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EDUCAZIONE - SAGGI BREVI

PENSIERI SULL’EDUCAZIONE

di felice magnani

Che tipo di educazione potrebbe essere quella ideale? E’ molto difficile dirlo, perché non esiste un’educazione ideale al punto da essere universalmente riconosciuta e rispettata, ma esiste l’educazione come fonte a cui attingere per migliorare le condizioni di salute di una comunità, piccola o grande che sia. In che modo? Definendo una linea di condotta comune, di cui tutte le agenzie educative si riconoscano responsabili. Uno dei problemi maggiori al riguardo dipende proprio dal fatto che ciascuno tende ad applicare una propria visione, pensando che sia la migliore di quelle possibili. I contrasti e gli antagonismi che caratterizzano il nostro tempo dipendono dall’incapacità o dalla non volontà di creare linee di condotta comuni sulle quali appoggiare un sistema di confronto e di dibattito educativo efficace. Viviamo il tempo di un assolutismo personalizzato in cui ci si rifugia e ci si raccoglie ogniqualvolta vediamo messe in pericolo le nostre presunte certezze. Ci siamo costruiti un fortilizio dentro al quale nessuno può accedere, salvo incorrere nelle ritorsioni di turno. E’ in questo individualismo che si consuma l’educazione civica generale, quella che dovrebbe risanare  l’ambiente, riconsegnando a ognuno il proprio livello di responsabilità. Se parli con dei cittadini ti diranno quali secondo loro dovrebbero essere le cose giuste da fare per migliorare il sistema educativo, ma il problema vero è che ciascuno rivendica una propria leadership in merito, nessuno accetta di recedere per accogliere o mettersi in discussione o cercare di comprendere la necessità di coordinarsi e collaborare per agire in modo sintonico con gli altri. Ciascuno rivendica la propria verità e la ritiene sacrosanta. Il punto è che spesso ci trova di fronte a un fuoco di sbarramento oltre il quale è impossibile andare. Dunque si tratta di ricominciare? E da dove? Due potrebbero essere le soluzioni o entrare nella convinzione dell’utilità di un sistema di educazione permanente obbligatoria per tutti, grandi e piccoli o iniziare dalla scuola primaria con iniziative mirate, trovando qualche éscamotage per chi ha ormai raggiunto la maggiore età. Ritrovare il senso di un’educazione comunitaria è fondamentale per dare senso a quei principi e a quei valori che vanno oltre i personalismi, i punti di vista o le errate interpretazioni, perché la società ne ha un estremo bisogno, non può più aspettare. Ricreare fiducia e sicurezza in un sistema dir regole comunitarie riconosciute è importantissimo, ma per fare questo le istituzioni, insieme ai cittadini, devono prendere in mano le redini, dimostrando che l’autorità, quando è positiva, va oltre il sistema delle convenienze individuali e che ognuno deve fare la propria parte, in relazione ai compiti che ha ricevuto. Un’educazione alla portata di tutti inizia dalle piccole cose, quelle che costituiscono i pilastri portanti di una comunità. E’ lavorando sulle piccole cose che si costruiscono le grandi, come il rispetto, ad esempio. Sbaglia chi pensa che un cambiamento in meglio non ci possa essere, perché la gente è molto più attenta e ricettiva di quando non si creda, certo bisogna fare in fretta e soprattutto bisogna dimostrare che si è coerenti con quello che si dice, puntando decisamente su una responsabile convergenza. In una società dove i poveri sono sempre di più è necessario ricordarsi che c’è chi sta peggio di noi e che servire diventa quindi un dovere. Il servizio non è sottomissione e neppure subalternità o passività, ma forma responsabile di donazione personale a chi ha bisogno. Certo una società va preparata al servizio fin dagli inizi, dalla famiglia e dalla scuola, con un’attenta e accurata opera di insegnamento e di aggiornamento costante. Occorre forse entrare in una logica nuova, dove quello che conta non è ciò che riceviamo per quello che facciamo, non è l’aspettarsi sempre un premio o una ricompensa, ma sapere che quello che facciamo è un dovere che dobbiamo a noi stessi e alla comunità nella quale abbiamo avuto la fortuna di nascere e di crescere. Fare senza aspettarsi la ricompensa è la forma più elevata di attività produttiva mirata alla crescita di una comunità meno vincolata ai propri interessi e più attenta ai bisogni e alle necessità di un genere umano sempre più in difficoltà. In questi momenti in cui l’educazione viene insegnata poco e male, e spesso non viene accettata, è forse il caso di creare una vera e propria task force educativa, capace affrontare e risolvere tutti quei problemi che rischiano di creare incomprensioni profonde tra il mondo dei giovani e quello degli adulti.

 

PIU’ EDUCAZIONE

di felice magnani

In un momento dominato da schizofreniche ambizioni, da varie forme di megalomania, da illimitate arroganze e perversioni, dall’idea che la ricchezza stia solo da una parte, conviene forse rientrare, per cercare di capire chi sia realmente l’essere umano, cosa sia la vita, che cosa vogliamo fare, quali siano i rapporti che ci uniscono e che tipo di relazioni vogliamo stabilire. Dopo aver corso in modo esagerato, senza prendere fiato, forse conviene fermarsi un attimo e ricominciare a pensare, cercando di trovare le risposte più adatte da dare a una vita che spesso perde di vista le sue coordinate essenziali. Il problema dei migranti, ad esempio, ha contribuito in modo decisivo a farci riflettere su temi e problemi che avevamo lasciato sui testi di storia o sulle pagine dei giornali, ci ha di nuovo messo nella condizione di ricominciare a studiare, a capire, a sfogliare quel libro della storia umana che avevamo riposto con cura nella nostra biblioteca, pensando che il presente e il futuro  fossero meglio del passato. E’ nella natura umana ricercare continuamente una tranquillità nella quale consolidare la propria posizione, si tratta di una vocazione quasi naturale, che esclude almeno apparentemente l’idea che il percorso possa subire contraccolpi. Il fenomeno migratorio ci ha di nuovo messo davanti alla nostra coscienza, ci ha riproposto alcuni dei temi cardine della storia umana, quello delle diversità, delle culture, delle proprietà, della distribuzione delle ricchezze, delle migrazioni, delle diversità tra i ricchi e i poveri, tra coloro che hanno troppo e coloro che non hanno nulla. Si tratta dunque di una coscienza ciclica delle cose, che sollecita la condizione umana a ricercare sempre, a non ritenersi mai  troppo realizzata. Si tratta in fondo della bellezza della vita, che per essere apprezzata richiede una determinazione costante che la rimetta sempre al centro, soprattutto quando le condizioni sembrano declinare verso forme varie forme di materialismo estremo. Il materialismo si cela in molti casi dietro la maschera della lotta sociale, delle rivoluzioni, delle ideologie, dei partiti, dei movimenti, delle filosofie reazionarie, si presenta come soluzione, come valutazione, come forma di contrasto e in molti casi assume le sembianze di un leader innovatore, capace di mettere al sicuro l’uomo dall’ironia di una sorte troppo spesso precaria. Il materialismo si determina come forza scientifica, svestendo l’umanità della sua vocazione morale e spirituale. E’ successo spesso nella storia che le parti siano entrate in conflitto tra loro, creando mondi contrapposti, incapaci di incontrarsi su terreni meno granitici e argillosi. In molti casi il materialismo ha avuto il sopravvento sulla vocazione morale, culturale, creando lotte, guerre, incomprensioni varie. Riattivare o rimettere in piedi dicotomie esasperate non è mai stata un’impresa semplice anzi, in molti casi si è rivelata impossibile da attuarsi. C’è però una via d’uscita ai problemi che ci mettono in crisi, che sconvolgono le nostre tranquillità ed è forse quello di un’educazione più ampia, più reale, più congeniale, che sappia prevenire e organizzare, che educhi ad affrontare i problemi per quelli che sono, nella loro storica necessità sociale. E’ in questa direzione che siamo poco preparati, che non siamo stati costituzionalizzati abbastanza, non siamo stati orientati a esplorare quel futuro che sorprende e bastona, dimostrando i limiti di una civiltà che si è avvitata, pensando che fosse la soluzione migliore per non interrompere un sogno durato molti anni.

 

INSEGNIAMO A NON DIRE PAROLACCE

di felice magnani

Da un po’ di tempo a questa parte le parolacce volano, non si pongono più problemi,  lo fanno in modo sfrontato, sfidando il sacro pudore della gente comune e a proferirle sono soprattutto i giovani, quei giovani nelle mani dei quali la vita depone tutta la sua sacralità, la sua voglia di dimostrare quanto sia bello e invitante partecipare con gioia all’offerta quotidiana della vita e della bellezza. Nella vecchia società contadina, impregnata di un radicato analfabetismo, dentro un cuore apparentemente povero, c’erano ricchezze immense. La gente parlava di meno e lavorava moltissimo, anche quando il lavoro costringeva ad abbassare lo sguardo, a sudare, a sbriciolare anche le ultime energie, di giorno e di notte, di mattina e di pomeriggio, sotto il sole cocente o con la pioggia. La gente lavorava moltissimo e non aveva neppure il tempo per pensare negativo, nella maggior parte dei casi ringraziava Dio per quello che riusciva ad ottenere. Il rapporto con il cielo era molto stretto. Lo era per varie ragioni, alcune di carattere materiale, altre di natura trascendentale, perché anche nella povertà c’era la voglia segreta di stare meglio, di poter contare sul dono di una grazia, ma tutto era strettamente connesso alla volontà di fare, di dare il massimo perché anche la natura fosse benevola, prodiga di umori e di benedizioni. Nella povertà c’era la consapevolezza, nella povertà c’erano il senso di responsabilità individuale e collettivo, il valore della famiglia, quello della scuola. Per frequentare la scuola si facevano chilometri a piedi, le macchine erano solo per pochi ricchi, il resto era volontà, determinazione, voglia di fare, di studiare, di riuscire, di fare in modo che il futuro potesse essere migliore del presente, il desiderio di ringraziare  papà e mamma per l’abnegazione e l’impegno che mettevano nella costruzione di un domani migliore. La povertà è stata per molti anni una guida sicura verso la libertà, quella vera, quella che conosce benissimo il motivo del suo essere e del suo fare, quella che non si lascia fuorviare dall’inutilità e dalle illusioni false e inutili, quella che conosce i propri limiti, che si ferma quando è necessario, perché sa molto bene quando inizia la libertà dell’altro. Nella povertà c’era molto rispetto, in famiglia, a scuola, nella società civile, tutto era al suo posto e guai scombinare i piani, non era possibile, lo stile gerarchico aveva le sue leggi, le sue regole, nessuno avrebbe rotto quell’ordine costruito nella storia personale della gente, nelle sue lotte, nelle sue ansie e nelle sue certezze. Nella povertà non c’era posto per la prevaricazione, l’amor proprio era alto e il rispetto per l’altro pilotava il sistema delle relazioni sociali. I ragazzini sapevano perfettamente quello che dovevano fare e a che cosa sarebbero andati incontro se si fossero comportati male, gli adulti conoscevano molto bene il valore della solidarietà sociale, non lasciavano indietro nulla, lottavano per conquistare un futuro migliore e lo facevano con la testa bassa, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, guai se qualcuno avesse avuto l’ardire di interrompere quel tipo di continuità. Non c’erano il telefono, il computer e tutte le invenzioni della tecnologia, ma non ti presentavi a tavola se ti eri comportato male dentro e fuori l’ambiente domestico. Sapevi molto bene quello che potevi e quello che non potevi, diventavi adulto assumendoti le tue responsabilità personali e soprattutto sapevi che i genitori stavano sempre dalla parte delle regole familiari, scolastiche, morali e sociali. I rapporti erano governati dal rispetto e i filtri comunicativi erano alti nonostante la telefonia cominciasse a fare capolino. Tutta la cultura familiare era impostata sul rispetto e l’unione si rinsaldava quotidianamente senza troppi problemi. Nella società di una volta c’era chi comandava e chi ubbidiva e se volevi far carriera dovevi iniziare con la scopa in mano, prendendoti del cretino o dell’imbecille a seconda dei casi. Chi prendeva del cretino non andava a casa a lamentarsi, se ne guardava bene, cercava sempre di risolvere i problemi senza cedere alla tentazione di farsi difendere dal genitore. Tirava fuori tutto l’amor proprio di cui era in possesso e cercava nella propria coscienza la risposta agl’interrogativi della vita. Mantenevi il lavoro se facevi quello che ti dicevano di fare, la burocrazia non esisteva, non potevi appellarti a tizio o a caio, la voce passava velocemente, in breve il tuo modo di essere e il tuo modo di fare diventavano di dominio pubblico. L’esempio faceva la differenza, costringeva a osservare, a stare attenti, a concentrarsi, a non buttare via il tempo. Oggi vanno di moda l’omertà, la ritorsione, la vendetta, l’illegalità, il menefreghismo, tutto viaggia sull’onda di chi è più forte, più violento, di chi è più bravo a prevaricare i diritti e i doveri e i giovani, che non sono stupidi, sanno che quando c’è una grande confusione  possono fare tutto quello che vogliono e lo fanno benissimo, perché hanno imparato sulla propria pelle che l’educazione conta pochissimo e che basta poco per diventare alfieri della trasgressione.  Dunque è necessario che ciascuno si riappropri della propria identità, impari a riconoscere se stesso e l’altro, si renda di nuovo conto che la comunità in cui viviamo è fatta di regole che valgono per tutti e che le cose migliorano se facciamo tutti la nostra parte, fino in fondo. Nelle grandi città come nei piccoli paesi la famiglia gioca un ruolo fondamentale sul piano educativo, così come la scuola e tutti coloro che hanno impegni pubblici di una certa rilevanza, puntare su un sistema educativo coerente e coeso, convergente e solidale, consente di riconsegnare a ciascuno la propria parte, rimettendo ordine dove regna il disordine. La parolaccia è un atto d’accusa a un mondo che ha perso di vista la propria identità e la propria dignità, è un affronto al buon senso e alla buona educazione e soprattutto dovrebbe richiamare famiglia, scuola e associazionismo in genere a un profondo esame di coscienza su come vengono affrontati i problemi di una comunità, in particolare quelli che governano i rapporti tra i cittadini e tra i cittadini e le istituzioni.

 

SE L’EDUCAZIONE NON RICONQUISTA LA PROPRIA ANIMA, DOVE ANDREMO A FINIRE?

di felice magnani

Nell’educazione c’è una grande anima, capace di creare momenti di assoluta armonia in un mondo che non sa più guardarsi attorno e, soprattutto, guardarsi dentro. Ritrovare l’anima è rimettere in campo l’essenza stessa della vita, l’aristocratica bellezza di tutto ciò che ci accompagna durante il viaggio, ritrovare la gioia, la consapevolezza di chi siamo, di quale destino ci attenda, di come fare per riempire di umanità ritrovata il lungo o breve percorso che ci è stato assegnato. Tornare all’educazione è ritrovare la consapevolezza che qualcosa di profondamente umano si sia rotto nelle relazioni individuali e in quelle sociali e che proprio per questo l’umanità abbia un assoluto bisogno di riconciliarsi, di scoprire qualcosa che la sollevi dalle brutture, dai conflitti, dalle bassezze e dalle illusioni che la coprono spesso di vergogna e di ridicolo. Guardarsi dentro, interrogarsi, circumnavigare e investigare l’interiorità, mettersi alla prova, ritrovare i patti e i giuramenti che abbiamo pronunciato, avere il coraggio di un profondo esame di coscienza alla ricerca di che cosa ci sia sfuggito e  che cosa non riusciamo più a ritrovare, pur avendo a disposizione una miriade di mezzi e strumenti che si sono saldamente interposti nella nostra cultura, illudendola che la vita sarebbe stata più facile, più vera, più giusta, quindi più capace di dare risposte, senza forse immaginare che le risposte richiedono tempo e meditazione profonda, riflessione e coraggio, pazienza e molta preparazione. L’educazione è il sale della vita, è la capacità di una società di imparare a conoscersi e interagire, è il collante che armonizza la vita comune, lo specchio di chi siamo realmente e di che  cosa sia utile pensare e fare per vivere meglio, il punto di arrivo e quello di partenza, la compagna che ci permette di ritrovare la pace profonda, quella che aiuta a trovare la via quando tutto sembra crollare sotto i colpi di un consumismo prevaricante e intollerante. Come si fa a incontrare di nuovo l’educazione? Basta camminare a piedi dentro una città o un paese, basta saper ascoltare, osservare senza lasciarsi distrarre, basta ritrovare la voce del cuore, quella del silenzio, delle emozioni, basta forse mantenere viva la voglia di discutere con se stessi e con il prossimo, di ritrovare tesori che sono passati di moda troppo in fretta e che in molti casi si sono lasciati abbindolare da verità non verità, dall’idea che si potesse risolvere tutto con atti politici o amministrativi, con una libertà scambiata per anarchia, dimenticando che la natura umana è, proprio per sua natura, animata da ricerca, studio, comunicazione, dialogo, amore profondo per tutto ciò che vibra di curiosità ed emozione. Aprire l’animo umano alla collaborazione e alla solidarietà, ritrovare l’anima della famiglia e farla fruttificare, così come la forza e la bellezza della scuola, sicuri che una buona educazione aiuti a vivere meglio il tempo della nostra vita, può essere una via praticabile per tentare un riavvicinamento a ciò che fa riflettere, che crea lo spazio e il tempo di una riconquista morale e sociale. Amare il proprio lavoro, svolgerlo con tutta la dedizione possibile, mettere sempre l’anima nelle cose che si fanno, senza lasciarsi intimidire dalla cattiveria, dare il proprio contributo di forza e di coraggio, senza lasciarsi sopraffare o intimidire da chi ci vorrebbe succubi e impotenti. Quante volte abbiamo dovuto soffrire a causa della nostra coerenza? Ogni volta, magari soffrendo, abbiamo però sempre ritrovato quell’anima che ci eravamo scordati di avere, le abbiamo assegnato con onore la sua parte, ritenendola più che mai fondamentale nella nostra rinascita, abbiamo dimostrato che la vita è vita quando persegue con dedizione e onestà intellettuale la propria corsa, senza preoccuparsi troppo di chi crede di avere il mondo tra le mani, costringendo l’altro a piegarsi alle proprie velleità, la verità non sta nell’ignoranza, ma nella conoscenza, nello studio, nell’applicazione, nelle parole di educatori saggi, capaci di riconsegnare all’anima la sua parte pensante, quella che permette agli umani di diventare migliori, di capire i propri errori, di tornare a essere capaci di distinguere il bene dal male, la legalità dall’illegalità, il significato vero e profondo della vita umana. Quante volte l’essere stati onesti con noi stessi e con il prossimo ci ha procurato insolenze o vili affronti, senza però aver mai potuto scalfire quella cultura del pensiero, della parola e del fare, capace di donare in silenzio, senza mai cedere alle lusinghe di pensieri o idee costruiti nel laboratorio dell’interesse personale, dell’invidia, del rancore, della vendetta. Chi è stato educato è un grande fortunato, chi ha educato con amore e determinazione è degno di grande riconoscenza, chi non ha fatto il proprio dovere o lo ha fatto inseguendo usi e consumi di natura utilitaristica dovrebbe forse fare un profondo esame di coscienza, nella vita c’è sempre un rimedio per tutto, non esiste errore che non si possa correggere, non esiste persona che non possa essere riamata, la vita è grande perché concede sempre una riprova, offre sempre l’opportunità di poter cambiare, costruire, mettendosi in ascolta degli altri con reale altruismo. E’ triste constatare come in molti casi l’educazione sia stata espropriata dalle nostre famiglie, dal nostro sistema sociale, dalla scuola, gettata in pasto alle negatività quotidiane e a ogni sorta di violazione. Forse sarebbe il caso di ripensare il senso della vita, quali siano gl’interrogativi primari, le incertezze e le insicurezze,  riconducendo l’animo umano a più miti considerazioni, rimettendo in campo l’assoluta bellezza di poter essere parte viva di quel grandissimo mistero che la vita stessa ci propone nelle sue straordinarie sfumature. Gl’ interrogativi sono tanti, ma è sulle risposte che si costruisce o si distrugge.

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