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IMPARIAMO A RACCONTARCI

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IL POPOLO E’ ANCORA SOVRANO?

di felice magnani

Ogni italiano è fiero di sentirsi rappresentato dal proprio governo, soprattutto quanto i tempi sono difficili e le cose da fare molte. L’italianità è nata dentro una storia complessa, quando essere italiani significava poco o nulla, quando lo straniero costringeva a strisciare e quando il tricolore e l’Inno di Mameli non avevano ancora preso possesso di cuori e di menti che navigavano inquieti alla ricerca di un’identità a cui consegnare la propria voglia di risurrezione. Ogni governo è meritevole in quanto rappresentativo di un popolo che ne avvalla e ne legittima la sovranità, richiede dunque tutta la nostra attenzione e la nostra collaborazione. Chi ama la propria patria è un collaboratore, una persona che indipendentemente dalla propria fede, si attiva per contribuire al benessere sociale ed evita di trasformare l’impegno individuale e collettivo in un campo di battaglia a cui affidare la propria rabbia e al propria cattiveria. Credo che in democrazia ci debba essere spazio per la diversità, per il confronto, per una dialettica appassionata, ma tutto deve essere ricondotto a una maturità civica che vada oltre i muri, le incomprensioni e gli steccati. Pensarla diversamente è umano e utile, è democratico, il confronto sociale è un dovere, ma non può e non deve diventare una pregiudiziale ideologica su cui costruire turbolenze e inquietudini perenni. Il giudizio è necessario a tempo debito, ma non può diventare un’arma per screditare chi si accinge a voler dimostrare di essere all’altezza. In democrazia l’avversario merita tutto il nostro rispetto e la nostra fiducia, sappiamo tutti che l’alternanza è un bene che stimola, che aiuta a fare meglio, che mette sotto pressione, in democrazia il popolo è sovrano, indica la strada da percorrere e questo è fondamentale, perché come recita l’articolo uno, la sovranità gli appartiene. Il popolo è maturato moltissimo, sa distinguere chi parla per costruire e chi urla per abbattere, chi si preoccupa seriamente della vita del paese e chi lo fa per trarre dei vantaggi personali, sa cogliere l’aspirazione a una vita più ordinata, più trasparente, più democraticamente bella, si tratta di un popolo che osserva criticamente, che non si lascia abbindolare, che così come dà la fiducia allo stesso modo la toglie, dimostrando che è molto più attento di quanto si possa immaginare. Sul popolo ne sono state dette tante e in modo assolutamente improprio, sta di fatto che questo popolo è capace di giudizi generosi ma anche molto severi, ha imparato a non fidarsi dei retori di costume vecchia maniera, ha maturato una sua logica interpretativa e investigativa, sa essere chiaro con se stesso e con la realtà che lo circonda, sa dire la sua quando è il momento. Non è più quel popolo vincolato, tenuto in ostaggio, marcato a vista, soggetto alle strategie altrui, dipendente, ma è una entità molto viva, presente, capace di cogliere le inadempienze e le iniquità, di premiare e di punire, di valorizzare e di colpire, di dimostrare che anche la democrazia ha i suoi limiti e che occorre evitare di cadere in una ripetitività che non giova al risveglio. Dunque penso che un governo debba dimostrare sul campo il proprio valore, la propria capacità di saper essere all’altezza dei compiti affidati e in questo difficile cammino deve poter contare sulla collaborazione di tutti. Fare la guerra non serve, crea dissonanze, umilia, degrada, dà un’immagine molto negativa del paese, stona pesantemente e non permette alla storia di riprendersi dopo le iniquità che l’hanno violentata e travolta.

 L’ECONOMIA E’ UN ALTRO MONDO O STA DENTRO IL NOSTRO?

di felice magnani

L’economia è una parte fondamentale del nostro vivere quotidiano solo che abbiamo imparato a conoscerla nel linguaggio semplice e scarno della nostra mamma o della nostra nonna, abbiamo imparato da queste due splendide economiste l’arte di amministrare la famiglia, di mantenerla a galla anche in occasione delle svalutazioni e delle grandi crisi economiche e sociali che hanno colpito il nostro paese. Le mamme e le nonne sono sempre state delle economiste perfette, perché la famiglia è una piccola società con tutte le problematiche di quella che siamo soliti chiamare civile. Amministrare una famiglia non è un’impresa facile, richiede visione, missione, diplomazia, arguzia, capacità di valutare, avere un occhio positivamente critico sulla realtà, saper acquistare, economizzare, risparmiare, quante cosa fanno le mamma e le nonne, senza mai entrare in parlamento, senza mai essere premiate, per poi vedersi maltrattate da una società maschilista che non ha mai perso il vezzo di sentirsi superiore, un po’ come fanno i razzisti, quelli che hanno fatto del colore della pelle una diversità insindacabile. Economi, economisti, sono tutti impegnati a far girare il denaro, salvaguardando il suo valore, la sua identità, la sua umana capacità di regolare i rapporti, di creare relazioni, di migliorare una condizione individuale oppure quella di una comunità. Le mamme sono votate alla gestione economica per natura perché, soprattutto in passato, erano predestinate ai lavori di casa, alla conduzione famigliare, a loro toccava centellinare le spese, fare i rendiconti, i consuntivi, amministrare insomma la vita della famiglia, per renderla sempre un pochino migliore. In passato però l’economia aveva un suo ruolo fondamentale, non limitava o prevaricava gli altri, li sosteneva, li rendeva più o meno appetibili, aveva un’identità molto ben definita e tutto ciò che le ruotava attorno, banche comprese, appartenevano al beneficio comune, quello che garantiva l’onestà della gente. Si parlava di banche con modalità italiane, erano la seconda famiglia, quella che ti proteggeva, ti stimolava, ti aiutava a stare meglio, ad avere sempre una speranza aperta al futuro. La banca era una sicurezza, la sicurezza. Certo i principi che la ispiravano erano puerilmente giocondi e molto bene accetti, soprattutto non facevano differenze tra chi portava tanto e chi poco, l’importante era la fiducia, anche solo l’idea che lì, in quel luogo e con quelle persone potevi stare sicuro. Alla fine di ogni anno, anche se non eri un correntista straordinariamente ricco, non ti facevano mai mancare un’agenda regalo o un block notes, insomma ti dimostravano la loro riconoscenza. La riconoscenza? E’ fondamentale, anche quando scivola via ovattata, senza clamori, ma con la certezza che quello che hai fatto lo hai fatto bene, perché ci credevi. Oggi non ricevi nulla, non solo, ma corri il rischio di non essere sufficientemente informato, perché pensano che tu abbia frequentato la Bocconi o ti sia laureato in economia in qualche università londinese. I soldi sono cose serie, si guadagno con fatica, si risparmiano con fatica, rappresentano il presente e il futuro, per questo l’attenzione nei confronti di chi li guadagna deve essere straordinariamente alta. L’onestà è ancora più importante del denaro, ecco perché questa società crolla in pezzi, perché non dà un senso, un valore, una rappresentanza precisa alle cose che fa e in molti casi le fa per un interesse personale, privato e non per il bene di chi ha bisogno. L’economia sta dentro la nostra storia, è parte viva della nostra vita quotidiana, ma per farla prosperare questa storia, bisogna saperla far amare anche nella sua complessa articolazione identitaria. E’ un po’ come l’insegnante di matematica, se non mette una dose di umanesimo in quello che fa corre il rischio di vendere freddezza, distacco ed emarginazione sociale. Ho conosciuto bravissimi ragazzi che si sono arenati sui numeri e sui problemi perché non glieli hanno fatto vivere con gioia, con deferenza, con normalità. I numeri sono il sale della vita, ma vanno messi nel pentolone in dosi accettabili e con modalità adeguate. Oggi l’economia ha occupato il campo, tutti parlano soltanto di economia, di spread, di numeri, di euro, di crisi da euro, ci siamo completamente affidati al clima rissoso delle capitolazioni finanziarie, col pericolo di non capire assolutamente niente e di essere depredati anche di quel poco che si è riuscito a capitalizzare tirando le cuoia. Il linguaggio economico odierno è infarcito di espressioni colorite e molto stringate della city londinese, dove l’unica, vera lingua parlata è quella dei soldi, delle banche, del credito e della finanza. L’Europa ha esportato stress da economia, ansia da spread, si è trasformata in una padrona che pur di vedere realizzati i suoi sogni è pronta a reprimere ogni forma di creatività e di fantasia, qualità che per noi sono essenziali. Si sa infatti che la genialità italica ha le sue basi portanti in questi ambiti di umanità. Dunque l’economia sta un po’ dentro e un po’ fuori, bisogna saperla equilibrare, dosare, distribuire, razionalizzare, compiti quasi proibitivi per chi si è ormai abituato a comprare tutto, inanellando debiti a largo raggio e quasi mai estinguibili. Ci sono sistemi di vita che non sono stati inquadrati, previsti, organizzati, che sono cresciuti partendo da buone basi ma che, con il passare del tempo, si sono frantumati in varie forme di egoismo umano. Come spesso è capitato nella storia, il nostro paese è bravissimo a creare ma non altrettanto nella vita organizzata, dove le regole del buon vivere vanno messe in campo senza se e senza ma e dove il bene dell’uno deve essere compatibile con quello dei molti. E’ in questa forma di ritrosia educativa che l’italiano rischia di perdere identità , finendo per essere stigmatizzato per quello che non è. L’esempio è di questi giorni, in cui giornalisti della fraterna Europa ci riempiono di botte e di figuracce con i titoli e le vignette dei loro giornali. Ecco come finiamo spesso, nel ridicolo. E perché? Perché non sappiamo prendere esempio dalle massaie, non vogliamo accorgerci che sono loro, con la loro grande capacità gestionale, a reggere i destini del mondo, in particolare di quello economico che ci ruota intorno, è da loro che dobbiamo imparare, è da loro che dobbiamo apprendere l’arte del risparmio e dell’organizzazione familiare, è da loro che dobbiamo imparare a gestire la nostra vita, ma chissà perché non diamo loro la giusta dignità, non permettiamo loro di avere uno stipendio che le garantisca nella loro fondamentale funzione familiare e sociale e soprattutto ci accorgiamo di loro solo quando subiscono tutte le infamie del mondo. E’ alle massaie italiane che deve guardare l’economia ed è a loro che deve essere grata se, malgrado tutto, si riesce ancora a sopravvivere dignitosamente, è alle donne che la politica deve saper guardare, se vuole tirarsi fuori da una società maschilista che ne ha combinate di tutti i colori.

LE REGOLE, SONO ANCORA IMPORTANTI?

di felice magnani

Un sistema organizzato richiede responsabilità comuni, che si possono realizzare soltanto se alla base esiste una forte e decisa convergenza di condivisioni. Le regole sono estremamente necessarie, così come chi ha il compito istituzionale di farle rispettare. Rispettare le regole è condizione essenziale per formare una comunità matura, seria e responsabile, capace di dare un senso logico alla propria azione. In questi ultimi anni è nata una spaccatura tra pensiero e azione, tra res cogitans e res extensa, tra essere e divenire, insomma sono saltati i principi chiave di una sana e democratica convivenza civile all’interno delle comunità. La legge ha perso la sua naturale vocazione ad essere garante delle dispute umane, della naturale tendenza delle creature a ritagliarsi fette di egoismo privato, perché è stata furbescamente svuotata della sua essenza legale e democratica. Ha trovato dei difensori capaci di addomesticarla al punto di renderla inoffensiva, incapace di svolgere il suo ruolo formativo, educativo e integrativo. Allo stato attuale dei fatti non esiste più una legge scritta che non sia soggetta al grande potere di svuotamento morale da parte dell’uomo. Tutto è opinabile, discutibile, mutabile. Il principio che governa l’autorità oggi è quello che non esiste nulla di assoluto e che tutto sia passibile di riconversione. Credo che allo stato attuale dei fatti i principi veri della democrazia siano saltati, per fare posto ad una volontà individuale, capace di annullare sempre e comunque ogni forma di legalità riconosciuta. Il clima d’incertezza non favorisce certo la crescita umana e democratica della società civile. Il rischio è che, alla fine, prevalga l’idea di ricorrere alla forza per ripristinare l’ordine, cioè di creare la basi per la nascita di un sistema totalitario, capace di metter d’accordo tutti.

 QUANTO CONTA L’ACCOGLIENZA NELLA VITA DELLE PERSONE?

di felice magnani

 Moltissimo, direi che abbia un ruolo fondamentale. L’accoglienza non dipende solo da chi ha il dovere di accogliere, ma anche da chi è accolto, diciamo che un sistema educativo serio si fonda su una reciprocità di rapporti, la verità non sta mai da una sola parte. Di solito siamo abituati a vedere solo quello che ci fa comodo, quello che ci aiuta a stare meglio, ci creiamo il nostro mondo ideale, senza magari immaginare che quando mondi diversi si incontrano devono andare l’uno incontro all’altro e ciascuno deve tirar fuori dalla bisaccia personale quei valori che per loro natura e caratterizzazione sono universali, come l’impegno, la buona volontà, l’osservanza, il rispetto, bisogna insomma collaborare. Senza collaborazione non esiste accoglienza. Ci sono circostanze in cui l’accoglienza è un esercizio scomodo, difficile e allora bisogna insegnarla, bisogna parlarne, ampliare il campo delle relazioni sociali, creare situazioni in cui le diversità si possano incontrare e attivarsi contemporaneamente. Chi ha vissuto sulla propria pelle l’accoglienza sa perfettamente quanto sia importante sentirsi accolti, capiti, coccolati, stimolati, ma sa anche che tutto questo è un dono e come tale va conquistato con l’esercizio di quei doveri che diventano essenziali per una convivenza realmente democratica e civile, dove ognuno sa quello che deve e quello che non deve fare, sa come comportarsi. In questi anni ci siamo abituati agli arrivi dal mare, abbiamo identificato l’accoglienza con la straordinarietà del fenomeno migratorio, ma non è necessario entrare nell’universale per esprimere giudizi, possiamo soffermarci sulle cose di casa nostra, valutare come si viene accolti passando da una città a un paese o viceversa. Non è sempre tutto scontato e non è sempre detto che nella buona volontà di entrambi i contraenti stia la verità. Il razzismo e l’intolleranza, la diffidenza e il pregiudizio covano dentro la natura umana e in molti casi covano al punto che riesce difficile anche solo immaginare di essere cittadino italiano e di stare con persone della tua stessa nazione e che, in molti casi, hanno respirato parti fondamentali della tua stessa cultura. Il pregiudizio è nella natura umana, crea scompensi, discrasie, non permette di amare come si dovrebbe, non permette di vedere nell’altro un risorsa. Ogni persona è una risorsa. Il problema? Riuscire a farlo capire, perché a volte non bastano la buona volontà, la nomea, la cultura, la bravura, ti imbatti in persone che quasi costituzionalmente si mettono di traverso, non ti considerano uno di loro, ti vedono come uno che non parla la loro stessa lingua, il loro dialetto e questa è una vera e propria tragedia, perché crea solitudine, emarginazione , incomprensione, cattiveria e ribellione. Accogliere lo straniero è fondamentale e bellissimo, è un arricchimento per tutti, è una festa, la festa di un banchetto che si allarga e al quale tutti indistintamente possono accedere. Ampliare il convivio è consolidare e potenziare tutto il sistema formativo ed educativo, significa conoscersi e sapere che tutti, indipendentemente dal colore della pelle o della lingua parlata, hanno dei precisissimi doveri da eseguire e da rispettare. In questo le forze politiche dovrebbero essere molto unite, dare quindi l’dea di un paese che si ama e che vuole essere amato, un paese in cui la gente non si fa la guerra, ma coopera per migliorare il budget valoriale di tutti i suoi cittadini. In molti casi il paese è cieco, sordo e muto, lo è per una forma di distorsione interpretativa, ma lo può essere anche perché non vuole cooperare, non ne vuole sapere che esistano altre verità che possono mettere in discussione quelle create apposta per una forma di narcisismo o di arrivismo personale. Ci sono casi in cui non ti rendi conto di come qualcuno non sappia vedere e capire che magari una persona può essere molto utile per l’economia di un paese. Forse lo sai, ma continui a pensare che l’intelligenza sia molto più importante dell’invidia e della stupidità umana. Sul piano educativo in questo senso c’è molto da fare e da capire e da superare, è nella cultura dell’accoglienza che si afferma e si delinea la qualità di un’azione e di una amministrazione, è nel chiamare a raccolta la buona intelligenza comune che s’impara a dare voce a tutti e a migliorare il livello di vita di un paese o di una città. A volte mi domando che cosa mi avrebbe riservato il destino se fossi rimasto nella mia città, tra persone conosciute ed esperienze già conclamate, chissà, è difficile dirlo. Certo l’accoglienza è fondamentale e per farla fiorire bisogna saper guardare in grande, uscire dal piccolo orticello privato, guardare al mondo e alle sue domande, alle sue idee, alla sua capacità di porsi, di tendere una mano, di offrirsi senza chiedere nulla in cambio. Per questo insegniamo ad accogliere, insegniamo i diritti e i doveri, insegniamo che nulla è dovuto e che tutto ha un prezzo, la democrazia ha le sue esigenze, i suoi costi, le sue regole, che devono essere rispettate da tutti, nessuno escluso.

  

COSA CONTA DI PIU’ NELLA CRESCITA EDUCATIVA DEI RAGAZZI?

 di felice magnani

Conta soprattutto la capacità di creare relazione, di entrare in sintonia, di creare rispetto e disciplina, di stimolare la voglia di crescere dei giovani, di dare un senso alle cose che fanno, coinvolgendoli il più possibile anche nelle attività pratiche. I giovani vogliono chiarezza, fermezza, onestà, non si accontentano di bugie o di forme di imbonimento qualsiasi. Lavorando in collegio con ragazzi difficili, mi sono reso conto che la concretezza era il modo migliore per risolvere i problemi. Che tipo di concretezza? Quella sportiva ad esempio. Giocare con i ragazzi significava dimezzare le distanze, dimostrare che l’adulto non è un’immagine fine a se stessa, ma una realtà viva, che partecipa, si mette in gioco, non ha paura di scontrarsi o di offrire punti di contatto. Nei collegi si tocca con mano la povertà, non solo quella materiale, ma soprattutto quella morale, quella che non ha conosciuto il calore materno e l’autorità paterna, quella che vive di solitudini e di indifferenze, di noncuranze e di negazioni, quella che riversa le sue solitudini e le sue inadempienze sull’indifferenza. Occorre però non dimenticare mai che in fondo a quelle sacche che appaiono in tutta la loro materiale identità, ci sono fonti inesauribili di calore umano che, se ben guidato a germogliare, produce frutti di notevole bellezza. I ragazzi hanno soprattutto bisogno di verità, non amano le bugie, essere presi per il naso, preferiscono una verità detta anche con durezza, ma vera, priva di secondi fini o di sottili falsità. Chi ha subito i contraccolpi della vita non ama i pietismi, vuole vedere, conoscere, approfondire, vuole capire fono a che punto l’uomo sia fonte di verità. Chi ha subito non ama essere compatito, trattato come un diverso, desidera avere quel riconoscimento umano che la vita gli ha negato e di solito lo fa con i mezzi di cui dispone, magari sbagliando, ma con l’intenzione di fare un passo in più verso la verità. Lavorare in un collegio/educandato significa vivere a stretto contatto di gomito con tutti, notte e giorno ed proprio per questo che la vita interna deve essere molto ben organizzata, non deve lasciare buchi, bisogna sempre cercare di far apprendere un senso, di creare occasioni per discutere, riflettere, giocare, bisogna animare, lasciare uno spazio importante alla relazione individuale e di gruppo, bisogna soprattutto stimolare la voglia di fare, di essere competitivi, di credere nelle risorse umane e nel farle crescere sia sul piano umano sia su quella della formazione in generale. Nella vita di collegio prevale la vita, intesa come presa di coscienza costante sulle cose da fare e su quelle da non fare. L’adulto non ha solo una funziona educativa di carattere multidisciplinare, ma deve mettersi in gioco, dimostrare sul campo, perché i ragazzi sono meno stupidi di quanto si possa immaginare. L’errore che commettono molti educatori è proprio quello di sottovalutare, di credere di avere sempre tra le mani il bandolo della matassa, di lasciarsi irretire, di prendere sottogamba il valore dell’educazione, che non è mai prevaricazione o repressione, ma leale e chiara presa d’atto di vincoli comuni, di parti da sostenere nella piena consapevolezza che l’una sia di supporto all’altra. Nella vita dei giovani conta soprattutto la vita, la capacità di saperla far amare, apprezzare, stimare, nel saper darle quell’importanza che la rende unica e bellissima. Certo quella dell’educatore è una missione che prevede una vocazione che va consolidata, vivendola in pienezza con chi deve essere educato. Molti dei problemi dei giovani sono da addebitarsi a una società adulta che non esprime energia, fiducia, lealtà, chiarezza, fermezza, si tratta di una società che pensa di risolvere i problemi concedendo tutto e ufficializzando tutto, spazzando via i confini naturali entro i quali si gioca la sfida educativa. Motivare, valutare, incoraggiare, organizzare, sono passaggi che ampliano il campo d’azione di un sistema educativo, che lo rendono affidabile, credibile, accettabile, ma bisogna che alla base di tutto ci siano quella determinazione e quella fermezza che diventano il collante per una proficua azione educativa. Ho visto spesso colleghi in grandissima difficoltà con gli alunni, proprio per la loro incapacità a sviluppare un rapporto interpersonale serio e costruttivo, minato spesso dalla convinzione di poter educare adottando il principio di una libertà troppo ampia per poter trovare argini o spazi entro i quali potersi determinare in modo proficuo. Uno dei grandi temi di oggi è proprio quello di ricreare un sistema educativo affidabile e credibile, capace di fungere da argine e contemporaneamente da centro propulsore di nuovi modi di essere, capaci di sviluppare una diffusa e approfondita coscienza morale del problema. Spesso di pensa di poter risolvere tutto con il silenzio, facendo finta di niente, minimizzando, quando in realtà occorre un tipo di educazione capace di responsabilizzare al massimo, in grado di dare risposte convincenti a chi le cerca quasi con disperazione. L’educazione non è finzione o sottovalutazione o sopravvalutazione, ma rapporto diretto tra contraenti che misurano la loro identità sulla base di risultati su cui misurare la qualità e la forza morale del modello educativo. I ragazzi hanno bisogno soprattutto di credere, di sapere che un modello può essere applicato coraggiosamente da tutti e non solo da qualcuno, hanno soprattutto bisogno di trovare chi li sappia capire e chi conceda loro la possibilità di sbagliare per imparare, hanno bisogno di fiducia, di sapere che la società che hanno intorno crede nelle loro energie, in ciò che rappresentano e li rispetti per questo, ma che li sappia anche incoraggiare con la giusta determinazione. Il compatimento serve a poco, serve soprattutto trasmettere sicurezza e la convinzione che il cambiamento parte sempre da noi, dalla volontà con cui sappiamo liberare le energie positive che portiamo dentro.