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L’ORATORIO, UN LUOGO PARTICOLARE

di felice magnani

E’ passato molto tempo  da quel lontano 2 giugno 2012 allo Stadio “Meazza” di San Siro in Milano, allorché papa Benedetto XVI, incontrando i ragazzi e le ragazze della Cresima, in occasione della Visita Pastorale all’Arcidiocesi di Milano, nel VII incontro mondiale delle Famiglie, pronunciò un accorato e molto paterno discorso ai giovani che si stavano preparando a ricevere il Sacramento della Cresima. Un discorso amabile, in cui il santo Padre metteva a fuoco la forza redentiva e creativa dello Spirito Santo attraverso i suoi doni: Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà e timore di Dio. C’era in quel toccante discorso un passaggio in cui emergeva a chiare lettere la forza della catechesi, che trova anche nella forza generativa dell’Oratorio uno dei suoi elementi fondamentali. Ecco le parole di papa Benedetto: “L’Oratorio, come dice la parola, è un luogo dove si prega, ma anche dove si sta insieme nella gioia della fede, si fa catechesi, si gioca, si organizzano attività di servizio e di altro genere, si impara a vivere, direi. Siate frequentatori assidui del vostro oratorio, per maturare sempre più nella conoscenza e nella sequela del Signore! Questi sette doni  dello Spirito Santo crescono proprio in questa comunità dove si esercita la vita nella verità, con Dio”. Benedetto è stato un papa molto discreto, molto profondo. Ha scandagliato le basi su cui si regge l’impianto religioso del cattolicesimo mondiale e lo ha fatto con tatto, con quel giusto silenzio accogliente che consente di dare un volto credibile alla fede, togliendole di dosso quel taglio evocativo che in taluni casi la fa apparire come una spada puntata sulla disponibilità di gente che crede malgrado tutto. Non è scontato che un papa si soffermi sull’oratorio, luogo di formazione umana e di catechesi, crocevia tra la visione politica della vita e quella legata alle sue aspirazioni spirituali, consegnate alla preparazione di sacerdoti e di educatori con il compito di insegnare ai giovani come sia ancora possibile vivere una condizione di corretta felicità terrena, nella consapevolezza di quello che occorra fare per viverla, proteggerla e alimentarla. Dunque oratorio come luogo di preghiera, fermo restando che il valore umano, semantico, divino e sociale della preghiera sia insegnato con profonda devozione da chi ne è espressione. C’è ancora chi pensa che la preghiera sia una croce gettata addosso per costringere la persona a sottomettersi, non immaginando che si tratta forse di uno straordinario incontro con se stessi, con il proprio cuore, con la propria mente e con la propria anima, con la necessità di ringraziare o chiedere aiuto per rimettere pace e ordine là dove regnano inquietudine e disordine. Nella preghiera la parola eleva la condizione umana, la colloca in un sfera dove il silenzio diventa penetrante e conciliante, favorendo una visione analitica e contemplativa, misticamente vincolata alla grazia conciliativa dello Spirito. Nulla più della preghiera è ancora in grado di resturare quella voglia di Dio che cresce allorquando le speranze umane si restringono fino a dissolversi, lasciando il cuore e la mente in preda a vuoti esistenziali incolmabili, privi di sostegno a cui appendere quel che resta della volontà. Insegnare a pregare è un valore sociale di grandissimo spessore umano prima ancora di esserlo sul piano divino, si tratta infatti di sollecitare quella voglia di leggerezza che anima la nostra interiorità ogniqualvolta abbandoniamo, anche solo per un attimo, il caos della quotidianità, in cui diventa sempre più difficile cogliere il senso di chi siamo e di che cosa vogliamo. E’ come sollevarsi e decollare, lasciandosi temporaneamente alle spalle il peso di una fatica che diventa sempre più grave e che impedisce di osservare che cosa realmente ci sia oltre quella siepe che, leopardianamente parlando, impedisce l’accesso. Papa Benedetto definisce l’oratorio luogo di apprendimento, di educazione, di disciplina, quella che non costringe, ma aiuta a ricomporre tasselli  che hanno bisogno di appoggi e supporti per permettere alla natura umana di trovare le giuste fonti di approvvigionamento.  L’oratorio è luogo di gioia, dove i giovani stanno insieme giocando, imparando e dove il servizio si alimenta di piccoli gesti, di iniziative condivise, di attività utili a creare una dimensione sempre più formativa del carattere e della vita sociale. All’oratorio si lavora, si gioca, si studia, si parla, ci si confronta, s’impara a vivere il Vangelo senza dover passare sotto il giogo dell’inquisizione, s’impara a vivere e a condividere, a crescere e a collaborare. Imparare a vivere è l’obiettivo primario di una società avanzata, che crede nella forza rassicurante del bene e di quali siano le regole e le iniziative più adatte per realizzarlo. Vivere non è solo espressione di cultura democratica, ma è soprattutto coscienza di atteggiamenti e di comportamenti, capacità di saper distinguere ciò che aiuta da ciò che distrugge, ciò che anima da ciò che immobilizza e cementifica. Il gioco ha una funzione straordinaria, aiuta ad apprendere senza appesantire, senza prevaricare, stimola la fantasia e l’immaginazione, apre le porte dell’inventiva e quelle della scoperta. Grazie al gioco la vita stessa diventa più appetibile, meno snervante, meno complicata, più umanamente accessoriata, meno rigida, meno severa, più adatta ad accogliere la cultura della felicità umana. Benedetto ravvisa la presenza di Dio nella vita dell’oratorio, forse di un Dio meno opprimente e più umano, più capace di farsi vivere e apprezzare anche nella sua veste sportiva, ludica, conciliante, capace quindi di regalare sorrisi, parole buone, contenuti che aiutano a crescere, a migliorarsi, a costruire un mondo più vicino all’umanità. Guai se l’oratorio non ci fosse, guai se non ci fosse la guida rasserenante di un sacerdote o quella di un educatore, guai se tanto ben di Dio finisse nelle mani di chi crede di poter disporre  a proprio piacimento della libertà e della formazione, guai se lo cosiderassimo luogo di privilegio o di gretto conservatorismo o di inquietante libertinismo. In questi anni di oltranzismi esasperati, di cultura dell’arroganza, sarebbe forse il caso di riproporre l’esempio di Gesù, un Gesù meno intransigente e meno giudicante, ma sempre molto vivo nell’indicare la via giusta per dare un senso vero e concreto alla vita dei nostri ragazzi. 

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