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RAYMOND POULIDOR, IL CAMPIONE RIVALE DI FELICE GIMONDI AL TOUR DE FRANCE DEL 1965

di felice magnani

Dopo Felice Gimondi, un altro campione se n’è andato, se n’è andato poco tempo dopo chi lo aveva sconfitto al Tour de France del 1965, uno tra i più combattuti e i più belli del dopoguerra. Gimondi e Poulidor, due assi di un ciclismo deciso a risollevare lo spirito di uno sport che aveva toccato i vertici con Bartali e Coppi, per poi adagiarsi ad attendere che qualche nuovo atleta tornasse a entusiasmare. Poulidor - Gimondi, fianco a fianco nelle crono, nei grandi giri, sulle grandi montagne ammantate di attese e di speranze. Due fantastici combattenti decisi a rallegrare l’animo di tifosi in cerca di emozioni da ricevere e da regalare, una coppia fortissima che non si piega e non si dà mai per vinta. Forte, pignolo e ostinato l’uno, determinato, forte e molto dotato tecnicamente l’altro, entrambi rappresentanti di un ciclismo che si concedeva poco alle quisquiglie, molto attenti a far risaltare le qualità umane, prima ancora di quelle atletiche. Felice Gimondi, un bergamasco combattente, capace di non deludere mai, lucido e calcolatore, uno che non si concedeva smancerie, che guardava dritto in faccia la realtà per non perderla mai di vista, neppure quando questa avrebbe voluto concedersi momenti di riflessivo attendismo. Raymond Poulidor, l’eterno secondo del ciclismo francese, l’atleta che non mollava mai, un viso aperto e simpatico, un’aria ruvida e tenace di chi sapeva di valere, di poter competere con i più grandi, ai quali ogni tanto strappava la gioia struggente della vittoria, in particolare a quel Jaques Anquetil sempre splendido per la sua bellezza atletica e per quel suo legame indissolubile con la vittoria al Tour, nei grandi giri e nelle grandi classiche. Gimondi e Poulidor, due campioni che si giocavano metro dopo metro la possibilità di uscire allo scoperto per dimostrare la bellezza di uno sport popolare, amato dalla gente comune, quella che attende i suoi campioni ai bordi delle strade, sui versanti delle colline e sulle grandi salite, dove  spesso la forza individuale prevale sulla sfortuna e regala impennate di adreanalina allo stato puro. Al ciclismo hanno dato tantissimo, non si sono mai tirati indietro, hanno insegnato il valore del sacrificio, dell’impegno, del non darsi mai per vinti, del saper lottare ad armi pari ovunque, mettendo davanti a tutto il valore umano della loro ricchezza. Se ne sono andati uno dopo l’altro, come se dovessero di nuovo essere alla partenza di una grande classica o di un nuovo giro, lasciando un vuoto in tutti coloro che li hanno amati e seguiti nelle loro straordinarie performance e nelle loro attività, mantenendo sempre un rapporto di profonda onestà con quel pubblico che non ha mai smesso di amarli per come hanno vissuto il loro impegno umano, morale e sportivo nel mondo delle bici da corsa. 

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