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FRAMMENTI #21

di felice magnani

PERCORRIAMO INSIEME L’EDUCAZIONE STRADALE

Quando anche i massimi rappresentanti confermano pubblicamente l’inadeguatezza di un ordine, è forse il caso di fare un profondo esame di coscienza, per capire se stiamo facendo tutto quello che è necessario per insegnare il valore della vita. Da un po’ di tempo a questa parte si parla della mancanza di rispetto che vige sulle nostre strade, denuncia avanzata pubblicamente da chi le frequenta con intensità e con ogni mezzo. E’ il mondo della bici in particolare che si fa portavoce di un’assoluta mancanza di rispetto, una mancanza correlata a episodi incresciosi, come quelli capitati a Pozzovivo e a Pitzanti e che si fanno sempre più frequenti e con sfumature anche di natura delinquenziale. L’ultimo in ordine è l’appello al rispetto stradale da parte di Fabio Aru, il campione sardo che si allena come tutti i suoi colleghi sulle strade provinciali e statali. Ha detto sulla Gazzetta dello Sport, nel corso di una intervista: “Non esiste rispetto. Della vita prima di tutto. Ogni giorno che mi alleno rischio perché c’è chi in auto stringe, chi chiude, chi fa finta di investirti… Più quelli distratti dal cellulare”. Prima ancora di Aru, lo stesso CT della nazionale azzurra di ciclismo, Davide Cassani aveva evidenziato l’estrema pericolosità della strada, soprattutto per i ciclisti. Dunque il problema esiste in tutta la sua complessità, una complessità che denota un’assoluta mancanza di attenzione e di educazione sul tema della vita. Si tratta di un tema che riguarda tutti, nessuno escluso e che richiede di essere affrontato con coraggio e determinazione, sensibilizzando  tutti coloro che frequentano le nostre strade, siano essi automobilisti, camionisti, ciclisti o motociclisti. La vita è sacra, è il bene più prezioso che ci sia stato donato, per questo va difeso, amato, tutelato, fatto conoscere, insegnato, diffuso. Oggi si parla di vita solo nelle occasioni in cui la si distrugge, manca una filosofia civica forte e profonda che la faccia conoscere, che la proponga in tutta la sua sacrale bellezza. Chi frequenta le strade, chiunque esso sia, ha il dovere di rispettare le regole, di guidare amando la vita umana come fosse la propria. Il prossimo non è un avversario, non è un nemico, non è qualcuno che ostacola il nostro cammino, non è un competitor, ma un essere che come noi percorre chilometri e chilometri sull’ asfalto a volte per necessità,  a volte per piacere, per questo occorre avere ben chiaro quale  valore abbia la vita, quali siano le condizioni ideali per rispettarla, cosa si debba fare per evitare che una sana pedalata si possa trasformare in una tragedia. L’attenzione deve essere altissima, coscienti che chi incontriamo è figlio, padre, marito, moglie, fratello, amico. Nella vita di ciascuno c’è il respiro dolce della maternità, il sorriso di una madre e quello di un padre, la voglia di diventate grandi, di affrontare le fatiche del mondo con l’idea che quel mondo sia di tutti e che, come tale, debba essere rispettato e amato sempre con la massima dedizione e determinazione. Chi frequenta la strada lo deve fare con grande sobrietà e cura, con attenzione immensa e con il massimo rispetto. L’impegno vale per tutti, ciclisti, automobilisti, motociclisti, camionisti, tutti si devono sentire parte in causa, coscienti che un incidente può anche capitare e che, proprio per questo, occorre vivere con il massimo dell’attenzione il proprio impegno sociale e morale nei confronti del prossimo. Chi ha subito la violenza altrui, uscendone illeso, senza una benché minima forma pietas umana, sa perfettamente quanto sia importante che le istituzioni riprendano a insegnare con forza e con passione, rimettendo l’educazione stradale al centro di un grande impegno nazionale, riattivando e potenziando al massimo quel rispetto della vita umana che è base e fondamento base di qualsiasi comunità che aspiri a vivere coscientemente la propria esistenza.

CHI E’ L’ELITE?

Nello sciabordio di francesismi e di anglicismi che serpeggiano tra le pieghe un po’ consunte della nostra nobilissima lingua italiana, entrano con forza parole e frasi che si arrogano il diritto di definire, consolidare, affinare e persino sostituire tutto ciò che appartiene alla natura educante di un popolo e alla sua straordinaria vocazione culturale, alla sua innata capacità di tradurre in suoni fini vocazioni interiori, un popolo che non ha mai smesso di ricercare, neppure quando uno strano immobilismo ne ha limitato e a tratti anche un po’ consumato le volontà. Di élite si parla di frequente, se ne parla nello sport, in politica e un po’ dappertutto, in particolare quando si vuole mettere in alta evidenza una configurazione sociale, morale, soprattutto quando si vuole creare il distinguo, quel distinguo che relega la nostra bellissima lingua in una posizione difensiva, eppure la lingua italiana è bellissima, da qualsiasi parte la si osservi, la si ascolti, la si evochi, si tratta di una lingua che si protende al dolce richiamo della poesia, che non ha paura di confrontarsi con le nature emergenti, che è sempre pronta a dimostrare che nella lingua si delinea la forza intellettuale di uomini e donne che hanno offerto al mondo la loro straordinaria energia comunicativa. Convivere si può, si può anche accogliere, mai spegnere, sostituire, annullare, reprimere o pensare che la storia degli altri sia fonte di verità sovrane. La lingua è stata trascurata, questo sì, è stata vilipesa, negata, spesso lasciata allo sbando, gettata in pasto a deplorevoli esperienze, senza che nessuno se ne curasse, in molti casi è stata trasformata in un pericoloso gioco d’azzardo, dove la natura aristocratica e la dignità  si piegano alle convenzioni imprenditoriali di gente senza scrupoli. L’élite, ovvero quella posizione che consente di emergere, sovrastare e comandare, si protende spesso come strisciante forma di prevaricazione politica, che annulla l’anima popolare, quella voce che ha bisogno di essere coltivata, sollecitata, mossa, indirizzata, valorizzata, perché possa coniugare armonicamente l’intensità del suono con la visibilità dell’immagine, quel fine desiderio di equilibrio che nasce e si rafforza con il contributo sociale e morale di suoni sapientemente composti nelle pieghe del nostro ricchissimo alfabeto sociale e linguistico. Il problema non è sviluppare forme estreme di dominanza, lobby dominanti o idealità assolutiste, ma far convergere l’intensità della proposta e dell’intelligenza verso una cosciente coesione, da cui risulti evidente il valore operativo e interpretativo di chi s’impegna quotidianamente a rendere più dignitosa la vita dei cittadini e quella della repubblica in generale.

VIVERE IN UN MARE DI STUPIDITA’ E NON ACCORGERSENE

Mentre il mondo s’interroga sull’ambiguità dei grandi fenomeni globali, la storia, quella impregnata di legalità democratica, perde di consistenza, fino a scomparire, lasciando pericolosamente il posto a varie forme di individualismo estremo. L’individualismo accelera il relativismo e l’immobilismo, non permette alla coscienza comune di evolvere, di fare propri i valori sociali della persona, di tentare una ricostruzione in chiave comunitaria di una vita degna di essere vissuta. Se ci guardiamo intorno riusciamo a renderci conto della ipersensibilità di un certo profilo delinquenziale, che uscito dai territori piuttosto circoscritti della maleducazione in genere, altera il sistema di vita delle persone, generando stati di prevaricazione perenne. Viviamo in una comunità che fatica moltissimo a contenere la pratica espansiva della stupidità, stupidità che prende forme diverse a seconda dei luoghi, della cultura, dell’attenzione e della coesione, si assiste spesso a una sorta di superficialità attentiva che genera a sua volta varie forme di gentile noncuranza, dietro la quale si nasconde la deplorevole pratica di mafiosità assai diffusa, quella che non vede, non sente, non parla, quella che crede di sapere e non sa, quella che fa credere di essere all’altezza e non lo è, che basti pronunciare belle parole per dimostrare che il bene è sotto controllo e che tutto procede secondo dettato. Basta poco per le conferme, basta davvero poco per capire in quale sorta di baratro stiamo affondando, mentre i soloni ricercano disperatamente primariati che non esistono, dimenticando che la verità è nella porta accanto. Mai come oggi la provocazione genera alterazione, mai come oggi la delinquenza protegge e alimenta la propria naturale protervia, con il consenso di una paura diffusa, spalmata a larghe mani da istituzioni che non sanno più definire e configurare con certezza il valore morale della libertà. Essere liberi e non saperlo, essere liberi e non capirne il significato, essere liberi senza sapere come e dove posizionare la forza di questo grandissimo valore istituzionale, essere liberi e non sapere che anche la libertà ha i suoi limiti, i suoi confini, creati perché tutti indistintamente possano goderne e capirne la bellezza e il significato. Non è più necessario andare nelle periferie, la delinquenza e la maleducazione le trovi dappertutto, basta gettare l’occhi fuori di casa per renderti conto che l’educazione, il rispetto e la legalità hanno cambiato pianeta e che chiunque può fare quello che vuole, come vuole, quando vuole. Una società che abdica, una società che promette e non fa, una società che fa finta di niente per non pagare dazio è destinata a fallire nel peggiore dei modi. Un società che abbandona il campo accontentandosi di un siparietto accomodante perde strada facendo la sua credibilità, genera rabbia e sconcerto, alimenta la reazione, genera intolleranza, sprigiona cariche ipertensive, offre il campo a chi vive per delinquere e prevaricare, a chi crede che la democrazia sia il regno dell’anarchia. Non accorgersi che il mondo che ci ruota attorno distrugge il sistema nelle sue coordinate essenziali è da stupidi, come è da stupidi pensare di risolvere i problemi ignorandoli o facendo finta che non esistono. I problemi esistono e sono sotto gli occhi di chi vuol vedere, di chi vorrebbe un paese diverso, più cosciente dei propri doveri, più attento a non esasperare i propri diritti, a generare onestà e rispetto. La politica è il regno di chi crede che il cambiamento passi attraverso una netta presa di coscienza comune sulle da fare, per restituire dignità a un paese depresso e abbandonato, non è un regalo fatto a chi pensa e agisce per i propri interessi o per quelli del partito o del movimento a cui appartiene.

L’ALBA E’ ANCORA BELLISSIMA, BASTA SAPERLA GUARDARE

Ci sono ancora albe bellissime che raccolgono e restituiscono emozioni, che odorano di bellezza e di speranza, che inducono a ripensare al senso perduto, alle negligenze vissute, all’incuria di un tempo che nonostante tutto riesce ancora a convincere che in fondo basta davvero poco per ritrovare la via, per rimettere in sesto consumi e distrazioni, retaggi abbandonati all’incoscienza di chi dovrebbe essere coerente e non lo è. Da sempre l’alba predica la forza di una rinascita, la volontà di ritrovare accordi e consapevolezze, quel fine desiderio di rivincita sulle inadempienze della vita, quelle che la rendono spesso arida e vuota, quasi senza speranza. Si tratta di convincersi che il cambiamento può partire proprio da lì, da una visione che improvvisamente appare e torna a ripulire con generosa prepotenza le zone d’ombra che si accavallano e si intrecciano lasciando credere che la realtà sia appetibile solo nella sua piacevole immediatezza, nelle opache visioni di una vita che si consuma privando l’umanità di un amabilissimo repertorio di umori e dolcezze. Nel vortice di una incredibile voracità predatoria, dove nulla o quasi della divina trascendenza appare, si resta come abbagliati dalla pervicace ridondanza di simboli e immagini che nulla hanno a che vedere con l’abbaglio rigeneratore dell’alba. Nulla dunque che restituisca al cuore la sua indole di provenienza, la sua mai doma volontà di rianimare quelle parti, dove l’umore diventa emozione e lo sguardo si celebra di sempre nuove e curiose sembianze. Respirare lo sguardo dell’alba è come cedere a un risveglio prolungato, a una fragrante sensazione di benessere, all’idea che la bellezza sia sempre pronta ad aiutare chiunque la cerchi o la invochi o la desideri, in attesa che tutto torni come prima, quando l’armonia non era ai margini, ma seguiva e impregnava di solida contemporaneità il volo alto dell’amore quotidiano. Ogni alba è un inizio, un cammino che si consolida di purezza e di benessere, lasciando liberi i pensieri positivi di un animo umano, spesso travolto dalle quotidiani vessazioni di un destino che non si convince, che non include la possibilità di un presente e un avvenire migliori. E’ nella bellezza dell’alba che rispunta la fecondità dell’amore, la gioia di ritrovare la misura cosciente di un cammino, fuori dai banali buonismi di verità travolte e imprigionate, fatte proprie da chi punta dritto alla punta dei piedi, senza pensare al diritto fondante della prudenza. E’ nell’umore puro dell’alba che si consolida di nuovo la voglia di vivere, di colorare e profumare di senso il cammino della vita.

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