uno spirito attento alla sua vocazione espressiva, morale, sociale, politica e ambientale. Non c’è momento o attività culturale che non abbia una sua ricaduta sociale, che non riverberi nella capacità di creare nuovi contatti, proiezioni, pensieri o modi di essere. La scuola nella sua complessità e nella sua offerta copre l’anima del discente, del docente e quella della società in cui entrambi vivono e operano, in molti casi la mettono a nudo, ne scandiscono la ricerca, ne mettono a fuoco la tensione, ne ravvivano la proiezione, sviluppando parti di una cultura educativa che altrimenti rimarrebbe fuori dal circuito della ricchezza dell’essere umano e delle sue risorse. Nella scuola si compendia la propensione umana alla ricerca e alla conoscenza, c’è nel cammino scolastico il sale di una dimensione educativa che si esplica nella forza di una cultura aperta e solidale, capace di rinnovarsi e di rinnovare, di dettare nuove forme e nuovi contenuti, di approdare sempre a variabili formative di grande spessore umano. La scuola è sostanzialmente una comunità coesa, lo è nella misura in cui sa orientare con determinazione l’energia che porta dentro e quella con la quale viene a contatto. Il problema è che rimane spesso <a mezzo il guado>, non sa come partire e dove arrivare esattamente, si lascia condurre e fatica moltissimo a prendere in mano con decisione le redini di un rapporto educativo che è straordinariamente bello e suggestivo, ma che spesso non sa come uscire da un eccesso di sensibilità democratica, quella che se ben condivisa può essere argine alle mille incongruenze di un’ indisciplina diffusa. Orientare, responsabilizzare, far crescere il desiderio di imparare, di valutare, di studiare, sono aspirazioni sufficientemente propositive per creare un tipo di scuola che sappia dare risposte precise a un’umanità spesso in balia dell’incertezza, della voglia di sconfinare, di smaterializzare anche ciò che per anni ha retto il contrasto con varie forme di crisi esistenziale. Oggi la scuola avverte il peso di trasformazioni epocali e dove spesso non basta più definire e restringere il pensiero, bisogna lasciare che si tenda, che si liberi dai vincoli che lo hanno tenuto prigioniero del tempo. La scuola ha il dovere di superare il suo confine tradizionale, di approdare a liti in cui lo scontro diventa confronto, capacità di cogliere e unire la pluralità di messaggi che s’irradiano nel panorama culturale nazionale e mondiale. Forse è finito il tempo del piccolo mondo antico, della siepe dell’infinito, della vena malinconica, della forza e della bellezza del sapere individuale e ne sta iniziando uno in cui si guarda con più interesse alla globalità delle risorse e della creatività, un’epoca in cui la scuola si deve aprire, deve riavviare un’identità applicativa molto più ampia e molto più attenta, capace di competere con i fermenti antropologici e umanitari di un mondo molto più ampio di quello che abbiamo conosciuto.