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Raccolta sul ciclismo...

SOGNARE CON VINCENZO NIBALI

di felice magnani

Sono i personaggi che fanno la storia, che ci fanno sognare, che ci distolgono dalle piccole e grandi inquietudini, che rilanciano l’entusiasmo, la voglia di credere, di fare, di pensare, di vivere con più energia la vita che ci attende. Sono loro, i campioni, che dimostrano sul campo la bellezza di un gesto, di un impegno, di un sacrificio o di un talento. Vincenzo Nibali è il fuoriclasse che ogni giorno ci fa pensare al nostro paese, alle sue bellezze, alla forza rigenerativa dello sport, all’entusiasmo e alla gioia di vivere, è il campione che ci consente di ritrovare la nostra italianità, quella pura e genuina che incontriamo sulle nostre strade, nelle città e nei paesi, nello sguardo fiero della nostra gente, nella sua operosa immaginazione, nel suo desiderio di essere felice. Chi è prigioniero di una carrozzella o di una poltrona, chi deve combattere la sua malattia o chi soffre la solitudine, trova nelle gesta di un grande campione come Vincenzo la forza per ricominciare, buttandosi alle spalle le negatività di una storia spesso irriguardosa e menefreghista. I campioni servono anche a questo, a far sognare, a ricreare nei cuori e nell’anima delle persone quella certezza che spesso si perde e non si ritrova, a far rinascere la speranza, l’idea che a volte basti davvero poco per ricominciare a credere in un mondo diverso, meno invidioso, meno rancoroso, meno antagonista e più altruista, più capace di costruire alleanze, collaborazioni, storie di pura solidarietà. Vincenzo Nibali è una parte di tutti noi, quella che vorrebbe emergere, ma che incontra difficoltà, quella che si vorrebbe tuffare nel cuore della vita per ripagarla della sua generosità, quella che non si ferma, che coltiva in silenzio la sua fede, la sua cultura, la sua voglia di dimostrare che c’è sempre una via per ricominciare, per testimoniare, per rimettere in campo una solidarietà abbandonata a se stessa. Di solito i campioni arrivano al momento giusto, quando c’è un assoluto bisogno della loro gioia e del loro sudore, della loro fatica e del loro talento, della loro capacità di far uscire allo scoperto la forza immensa della natura umana. Sognare con Nibali significa anche ritrovare momenti di vita passata, fatta di poco e di niente, di un ciclismo eroico vissuto su strade sterrate, di panini, di frittate e di salame, di un bicchiere di vino nella borraccia, di anime contadine assiepate sui tornanti di montagne impossibili, di atleti immersi nel fango, in fatiche sovrumane. Sognare con Nibali significa abbandonare anche solo per un attimo i ritmi incalzanti di una politica che non trova pace, che si dibatte continuamente nei suoi egoismi, nelle sue incomprensioni, nelle sue lotte e nelle sue disattenzioni. Lo sport e i suoi campioni servono anche a questo, a dimostrare che l’entusiasmo e la felicità esistono sempre, sono lì a due passi che attendono di poter dimostrare che la via d’uscita esiste, basta solo prenderla per mano e lasciarsi condurre.

LA FORZA EDUCATIVA DELLO SPORT

di felice magnani

Riesce davvero lo sport a condurre fuori qualcosa di buono da una società in crisi? Per capire forse bisognerebbe  provare, magari cominciando con l’andare meno in macchina, vivendo di più all’aria aperta, ritrovando il gusto di osservare, respirare, contemplare, vivere il silenzio, lasciando che il mondo si riveli realmente per quello che è, simbolo di una bellezza che ha origini remote e che parla all’uomo con la voce dei sentimenti e delle emozioni. L’educazione non nasce per caso, vive un suo tempo d’incubazione, in cui qualcuno ci aiuta a crescere, a capire, a vivere con coscienza quella straordinaria realtà nella quale realizziamo la parte migliore di noi stessi. Forse non basta vivere, forse bisogna imparare a vivere bene, cercando di dare un senso compiuto alle cose che si pensano e che si fanno. Nell’era del progresso tecnologico e di presunte libertà conclamate, si riaccendono il senso del mistero, il valore della vita, il senso da dare alle cose che si pensano e che si fanno, si sente insomma la necessità di mettere a punto o di rianimare valori che aiutino gli esseri umani a sentirsi davvero sempre più umani, figli di quel pianeta stupendo in cui hanno ricevuto in dono il miracolo di poter vivere e realizzare anche solo in parte l’approccio esistenziale con la vita. Lo sport è solo una piccola parte di una preziosissima felicità terrena, ma è importante perché funge da base di decollo, si tratta di una scuola di vita che diventa indispensabile per costruirci sopra un percorso fatto di regole e di senso di responsabilità, di autostima e di fiducia. Lo sport si può anche inventare, ma la sua parte più bella è quella che viene insegnata da maestri seri e capaci, quella che passa attraverso le esperienze di chi lo ha vissuto, facendolo diventare un gioioso compagno di viaggio. Lo sport non è solo costruzione fisica, è prima di tutto condizione morale, culturale e sociale. Entrare nello spirito dello sport significa imparare a viverlo come realtà presente, consegnandogli una voce, perché possa parlare ogniqualvolta la vita si oppone con le sue graffianti asperità. E’ attraverso lo sport che recuperiamo fiducia in noi stessi, che ridiamo anima e respiro all’esistenza, è con lo sport che la quotidianità si tinge di freschezza, di umori positivi, di voglia di vivere, di partecipare, di lasciare che il corpo e la mente liberino il loro innato desiderio di felicità. La forza educativa dello sport è immensa, ma bisogna avere la forza di crederci, di condividerla, di accompagnarla senza la presunzione di dover diventare i primi della classe. Lo sport educa quando restituisce fiducia, stima, senso del dovere, quando dimostra che alla base di una vita moralmente coesa c’è una profonda convinzione nelle proprie capacità, nella forza che ciascuno porta con sé. Allenare il fisico significa restituirlo meno provato all’identità personale, significa anche prepararlo ai grandi appuntamenti con l’entusiasmo di chi si appresta a vincere una gara, sicuro di esserne all’altezza. Lo sport, se praticato con gioia, fuori dalla pressione delle strategie agonistiche, è un grande collaboratore di giustizia, è un abilissimo maestro di sobrietà e di perseveranza, è il perfetto antidoto alle sopraffazioni di una annichilente comodità tecnologica. Chi pratica attività sportiva perché ci crede, vive con più serenità e armonia la propria condizione, crea straordinarie connessioni con il mondo che ci circonda, fornisce strumenti d’incalcolabile importanza, rilancia la voglia di apprendere e di limare tutte quelle asperità che tentano di affossare la spinta fisica e mentale delle persona. Lo sport aiuta a essere migliori, a stabilire relazioni, promuove la solidarietà e la sportività, dà un senso compiuto alla vita di relazione, combatte l’invecchiamento fisico, cerebrale e morale, crea conforto e alimenta il desiderio di partecipare alle bellezze della vita, svuotando quei carichi di negatività che spesso la consumano, quasi senza che l’essere umano se ne accorga. Educare allo sport significa insegnare ai giovani a camminare, a pedalare, a correre nella natura con uno spirito libero, ma rispettoso, a frequentare le palestre, a ristabilire una bella compatibilità con se stessi e con i propri problemi. Con lo sport si nasce e si invecchia con meno problemi. Ecco perché la famiglia e la scuola dovrebbero essere palestre primarie di vita sportiva, di attività, di indicazioni, di esperienze e soprattutto di cultura del saper vivere. La cultura dello sport nasce infatti in famiglia, ma prende corpo e si forma nella scuola, allertandosi nella comunità sociale, dove aspirazioni e predisposizioni incontrano la volontà formativa di educatori cui spetta il delicatissimo compito di orientare le energie giovanili e di farle crescere. Oggi più che mai c’è bisogno di sport e dello sport, di quello forse meno agonistico e più ludico, più collaborativo e più socialmente utile, quello che non prevede solo vittorie o sconfitte, ma un sobrio ed equilibrato ordine esistenziale. C’è bisogno di tornare a respirare l’umanità di un sistema che ha perso per strada le sue coordinate e che cerca in tutti i modi di rifarsi un look che sia affidabile e credibile. Meno computer e più attività all’aria aperta, meno smartphone e più pedalate in bicicletta, meno dipendenza e più libertà e soprattutto più rispetto nei confronti di una società che ha terribilmente bisogno di essere sollecitata e guidata, amata e aiutata a essere sempre più attenta e rispettose delle regole che ne caratterizzano la personalità.

GUAI SE NON CI FOSSE IL GREGARIO

di felice magnani

Nella vita del ciclismo non c’è solo il campione, l’uomo da battere, quello che scatena follie, che richiama milioni di persone lungo le strade, che accentra le attenzioni, ci sono anche corridori meno talentuosi che lavorano al servizio del loro capitano e della squadra. Lo fanno convinti di esserne all’altezza, credono in quello che fanno e lo sanno fare molto bene. Quella del gregario è una missione. I gregari non si scherniscono, non si nascondono, non si offendono, riconoscono il loro ruolo e lo vivono con il massimo del loro senso di responsabilità, lo vivono fino allo sfinimento anche quando potrebbero ritagliarsi una giornata da leoni e vincere alla grande, approfittando di un momento difficile del loro comandante. Non portano solo borracce, non tirano come dannati per chilometri e chilometri per preparare l’attacco del loro capitano, non sono bestie da soma come qualcuno potrebbe immaginare, sono atleti e sportivi solidali, consapevoli della loro parte e del loro valore, sicuri di essere indispensabili, di svolgere un ruolo essenziale, di poter avere anche lo spazio necessario per dimostrare in modo ancora più pieno la loro bravura,la loro innata vocazione alla solidarietà, al senso del dovere, al servizio. Si vedono spesso quando tornano e ritornano diverse volte alla macchina della squadra per imbottirsi di borracce da consegnare al capitano e ai compagni, lo fanno con fatica, a volte non senza qualche pericolo, chi li segue si rende conto di quanto siano importanti e quali peripezie debbano affrontare per consegnare gli zuccheri o le barrette o le borracce, sfilando tra spazi ristretti e improvvise sbandate. La vita del gruppo è prima di tutto vita, segnata da una gerarchia e da una solidarietà, dalla necessità di conoscersi, socializzare, stringere patti, magari parlare della giornata, creando attimi d’intesa fuori da rodate strategie. La storia del gruppo rispecchia fedelmente quella di tutti i giorni, con i suoi pro e i suoi contro, con le sue gioie e le sue sofferenze. Nel gruppo i giorni non sono tutti uguali, momenti di esaltazione e di euforia si alternano ad altri di contenimento, in cui bisogna mimetizzarsi, non dare nell’occhio, non far vedere all’avversario che non ce la fai. Nulla deve trapelare e nella maggior parte dei casi non è assolutamente facile. I gregari sono la vera forza della squadra, è grazie a loro che i campioni possono dormire sonni tranquilli e svegliarsi al momento giusto, è grazie a loro che la fatica si stempera e concede riposanti galoppate, è nella forza dei gregari che la squadra trova sempre il modo di ripianare i vuoti e le sconfitte. Tra i gregari ci sono stati e continuano ad esserci veri e propri campioni che si mettono al servizio di altri campioni per dimostrare che la forza vera sta nell’unione, nella capacità di spendere nel modo giusto il proprio altruismo, nella consapevolezza che il sacrificio dell’uno possa essere vita per l’altro. Ci sono gregari che hanno fatto la storia del ciclismo, che gli hanno permesso di essere quello che è stato e quello che è, un’immensa e straordinaria palestra di umanità. Essere gregari è essere uomini che sanno distribuire con sagacia e buon senso la loro energia e la loro umanità, senza rinunciare alla possibilità di toccare anche la vetta della celebrità. Nell’economia di una squadra ognuno ha il proprio ruolo e lo deve portare fino in fondo. Fare il proprio dovere non è solo un imperativo categorico rivolto a se stessi, ma la consapevolezza che la coscienza individuale abbia una fortissima valenza comunitaria, si corrobori e si realizzi nel rapporto con gli altri, nel sistema delle relazioni sociali, nella volontà di essere riconosciuti come parte attiva di un sistema chiamato società. Ogni squadra, ogni gruppo, ogni società ha bisogno del confronto e della collaborazione, i risultati sono il frutto di una coesione che coinvolge tutti, chi guida e chi è guidato. Uno degli errori più comuni è quello di non valorizzare le persone, di non saperle coinvolgere, di non saper cogliere il desiderio di collaborazione e di riconoscimento che è in ognuno. Viviamo in una società che in molti casi nega la centralità di valori fondamentali come la lealtà, l’onestà, l’esempio, la coerenza, l’impegno, la condivisione. Il capitano lo diventa non solo perché corre più forte degli altri, lo diventa perché dà l’esempio, perché sa farsi amare, perché sa distribuire con intelligenza i compiti e le responsabilità, perché sa farsi rispettare, sa riconoscere il merito, la qualità del servizio e sa anche premiare chi si distingue, chi sa gestire in modo appropriato i propri talenti e le proprie responsabilità. I gregari sono l’anima non solo del ciclismo, ma della vita in generale, sono quelle persone che, collaborando, fanno amare la vita con più vigore ed energia, creando i presupposti per la rinascita di una società spesso privata della sua spinta ideale, vittima di varie forme di qualunquismo e di pressapochismo.

 

QUEL FENOMENO DI MARCO PANTANI

di felice magnani

Spesso ti chiedi chi sia realmente quel fenomeno che ti ha fatto tremare, sognare, che si è impossessato delle tue emozioni al punto che a distanza di anni ritorni sulle sue vittorie e le ripercorri con lo stesso spirito di quando le hai vissute direttamente, amando smisuratamente le imprese di quel tuo campione preferito. Forse qualcosa di mitico c’è realmente in chi s’impossessa della tua intimità e ti costringe ad assurde forme d’immedesimazione. Pantani? Un personaggio sotto ogni profilo, un essere umano che dell’umano ha scandagliato tutto o quasi. E’ il tipo che si è portato via la bellezza del ciclismo, la speranza, la giustizia, il sacrificio, il sudore, la forza, uno che ha voluto toccare anche il fondo per dimostrare quanto sia difficile credere in se stessi e negli altri, senza dover pagare un prezzo molto elevato. Marco, il supercampione capace di volare e di far volare con quella sua adorabile smania di leggerezza e di coerenza sportiva, di energia vitale e di altruismo, il ciclista che sapeva trasformare la fatica in arte, lasciando evaporare il sudore, sfiorando l’asfalto come se i tornanti fossero luoghi predisposti per il decollo verso l’eternità. Con Marco Pantani ci siamo domandati molte cose, abbiamo bussato a molte porte, a quelle delle giustizia, della morale, del rispetto, della volontà, abbiamo ascoltato e in qualche caso ci siamo ritirati per esprimere il nostro giudizio, salvo rimanere muti e increduli di fronte a verità, sconcertati, come se all’improvviso tutto il bene del mondo non bastasse per decretare la straordinaria generosità di un campione nato per entusiasmare, rimasto senza appigli alla fine del suo viaggio, senza qualcosa o qualcuno che credesse fino in fondo nel suo amore viscerale per quella bici alla quale aveva consacrato la sua fede, il suo desiderio di riscatto, dimostrando che la vita può essere anche un’altra. Chi ha amato il ciclismo non può non aver amato Marco Pantani, l’atleta capace di cadere e di rialzarsi, di sorridere sempre, pronto a sfidare la sfortuna e a combatterla con una forza amabile e decisa al contempo. Chi ha amato il ciclismo non può non aver sobbalzato alla notizia di una morte così assurda e impossibile, non può non aver capito che l’emarginazione e la solitudine uccidono più dell’assassino. Con Marco Pantani abbiamo capito molte cose, in particolare la forza e la bellezza dello sport, il valore dell’impegno e del sacrificio, ma anche la lama di una giustizia che affonda e che in alcuni casi non risparmia. Con Pantani abbiamo capito quanto la legge possa andare oltre la legge e quanto chi resta senza difese diventi vittima predestinata del potere. Ricordare le gesta e il carattere del supercampione romagnolo è rianimare la nobiltà del ciclismo, quella che esce dalle strategie e dai vincoli, ristabilendo un contatto umano con lo sport e i suoi protagonisti, restituendo alla persona la possibilità di ritrovarsi, dimostrando sempre come sia possibile andare oltre i muri dell’omertà e della prepotenza.

 

UN GIRO D’ITALIA CHE PARLA DI TANTE COSE

di felice magnani

Anche il ciclismo ha fatto grande il nostro paese, ha portato milioni di persone a entusiasmarsi, a gioire, a esultare, ha fatto capire di che qualità sia quello spirito guerriero, seppur in qualche caso forzato da drammatici eccessi, ha fatto capire soprattutto il grande valore educativo, sociale e civile dello sport, la sua capacità di attrarre, di far conoscere il mondo delle emozioni, ritrovando la via dell’entusiasmo dopo le vicissitudini di una vita spesso incline al disagio e alla negazione. Il Giro d’Italia ha il pregio di aver fatto riscoprire la spontaneità, la semplicità, la voglia di divertirsi, di lasciare spazio a quella natura un po’ primordiale che accende di calore e di armonia i cuori dei professionisti e quelli dell’uomo qualunque. Nei momenti difficili il ciclismo arriva e sorprende, offre la sua generosa apertura, alleggerisce i carichi, svuotandoli dalle cariche negative, rianima, confidando nelle mille risorse di una natura che va d’accordo con il suo spirito popolare, con le cose semplici, con la voglia di sognare. Il Giro d’Italia di quest’anno riabilita l’aspetto etico del ciclismo, trasmette un irresistibile desiderio di aria pulita, di armonia, di rispetto, di amore per le cose belle, di paesaggio, di campagna, di montagna, la certezza che c’è ancora chi crede in un certo tipo di tradizione. C’è nell’aria del Giro l’entusiasmo popolare di tempi passati, mai come quest’anno infatti, il popolo delle corse si assiepa lungo le strade, dietro le transenne allestite nei paesi e nelle città per vedere da vicino i suoi beniamini, per fotografarli, applaudirli, per sostenere ragazzi che si buttano a capofitto nell’amore per la bici, per manifestare la bellezza del gesto sportivo. Meno “treni”, meno individualismi, meno arroganza, meno veleni, meno sudditanza e più semplicità. E’ un Giro che non dimentica, senza apparire  retorico, che lancia i suoi messaggi educativi con garbo e intelligenza, che tende alla sobrietà, che non si lascia abbindolare da inutili stravaganze, che si fa amare per l’umanità di chi ne commenta ogni giorno la storia, i personaggi, i fatti, gli eventi. L’entusiasmo del cronista è contagioso, accende l’adrenalina, scatena emozioni, pensieri, valori, riallinea passato e presente, lasciando intravvedere orizzonti più facilmente raggiungibili. Meno sovrastrutture, meno perfezionismi, meno tecnologia, più umanità, ecco il segreto di questo Giro che non dimentica i suoi miti, i suoi eroi, i suoi protagonisti, che si sofferma sui suoi campioni, togliendoli dall’imbarazzo dell’ambiguità, dalla malizia di giudizi esasperati, restituendoli alla loro primitiva bellezza. Coppi, Girardengo, Pantani, Scarponi si fanno vivi e continuano a sorridere, lo fanno grazie al ricordo chi li ha amati, concedendo loro lo spazio di un amore gratuito e infinito, che s’incarna nell’impegno di giovani che continuano a credere nel miracolo educativo dello sport. E’ il Giro d’Italia dei giovani e soprattutto quello della voglia di dimostrare che lo sport guarisce dai mali che ci attanagliano e che ci costringono a vivere spesso nell’ansia e nella prostrazione. Arriva il Giro e nelle case entra uno spaccato di italianità vera, quella che non contrasta con l’Europa, quella che fa star bene, che alimenta la voglia di uscire, di abbandonare la pigrizia, il nervosismo, la solitudine  e tutti quei piccoli e grandi mali che se lasciati in pasto all’indifferenza rischiano di creare guai fisici, morali e sociali. Il Giro non crea scontri di piazza, non alimenta l’odio politico, non crea divisioni, vecchie e nuove ruggini, non concede spazio ai malumori e ai cattivi pensieri, esalta la bellezza di una condizione umana che si scopre di nuovo operosa e attiva, capace di esultare e di entusiasmarsi, di vivere con gioia  quello che la vita offre. Per i giovani il ciclismo è straordinario, ma va coltivato sempre, la bici non è un amore temporaneo o passeggero, è una preziosa scelta di vita, una risposta alle malattie, all’invecchiamento precoce, all’indifferenza, è una compagnia che crea benessere, che rispetta l’ambiente, che fa riscoprire la voce di quel fanciullino di pascoliana memoria che abbiamo dimenticato troppo in fretta per fare spazio alle presunzioni di un progresso che in molti casi umilia e distrugge. Il ciclismo e lo sport in generale cambiano la vita, riconsegnandole le chiavi dell’autonomia e quelle della rinascita, aprendola a varie forme di rivisitazione e di riflessione, che stanno alla base di un cambiamento profondo. Certo l’uomo deve fare la sua parte, deve soprattutto convincersi che vivere bene, nel rispetto di sé e del prossimo, è un principio attivo valido sempre. Il Giro d’Italia è anche questo, una bella lezione di vita, la possibilità per un attimo di ripensare, di mettersi in discussione, di stabilire nuove relazioni e nuovi contatti, ma soprattutto l’opportunità di sviluppare una cultura più libera, più umanamente accettabile, più salutare, più capace di sviluppare relazioni positive e soprattutto un bel passo avanti sulla via del benessere personale. Muoversi, uscire, camminare, pedalare, incontrare la bellezza, ritrovarsi e ritrovare, sono tutte occasione che riabilitano, che rimettono in circolo la gioia e l’entusiasmo. E’ in questa direzione che il ciclismo accende i suoi fari, è nella confortevole bellezza di una pedalata anche fuori stagione che la stagnazione evapora, lasciando spazio a una cosciente voglia di vivere. 

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