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CHIACCHIERATE PEDAGOGICHE #2, #3

 

di felice magnani

Quanto conta l’educazione nella valorizzazione morale, culturale e sociale di un paese?

Se per educazione s’intende la capacità di saper condurre fuori e far conoscere la forza e la bellezza delle ricchezze che madre natura ci ha consegnato, credo che conti moltissimo e che possa cambiare in meglio non solo l’immagine, ma anche la sostanza stessa di un paese, conferendogli la capacità di potersi esprimere ai massimi livelli in tutti i campi e settori della vita civile. Purtroppo in questi anni si è pensato molto poco al ruolo riabilitativo e innovativo dell’educazione, alla sua straordinaria capacità di creare coesione, unione, convergenza, rispetto, la si è sempre vista e vissuta come una fastidiosa imposizione, come una sorta di matrigna con l’arroganza di voler determinare la vita altrui, di diventarne padrona, di volerla condizionare. In fondo anche l’esperienza scolastica si è preoccupata poco del risvolto disciplinare, lo ha sfumato per non farlo apparire troppo simile a cattive esperienze del passato, forse senza sapere che è proprio dal passato, da una lettura oggettiva del passato, che s’ impara a costruire il presente e il futuro. Ancora oggi se ti azzardi a voler riprendere qualcuno che viola o nega palesemente la legge, corri il rischio di essere preso a calci oppure di essere segnato a dito, perché la regola viene ancora vista come imposizione di un’entità totalitarista o, per usare una parola usata e strausata per fini e scopi politici, fascista. Anche l’educazione è vittima di un passato storico che di fatto non è ancora stato superato e che soffre moltissimo di una storicità di ritorno, legata nella maggior parte dei casi a interessi privati, di gruppo, di lobby o di furbizie varie. Non abbiamo ancora elaborato il passato, non solo, lo usiamo quando fa comodo e lo respingiamo quando non corrisponde alle esigenze del nostro egoismo. L’educazione è fondamentale, ha un ruolo importantissimo, ma deve essere insegnata e spesso deve anche essere imposta, non senza prima essere stata spiegata e applicata nell’esperienza concreta della vita quotidiana. C’è poi un aspetto fondamentale che in questi anni è stato ampiamente sottovalutato, l’esempio. Se ci guardiamo attorno con un minimo di spirito critico ci rendiamo conto che oggi mancano soprattutto gli esempi, la possibilità di capire e di far capire che a una parola corrisponde un fatto, un’applicazione pratica, concreta, che il risultato è sempre frutto di impegno. I giovani soprattutto osservano se gli adulti tengono fede alle promesse che fanno o se non usano invece  la malizia o la furbizia per fare tutto quello che vogliono. In questo ambito di esempi ne hanno tantissimi, diciamo che la cultura dell’esempio non manca, ma va inseguita, investigata, sdoganata, portata in luce, amata e apprezzata. Un sistema che non spiega, che non si fa carico di far capire concretamente l’importanza e il ruolo costruttivo dei valori, che non riporta l’attenzione della gente sulla forza trainante e manutentiva dell’esempio, non crea educazione, confina la natura umana in una sorta di dipendenza perenne. Riappropriarsi dell’educazione significa ridisegnare un’ appartenenza, un modo di essere, ridefinire dei rapporti, saper andare oltre i muri e i limiti di una condizione umana sempre più vittima di sotterfugi o carenze di vario ordine o natura. Dunque l’educazione conta moltissimo, è la base su cui fondare la felicità terrena delle persone.

Come mai se ne parla pochissimo?

Perché urta la suscettibilità individuale, quella che vorrebbe sempre far finta di niente, passare inosservata per poter continuare a fare quello che ha sempre fatto. L’educazione impone dei limiti, l’osservanza di regole comuni, impone uno stile di vita, il rispetto degli altri, l’idea che il benessere dipenda non soltanto dalla quantità di denaro che guadagni, o dalla carica che rivesti, ma da come fai le cose che devi fare, dallo spirito con cui le fai, dai significati che hai imparato attribuire ai gesti, alle parole, al modo di essere all’interno della comunità in cui vivi. Di solito si parla pochissimo di educazione perché si ha l’impressione di poterne fare a meno, salvo poi rammaricarci quando ruotando lo sguardo attorno ci si rende conto che ciascuno ha sviluppato una propria idea di libertà che non corrisponde affatto con quella comunitaria, quella che è stata insegnata a monte dalla nostra bellissima Costituzione italiana. In questo periodo di infatuazione europeista, ci siamo dimenticati chi siamo, della nostra bellezza, della cultura che respiriamo in ogni angolo della nostra Italia, abbiamo disimparato a dare un senso compiuto alle cose, alla storia, a tutto ciò che di importante e di meraviglioso ci è stato consegnato. Molto dipende dalle volontà, da chi è preposto al passaggio del messaggio educativo, tenendo presente che stiamo attraversando il periodo più complicato della nostra storia educativa, un momento in cui riesce oltremodo difficile capire chi comanda, cosa siano i ruoli, chi ne siano i rappresentanti, le competenze e soprattutto perché sia necessario fare determinate cose. Viviamo una sorta di arbitrarietà morale e istituzionale, dove ognuno costruisce la propria identità pensando che sia la miglior identità possibile. Abbiamo perso il desiderio di confrontarci, di parlare pacatamente, di chiederci se quello che facciamo è giusto, il perché lo facciamo e soprattutto quale fine e scopo diamo alla nostra vita. Abbiamo ciò smesso di porci domande, perché abbiamo capito che ci mettono in crisi, che rafforzano i nostri errori e per un italiano riconoscere i propri errori è davvero un peccato mortale, invece di essere una miracolosa liberazione e guarigione da tutto ciò che opprime. Chi ha il compito di parlare di educazione? Tutti indistintamente. In una società veramente democratica tutti si devono sentire parte in causa, devono sentire sulla propria pelle il valore taumaturgico di una buona base educativa e quindi dobbiamo sentirci impegnati a modificare in meglio le nostre tendenze e le nostre inaffidabilità. La famiglia dovrebbe tornare a essere luogo di crescita morale, sociale, culturale, dovrebbe promuovere le personalità e non soffocarle, dimostrando di essere la prima porta di accesso alla formazione di un cittadino che voglia crescere autonomo e cosciente. La famiglia riveste un ruolo importantissimo nella trasformazione di una società e nella costruzione di uno stato cosciente della propria storia. La scuola è il luogo privilegiato dell’assunzione, dove i valori diventano stili e dove s’insegna e s’impara a creare rapporti dialettici e costruttivamente validi con il mondo che ci ruota attorno.

Come mai in molti paesi l’educazione giovanile lascia a desiderare?

Viviamo momenti di grande trasformazione, in cui le piccole realtà nazionali che hanno avuto un ruolo decisivo nella costruzione delle democrazie occidentali, si trovano improvvisamente a essere sottovalutate, a dover sottostare a padroni lontani che ne determinano la cultura, l’economia, la socialità, i rapporti e le relazioni. C’è un mondo che si allarga a dismisura e che impone nuove regole, nuove leggi, nuovi stili, nuovi modi di essere. Il fenomeno della globalizzazione, quello di un europeismo estremo, dove chi comanda genera e chi entra in crisi soccombe, l’aver sostituito la cultura della socialità umana con quella delle banche, dell’economia e della finanza ha completamente stravolto la storia dei paesi, quella sana nazionalità genitoriale che abbiamo ereditato da nonni e bisnonni che per la nostra libertà hanno sacrificato la vita. In questo quadro esageratamente amplificativo il nostro sistema culturale è andato perdendo la sua forza costitutiva, abbiamo perso il contatto con il nostro modello educativo, quello che ha caratterizzato la nostra vita subito dopo la seconda guerra mondiale, quando si è trattato di ricostruire rapporti e relazioni, valori e regole, leggi e modelli. Quel sistema fioriva da ogni parte, in virtù di ordini religiosi molto attenti ai temi della crescita educativa, a una scuola ben strutturata e molto ben articolata e soprattutto a valori familiari consolidatisi nel periodo della rinascita economica e sociale del paese, sono andati scemando, perché è venuta a mancare quella spinta nazionale che aveva catalizzato la forza reattiva e creativa del paese. L’essere entrati in ambiti più ampi, non più direttamente controllabili, ha creato una sorta di frammentarietà degli interventi. Ci si rendeva conto che il problema della rinascita era anche di convinzione morale, di capacità di fare e produrre cultura, di potenziare quei livelli di italianità che le lotte avevano pianificato. Spesso il concetto di educazione è passato in second’ordine, si è tentato di sottrarlo alla sovranità di quella condotta disciplinare che aveva caratterizzato le forme e gli eccessi del ventennio. Come spesso succede, dopo periodi caratterizzati da un tipo di disciplina imposta, con regole molto precise, ci si addentra in ambiti in cui le mutate condizioni economiche e una maggiore libertà d’azione consentono di vedere il mondo con occhi più  tolleranti, dove spesso la disciplina si contrare e lascia il posto all’idea che la democrazia e i suoi valori debbano nascere e prosperare secondo una condizione referenziale auto costruita e non imposta. Il pericolo è che si rischi di cadere nell’eccesso opposto, dove la libertà diventi libertinismo e dove l’educazioni assomigli sempre di più a un modo del tutto personale di osservare il mondo. La crisi delle autorità, quella familiare, quella sociale, quella culturale, la crisi dei ruoli e delle istituzioni, l’idea che tutto si potesse conquistare senza dover sottostare a regole troppo invadenti, ha creato una sorta di anarchismo educativo in cui hanno preso posto un po’ tutti, soprattutto chi non aveva sufficientemente maturato il senso di responsabilità morale. Oggi si ha paura di tutto, si cerca sempre di girare intorno, di non affrontare i problemi, di crearsi alibi, di farsi i fatti propri, pensando che i problemi li debbano sempre risolvere gli altri. Abbiamo perso la consapevolezza individuale dell’educazione e così agiamo sotto l’impulso di ciò che fa comodo, che non crea problemi, non riuscendo così a fornire ai giovani l’attrezzatura necessaria per superare i muri e per scavalcare gli ostacoli. Siamo prigionieri delle nostre inadeguatezze e così viviamo una sorta di castrazione morale che impedisce alla volontà di essere quella che dovrebbe, attenta fautrice di conoscenza e di applicazione. Insegnare l’educazione non è facile, ma è un esercizio che va fatto in modo sistemico. In molti casi lo si dà per scontato o si pensa che possa riguardare un momento o una situazione particolare, in realtà l’esercizio educativo deve diventare sistema, forma e sostanza, deve informare l’azione della persona, diventarne strumento distintivo, solo così è possibile costruire una comunità consapevole e responsabile, capace di affrontare i problemi nella loro dimensione sociale. Scuola e famiglia devono tornare a educare, a esprimere al massimo livello la loro sostanza etica, la loro missione educativa e formativa, devono ricostruire modelli che con l’andare del tempo si sono frantumati e dissolti, devono soprattutto ricordarsi che l’autonomia e l’indipendenza si fondano su spiriti liberi che sanno posizionare sempre, consapevolmente, la loro visione e la loro missione nel mondo.

Ai suoi tempi com’era l’educazione? Quali le differenza tra il passato e il presente?

I tempi cambiano, le modalità di approccio anche, ma ci sono elementi che non cambieranno mai, perché sono materia costitutiva di una realtà consolidata nel tempo. Il rispetto, ad esempio. Rispettare se stessi e rispettare gli altri significa aver capito chi siamo, quale missione abbiamo, quali sono i principi su cui si deve reggere una condizione, un modello, un sistema, significa soprattutto gettare le basi per un raccordo che investe il senso di responsabilità individuale e collettivo. Ai miei tempi l’educazione era meno scienza e più coscienza, la fonte di approvvigionamento risiedeva nella tradizione, nell’esperienza, nella certezza che quei valori erano indispensabili, erano la base su cui appoggiare il cammino esistenziale. Chi aveva vissuto di persona i fenomeni della guerra, delle carestie, delle povertà, della fatica del lavoro, dell’incertezza quotidiana cercava di applicare l’educazione degli affetti al massimo livello e in questo caso la famiglia nella sua dimensione economica, sociale, morale e formativa diventava il centro della vita, il luogo in cui coniare e promuovere quei valori che sarebbero poi diventati il punto di partenza e di arrivo di una società decisa a uscire dalle ristrettezze di una vita molto spesso privata della sua libertà cosciente. L’educazione di una volta era piuttosto rigida, nel senso che le regole erano regole per tutti e ciascuno aveva il suo piccolo o grande carico di responsabilità da gestire e da distribuire. La famiglia e la scuola avevano un ruolo decisivo, un ruolo ampiamente riconosciuto e alla cui fonte era un dovere attingere per essere e diventare cittadini migliori. La rigidità disciplinare rientrava nella storia di un sistema in cui l’obbedienza non era solo ascolto, ma imposizione, dovere. Disobbedire significava sovvertire un ordine e nessuno si sarebbe sentito autorizzato a farlo, perché sapeva benissimo quello a cui sarebbe andato incontro. Il silenzio ad esempio era un esercizio quotidiano, una ginnastica del cuore, del corpo e della mente, l’allenamento che avrebbe dovuto permettere di conoscere meglio se stessi, il proprio carattere e soprattutto alimentare i livelli di concentrazione nelle cose da fare. Sia i rapporti familiari, sia quelli sociali erano improntati a varie forme di rispetto: il voi, il lei, il prego, il grazie, l’aiuto dato senza essere richiesto, la varie forme di solidarietà sociale, una comunicazione semplice ma efficace, capace di mettere in evidenza le difficoltà della vita e di consentire di trovare insieme delle soluzioni. Il lavoro era un canale privilegiato per sentirsi impegnati. Si lavorava non solo per una questione di carattere costituzionale, ma per aiutare, per dare una mano, per far sentire meno pesante la fatica, per dimostrare il senso di un orgoglio e quello di una fierezza. I rapporti umano erano umani proprio perché le persone mettevano in campo tutte le loro forze e le loro capacità senza chiedere contropartite, il gesto o la parola erano figli di una vocazione naturale, di un rispetto che andava oltre la sua natura etica o sociale. L’ordine era fondamentale, ovunque bisognava distribuire con buon senso, responsabilizzando, soprattutto con la forza dell’esempio. Quando non sapevi cosa fare aiutavi, cercavi di darti da fare, ti mettevi in gioco e ti sentivi più grande, coinvolto, entravi così a pieno titolo nel cuore delle dinamiche sociali e ti rendevi conto che alla base di ogni conquista c’erano la volontà, l’educazione, la passione, l’impegno, il dare senza dover per forza credere. I migliori lavoratori sono stati quelli che hanno saputo soffrire prima di raggiungere i livelli desiderati. Nessuno ha mai regalato niente e se qualche volta è successo è perché c’erano condizioni molto particolari che avevano bisogno di qualcosa in più. I problemi ci sono sempre stati, le incomprensioni anche, ma la società trovava sempre il modo di appianare, di togliere di mezzo i muri, di rafforzare la dimensione sociale della vita. L’istinto della natura umana, anche nelle sue versioni più accentuate, veniva sempre contemperato da una predisposizione naturale alla solidarietà sociale, in cui si componevano le questioni, anche quando sembravano irrisolvibili. Anche ai miei tempi l’educazione non era sempre convergente e omogenea, risentiva molto di una certa appartenenza, aveva una sua consanguineità, ma alla fine si impregnava naturalmente di quella sostanza sociale che faceva rifiorire sempre gli aspetti autorevoli. Credo di poter affermare che l’educazione non abbia perimetri o confini o spazi troppo angusti entro i quali esercitare la sua funzione, ma sia figlia di una comunità che sappia interpretare e vivere con attenzione la propria identità, cosciente del ruolo che le è stato affidato. Ribadisco che il punto di partenza dovrebbe essere l’esempio, la capacità di dimostrare che dietro a ogni conquista morale, sociale, culturale o educativa ci siano coscienza, consapevolezza e tanta tanta convinzione nella capacità umana di migliorare il proprio stato.

Parliamo di maleducazione in generale. Che cosa si può fare per cercare di dare un volto più educato alla società?

Sviluppare al massimo l’impegno di ciascuno. Ogni persona deve sentirsi parte fondamentale di una grande avventura, nella quale ha il compito di svolgere con impegno e con amore i doveri che gli sono stati assegnati. Da cosa nascono i doveri? Forse dall’idea che una comunità unita, solidale, attenta e collaborativa potrà essere più capace di risolvere tutti quei problemi che s’incontrano nel cammino della vita. Certo la prima cosa da fare è quella di fare in modo che le persone sappiano esattamente quali siano questi doveri e come bisogna agire per metterli in pratica, per realizzarli. In questi ultimi anni ci siamo abituati a sentir parlare di diritti e ci siamo convinti che tutto o quasi fosse dovuto. Ci siamo aggrappati al diritto come a una sorta di ancora di salvezza, ma non abbiamo assaporato fino in fondo la bellezza della conquista. Di solito le conquiste non sono mai semplici, implicano una grande convinzione e soprattutto l’idea condivisa che quello che facciamo abbia una pubblica utilità, serva a consolidare e a potenziare la vita stessa di una comunità, che altrimenti rimarrebbe vittima di un pragmatismo arbitrario, in cui ciascuno opererebbe per fini e tornaconti personali. Dentro questo straordinario complesso di reciprocità si giocano convinzioni fondamentali, come ad esempio la certezza che collaborando le cose possano andare meglio. In molti casi è venuta a mancare una coscienza dei problemi, li si sono osservati e affrontati più come ostacoli alla realizzazione personale che come errori sui quali riflettere con molta attenzione per poterli risolvere e iniziare così una nuova vita. Oggi è invalsa una strana modalità, quella di guardare sempre nel piatto dell’altro, invece di cercare di guardare nel nostro, di fare quella che un tempo era considerata la via d’accesso a una sana rigenerazione introspettiva: l’autocritica. Sapersi autocriticare significa mettersi in gioco, non far finta di non vedere i propri difetti, ma andarli a cercare e lavorarci sopra per risolvere i problemi. Per fare questo però occorre essere franchi e severi con se stessi, di solito la rigenerazione parte sempre da un esame che non ammette cedimenti o flessioni di natura arbitraria. Viviamo in una società che riflette poco e che non ama mettersi in gioco, preferendo in genere spettegolare sugli altri. Puntare sugli altri è più facile, ci toglie la paura di non essere all’altezza, di essere bisognosi di aiuto o di comprensione, di essere persone che sbagliano e che hanno bisogno, ci dà molto fastidio ritornare a essere un po’ bambini che hanno bisogno della mamma. Così facendo però non cresciamo, rimaniamo ancorati a forme astratte di idealismo che non trovano radicamento, rimanendo spesso prigionieri dell’utopia. Per capire la maleducazione bisogna smettere i panni di un servilismo di maniera e indossare quelli che ci consentono di apparire per come siamo veramente, persone che hanno dei bisogni e delle necessità per la cui soluzione c’è bisogno di qualcuno con cui confrontarsi. In buona sostanza abbiamo bisogno di quello che ci avevano insegnato i sacerdoti, da ragazzini e cioè che prima di poter accedere alla Comunione bisognava sottostare all’esame di coscienza e quindi alla Confessione. Esame di coscienza e Confessione, due passaggi fondamentali per riannodare le fila, per rimettersi in carreggiata con uno spirito nuovo, meno esigente ed egoista, più altruista, più rivolto alla sfera oggettiva, più sintonico con le attese della vita. In questi anni ci siamo costruiti un mondo ideale, pensando che bastasse avere una bellissima Costituzione e che il peggio fosse passato. Abbiamo anche pensato erroneamente che una democrazia, per essere una vera democrazia, dovesse basarsi su un’ incontenibile libertà e così a poco a poco abbiamo eroso ogni forma di limite, abbiamo deciso che fosse meglio evitare di vivere secondo regole che ci avrebbero costretto a fare i conti con la coscienza, limitando di fatto il nostro campo d’azione. Abbiamo accantonato la coscienza, ritenendola la peggior nemica della nostra libertà. Diminuendo la forza morale della coscienza tutto ha assunto un volto diverso, ci è sembrato di capire che vivere sarebbe stato più facile, non avremmo dovuto fare i conti tutte le volte con qualcosa che ci avrebbe impedito di agire e di vivere liberamente. E’ sul concetto di libertà che ci siamo persi, perché avendone troppa non siamo più stati capaci di capire esattamente che cosa fosse giusto e che cosa sbagliato, abbiamo perso di vista l’idea di giustizia, di legalità, abbiamo abolito le differenze, fino ad illuderci che fossimo tutti uguali anche sul piano delle specificità umane, come i sentimenti, gli affetti, i modi e le strategie con cui dare un senso compiuto alla vita. Strada facendo ci siamo resi conto che tutta quella libertà alla quale ci eravamo aggrappati non era altro che una estrema forma di egoismo e che strada facendo aveva perso di identità, nessuno più sapeva riconoscerla e valorizzarla, era diventata una vera e propria nemica del genere umano. Una società, per essere sana, ha bisogno di regole su cui appoggiare il proprio stato di necessità e la propria fragilità, ha bisogno di sentirsi ben configurata, ben protetta, ben capace di dare risposte alle domande che la vita impone senza mezzi termini e con estrema determinazione. Una società sana sa distinguere, sa prendere delle decisioni, sa distribuire con intelligenza la propria ricchezza e, soprattutto, non si fa mettere sotto, ma è capace di prevenire e di orientare, sa formulare proposte, sa dunque determinare il suo futuro senza cadere nell’ipotesi di un qualunquismo e di un fatalismo di comodo. La maleducazione si nota soprattutto là dove la cultura avrebbe dovuto fare la differenza e dove le democrazia avrebbe dovuto educare, formare, orientare e istruire. Oggi paghiamo lo scotto di un eccesso di tranquillità e di sicurezza, ci sentiamo troppo appagati e sicuri, ci siamo trincerati nella nostra nicchia convinti che sia il luogo più sicuro contro le offensive di un mondo uscito dai suoi confini naturali. Stiamo pagando errori di natura umana, politica, culturale, sociale, perché non siamo stati e non siamo tuttora sufficientemente previdenti, non abbiamo saputo e non sappiamo tesorizzare e guardare avanti, prevedere, senza abbandonare il buono che abbiamo capitalizzato. Abbiamo persino immaginato che la moneta potesse prendere il posto di un’ umanità alla ricerca del proprio cuore, abbiamo avuto l’ardire di parlare il linguaggio matematico mentre i popoli del mondo stavano morendo a causa di guerre, di povertà, di desertificazione umana, ci siamo dimenticati che l’essere umano è prima di tutto alla ricerca di affetto, di comprensione, di attenzioni e quindi di amore. Se non impariamo questo non capiremo niente delle necessità e dei bisogni delle persone sparse nel mondo. Tornare a educare è ripristinare un’attenzione verso se stessi e verso quella comunità nella quale abbiamo il dovere di esprimere al massimo livello la nostra identità.

 Mi scusi, come giudica le migrazioni di massa che caratterizzano il nostro tempo?

Premetto che un giudizio, per quanto oggettivo, non sia mai onnicomprensivo o esaustivo al punto da escludere ogni forma di soggettivismo o di un eccesso di interpretazione personale dei fatti. I giudizi dipendono da moltissimi fattori, che possono essere di natura etnica, culturale, caratteriale, sociale, linguistica, religiosa, in ogni giudizio c’è una parte di noi che deve partorire non solo criticità, ma anche proposta, duttilità, obiettività e capacità orientativa. Mi permetto di dire che un giudizio deve avere dentro di sé la forza e la volontà di costruire, di fare, di proporre, di essere alternativo agli errori che la natura umana commette di frequente. Le migrazioni di massa ci sono sempre state, hanno coinvolto persone in tutto il mondo, hanno fatto capire che non esiste una fissità etnica o geografica e che i popoli si muovono sistematicamente alla ricerca di condizioni umane più adatte per vivere. Si tratta di fenomeni ciclici, che si rincorrono a distanza, per cui il mondo ha un suo archivio storico e una sua capacità di poter prevedere e provvedere. Certo gli archivi non devono diventare musei della cementificazione umana, ma luoghi in cui la storia conserva una sua contemporaneità, soprattutto quando le situazioni ne prevedono la documentazione e la consultazione. Immaginare che i fenomeni non abbiano una natura dinamica significa avere una visione ristretta e limitata delle cose, non sapere o non capire che  c’è sempre una reiterazione dei fenomeni, anche quando crediamo che siano stati archiviati per sempre significa non essere al corrente di ciò che il mondo ci chiede. Chi è abituato a non lasciarsi cogliere di sorpresa alimenta una conoscenza progressiva, che non si ferma al risultato raggiunto, ma che avvia procedure di comprensione e di proposta che vanno oltre le dinamiche del presente. Sui fenomeni migratori si è detto e si è scritto molto, esiste un’ampia letteratura che ha coinvolto istituzioni laiche e religiose, culture, popolazioni e luoghi. Esiste, ma probabilmente non le è stato riservato il posto che avrebbe dovuto avere e così ci siamo lasciati sorprendere sia come Italia e sia come Europa. Questa carenza e in taluni casi mancanza di avvedutezza storica risulta ancora più grave perché con quei mondi che oggi  attraversano i nostri paesi e le nostre città abbiamo avuto impatti difficili nel passato, basti pensare alle varie forme di colonialismo e di guerre che hanno distrutto e modificato ordini umani, culturali, religiosi e sociali. La storia, proprio perché archivio e commisurazione di fatti, non è un libro chiuso, un’area desertica in cui confinare ciò che non ci piace o che turba le nostre coscienze. Con la storia dobbiamo mantenere un dialogo aperto e costante, fatto di scambi o critiche che non devono ripiegare su forme superate di protezionismo, ma posizionarsi su forme concrete di analisi e di confronto, per cercare di cogliere e possibilmente di anticipare ciò che potrebbe accadere. Questa migrazione di massa colpisce non tanto per il fenomeno in sé, quanto perché non viene vissuta e trattata secondo una consolidata etica migratoria, che ci ha visto protagonisti in diverse parti del mondo, in epoche diverse. In fondo la politica dovrebbe servire anche a questo, a capire che cosa avverrà, mettendo in campo una macchina realizzativa capace di dare risposte concrete al futuro. Il problema migratorio è un immenso problema, investe i paesi di provenienza, quelli dai quali i migranti si allontanano, favoriti in molti casi da organizzazioni che sfruttano le migrazioni a proprio vantaggio. L’allontanamento ha cause diverse, risiede in primo luogo nell’incapacità dei paesi di provenienza di dare vita a forme di governo che sappiano andare incontro ai bisogni e alle necessità delle loro popolazioni. Dunque c’è qualcosa che non funziona in chi dovrebbe avere a cuore la sorte della propria gente. Quali le ragioni? Sono tantissime, alcune di natura fisiologica, altre legate alla sopravvivenze materiale, altre ancora legate alla paura delle guerre, a povertà che non si risolvono e che costringono intere popolazioni a cercare fortuna altrove, a vecchie forme di colonialismo che invece di evolvere attecchisce con modalità diverse ma non meno distruttive. Il problema vero è che il fenomeno migratorio si è trasformato in business, c’è infatti che lucra sulle aspirazioni dei poveri. E’ in questo quadro che la cultura occidentale dovrebbe dimostrare la propria energia, la propria capacità di saper ordinare, orientare, costruire, è in casi come questi che si vede se il mondo si è preparato a sostenere le difficoltà, ha messo a punto strategie adeguate per contenere o risolvere le mille difficoltà che lo assillano. Il mondo della cultura e del perbenismo, quello della ricchezza e delle fonti di approvvigionamento hanno il compito di affrontare il problema senza creare ulteriori frammentazioni, cercando di dare risposte a fenomeni che rientrano nella riconversione umana, nella ricerca di nuovi spazi in cui riabilitare identità che sono state svilite e distrutte. I popoli della fame hanno bisogno di risposte e le risposte arrivano quando l’impegno per risolvere i problemi è unanime, quando esiste una volontà comune che va oltre gli interessi e le convenienze. La storia migratoria di questi anni dimostra quanto siamo impreparati e quanto la politica abbia bisogno di rinnovarsi. Non sono più i tempi in cui i governi possono permettersi soluzioni temporanee, i problemi vanno studiati e risolti adottando criteri scientifici, fortemente connessi alla natura umanitaria del problema. Forse non basta più approntare campi, ma occorre mettere in campo una politica della ricerca e della comprensione che  vada oltre, che sappia cogliere e individuare le esigenze vere degli esseri umani. I problemi di cui siamo stati e siamo spettatori denotano un’assoluta mancanza di profezia politica, di un impegno che vada oltre i muri e le convenienze e in cui il bene dell’uno corrisponda a quello dell’altro. Il mondo ci chiede una ridistribuzione della ricchezza, di essere più attenti e preparati a gestire la nostra vita e quella dell’umanità, di saper guardare avanti con coraggio, senza lasciarci intimidire da tutto ciò che tende a limitare, a confinare, a impedire che la storia possa cambiare in meglio per tutti, nessuno escluso. Superare le barriere, gli steccati, le diversità, ripianare le differenze, sono tutti passi che vanno fatti per impedire che si possa anche soltanto immaginare che il mondo in cui viviamo sia una proprietà privata che ciascuno possa gestire autonomamente senza pensare agli altri. Coltivare il sogno di possedere anche solo temporaneamente una proprietà privata per i propri bisogni può essere accettabile, ma con la convinzione morale che nulla appartenga in misura definitiva e che ad ognuno venga riconosciuto il diritto di poter dare un senso alla sua presenza, alla sua natura e ai suoi bisogni. Mai come ora abbiamo potuto toccare con mano l’impreparazione materiale, sociale, morale degli stati ai quali tocca di dare risposte al fenomeno migratorio. La politica si ferma e si arena, non sa quali risposte dare e allora si avvita nelle proprie idee, nei propri ideologismi, nelle proprie filosofie, dimostrando quanto la sorte degli esseri umani sia legata a varie forme di solidarietà sociale, quando invece dovrebbero rientrare in un assetto costituzionale ben definito e valido per tutti. Forse è arrivato il tempo che gli stati delle culture avanzate chiamino a raccolta quelli delle opportunità mancate e che insieme cerchino le soluzioni opportune. Dunque il fenomeno migratorio è costitutivo della storia e, proprio per questo, va affrontato e risolto con politiche di contenimento e di rilancio, che sappiano leggere senza ipocrisie quella voglia di umanità che transita almeno una volta nei cuori e nelle menti della persona umana.

Cosa pensa della illegalità, pratica molto diffusa nel nostro paese?

Spesso i problemi, prima di diventare grandi, sono piccoli e nessuno li prende sul serio, è come se non avessero un peso e fossero quindi destinati a risolversi da soli, senza bisogno di avere quell’attenzione che si riserva ai grandi. Il problema vero però è che i grandi, all’inizio sono talmente piccoli che non destano preoccupazione, per cui l’atteggiamento più comune è: “Lascia perdere, non è il caso, va bene così, vedrai che si risolverà tutto”, insomma si cerca sempre di minimizzare, di sdrammatizzare e in molti casi di far finta di niente. Il problema vero è che la gente spesso non vede, non perché sia cieca, anzi, vede benissimo, ma non sa più andare a fondo nelle cose, non è preparata a capire il senso, si limita a vedere quello che vuole, quello che fa comodo, accetta tutto, infarcendo il tutto con la paura, il timore delle ritorsioni, un quieto vivere che ha tutta l’aria di un abbandono. Di solito l’illegalità nasce proprio da una sottovalutazione o da una sopravalutazione, dall’idea che tanto non importi niente a nessuno e che comunque andrà come dovrà, accompagnando così la vita verso varie forme di fatalismo e di qualunquismo. Manca la forza coesiva di un’educazione permanente, un’occasione per mantenere vivo quel piccolo budget costituzionale che ci è stato consegnato da una famiglia e da una scuola validissime istituzioni, ma non sempre all’altezza della situazione. Viviamo un’epoca in cui la gente crede di sapere ma in realtà non sa, crede di essere educata ma in realtà non lo è e tutto questo nasce da una superficialità di fondo, dove tutto, in particolare l’illegalità, trova svariate forme di tolleranza che invece di dissuaderla la fanno crescere al punto che diventa intoccabile o quasi, tanto da diventare difficile da individuare e perseguire, perché si riproduce e si trasforma rapidamente, non teme confronti, è intollerabile al buon senso, alle leggi e all’educazione. Si ha la netta sensazione che ciascuno promuova il suo livello di democrazia o il suo totalitarismo o la sua legge e guai metterla in discussione, non esiste più una piattaforma comune da cui partire per creare una rete solidale e, soprattutto, non esiste più l’autorità vera, quella che ti impone senza mezzi termini il rispetto delle regole. L’illegalità non è solo la corruzione, quella che appare sistematicamente sui giornali o alla tv, ma è anche quella che incontriamo nelle nostre vie, nelle nostre piazze, nei nostro oratori, nelle nostre famiglie, quella che si consuma ogni giorno davanti ai nostri occhi esterrefatti e di fronte alla quale nessuno dice niente o quasi, perché lo stato in cui siamo costretti a vivere oggi è uno stato di paura, dove basta un niente per cadere sotto i colpi della ritorsione o della non comprensione. L’illegalità non ha più età, la puoi trovare ovunque e a buon mercato. Ogni stagione ha le sue illegalità, ma il problema vero è che diventa oltremodo pericoloso combatterla, perché il senso civico è limitato e l’autorità o è tendenzialmente e furbescamente complice o prende le distanze e fa finta di niente. Il fronte dell’educazione esiste, ma non ha la forza necessaria per essere riconosciuto e tutelato, a tratti sembra persino un peso sociale, qualcosa che sminuisca il desiderio di arbitrarietà che cerca di farsi largo in ciascuno. E’ illegale rubare, corrompere, truffare, prevaricare la legge, mancare di rispetto. Le vie della illegalità sono infinite, ma nonostante tutto è sempre più difficile insegnarla, poter dimostrare che la bellezza di un modello di vita non sta nell’abusivismo libertario, ma nella capacità di  sapere che cosa sia giusto e che cosa non lo sia, quali siano i principi su cui costruire una vita giusta, bella e armoniosa. Il consumismo ha contribuito moltissimo a far decadere il livello legalitario, ha diffuso infatti l’idea che bastasse avere dei soldi da spendere per essere bravi e onorati cittadini. Il consumismo ha diffuso la pratica di un arrivismo scriteriato, cancellando ogni forma di meritocrazia e di buona condotta morale. Tutto diventa lecito pur di raggiungere il proprio tornaconto. Un eccesso di consumismo ha sistematicamente cancellato tutto quello che la società post bellica ha costruito con grandi sacrifici, cercando di dimostrare che alla base di tutto dovevano esserci valori come l’impegno, la serietà, l’ordine, il rispetto delle regole e la solidarietà sociale. Il consumismo ha messo al centro il prodotto e la produzione, relegando l’essere umano in una sorta di limbo sperimentale da cui non riesce più a staccarsi. Oggi risulta estremamente difficile riattivare la legalità, riproporla come strumento di riedificazione, come punto di partenza per la costruzione di una società morale, in cui il cittadino si senta protetto, promosso, valorizzato, ma è un impegno che va preso e portato avanti con estrema determinazione, se vogliamo lasciare una testimonianza di pulizia e di ordine sociale ai nostri figli e ai nostri nipoti. Bisogna che le istituzioni si occupino meno di euro e più di umanità, meno di rivalse e di diatribe politiche e più di educazione civica e di rispetto, bisogna che le famiglie e le scuole siano fortemente impegnate sul terreno della ricostruzione educativa di un paese che soffre ancora di vincoli e di complessi che gli rendono difficile la vita. Snellire, semplificare, sburocratizzare al massimo, ridare fiducia, smetterla di insultare, intimorire, prevaricare, combattere la delinquenza e la malavita organizzata, rimettere in carreggiata l’efficienza di uno stato che soffre di complessi di inferiorità e che non sa più in quale direzione orientare la propria intelligenza e la propria creatività.

Quanto conta rivalutare l’educazione?

Moltissimo. L’educazione ha una valenza fondamentale in tutti i settori della vita, privata o pubblica che sia. Un paese ben educato, cosciente del proprio valore e dei propri mezzi ha la capacità di rinnovarsi, di rimettere in moto un motore che il tempo e l’usura hanno in parte messo fuori combattimento. Chi ha occhio sulle cose si rende conto che il sistema delle relazioni sociali e quello della comunicazione a tutti i livelli hanno perso di autorevolezza. Un’errata interpretazione della condizione democratica, fondata su un eccesso di flessibilità e di arbitrarietà gestionale, dove tutto o quasi trova sempre una giustificazione, ha creato varie forme di spaesamento e di disorientamento. Oggi le persone faticano a capire, a rendersi conto di quale condizione stiano vivendo, in molti casi non sanno più distinguere il bene dal male, ciò che è lecito da ciò che non lo è, perché c’è sempre qualcuno che smonta, minimizza, assolve senza spiegare fino in fondo il perché di certe soluzioni e perché il senso di responsabilità individuale, così fondamentale, non riesce a fare breccia nella mente e nel cuore delle persone. Giustificare sempre non crea democrazia, amplificare la libertà fino all’eccesso non giova alla libertà, né a quella personale né a quella comunitaria. I valori dati in pasto alla commercializzazione democratica non si elevano, non evolvono, si pianificano, si fossilizzano, non hanno più ali per volare, per librarsi in volo, ma restano prigionieri di strategie inventate da chi tenta sempre di adeguarli alle proprie richieste. L’educazione intesa come rispetto di un sistema di regole che sovrintende le nostre azioni è il sale di una democrazia compiuta, dove tutto risponde a finalità collettive, a stili di vita che richiedono osservanza, rispetto, adesione, comprensione, ma anche una forte volontà attuativa. La società in cui viviamo si lascia spesso sorprendere da chi si fa scudo della democrazia, da coloro che minimizzano sempre per svuotare l’educazione democratica e finalizzarla alle proprie mire, a ciò che fa comodo. L’educazione non è comodità, ma impegno e in qualche caso anche fatica. Osservare le regole comunitarie non è cosa da poco, ma richiede intelligenza, razionalità, capacità critica, fede nel bene comune, nella capacità degli esseri umani di collaborare, di unirsi nella pratica dell’onestà e della lealtà, operare insieme per migliorare la nostra condizione umana. Le devianze diseducative partono sempre da condizioni di non chiarezza, in cui si annidano varie forme di accondiscendenza e di interessata disonestà, lo vediamo quotidianamente grazie anche alla martellante azione informativa dei mezzi di comunicazione di massa. Oggi diventa difficile anche soltanto dire: “Hai sbagliato”, ci troviamo nella condizione che pur di salvaguardare la nostra incolumità personale siamo costretti ad accettare tutto, anche quando siamo oltremodo convinti che quel tutto sia illegalità spacciata per bontà e generosità, qualunquismo spacciato per buonismo. Il buonismo non è una forma educativa convincente, non crea cultura, serve solo a tentare di creare una temporanea tregua, per continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto. La maleducazione strozza la visione, la rende incolore, priva di slancio, la cementifica, trasformandola in logo museale, fa comodo ai potenti, agli arroganti, ai maleducati, a tutti coloro che per non perdere di vista i propri interessi sono sempre pronti a mettere in campo predicazioni e panegirici che non hanno nulla di vero e di umanamente valido. La maleducazione è sempre frutto di chi ha lasciato correre facendo credere che il tempo e la storia fossero sempre dalla parte del buon senso, senza peraltro immaginare che tutto, anche il minimo, rientra in una fermezza cautelativa che prende forma grazi a un comune sistema di regole da osservare e rispettare. Chi pensava che la democrazia fosse solo un fatto politico si sbagliava, l’ha sottovalutata e così facendo l’ha resa fragile, incolore, facilmente biodegradabile, l’ha svilita, togliendole quella fierezza e quell’orgoglio che la rendevano fiduciosa e convinta di poter fare qualcosa di utile e di bello per una società senza presente e senza futuro. Certo sarebbe auspicabile che ciascuna persona avesse coscienza della propria condizione, dei diritti e dei doveri che la governano, sarebbe oltremodo utile e moralmente stabile se ciascuno applicasse la propria dose di convinzione educativa alle cose che pensa e a quelle che fa, forse non avremmo bisogno di sentir urlare, inveire, offendere, minacciare, forse ci sentiremmo uomini e donne diversi, meno rassegnati e più sicuri, più capaci di realizzare la nostra porzione di felicità, senza calpestare quella degli altri, ma il terreno va arato, coltivato, protetto, conservato, seminato, concimato, senza demordere mai, perché è nella lungimiranza del contadino che alla fine c’è pane per tutti. Riedificare è fondamentale, ma per farlo occorre essere convinti e soprattutto è necessario aver imparato la lezione, con la speranza che  è dall’impegno determinato di tutti che può nascere una società più attenta e capace di mettere in pratica quei valori che sono il sale di una democrazia matura, vera, compiuta, che non teme di dire si o no, all’occorrenza, senza cadere nelle beffarde strategie di chi vorrebbe addomesticarla e renderla sempre più simile alla propria disonestà.

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