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MAGGIORENNI A SEDICI ANNI

di felice magnani

Ci siamo, finalmente i giovani possono dire la loro, a sedici anni. Una bella conquista, non c’è che dire, ma occorre avere gli occhi sempre bene aperti, perché quello che viene stimato un traguardo, potrebbe anche essere l’ennesimo tentativo di una politica più che mai macchiavellica, capace di trasformare una legittima aspirazione in qualcosa di più docilmente addomesticabile a fini elettoralistici e propagandistici. Certo è che abbassare la maggiore età ai sedici anni è un atto di fiducia nelle giovani generazioni e nella loro capacità di entrare attivamente nel sistema morale e in quello sociale, oltreché politico naturalmente. Da cosa nasce dunque un atto di fiducia così forte e radicato? Molto probabilmente la società si è resa conto che ha bisogno dei giovani, della loro preparazione, della loro freschezza, della loro capacità di incarnare quella voglia di cambiamento che anima, soprattutto di questi tempi, la vita comunitaria, sempre più prigioniera di uno stato di generale confusione e sempre più incapace di vivere e interpretare adeguatamente la propria voglia di benessere e di tranquillità sociale. Alla base però di ogni cambiamento è necessaria una consapevolezza collettiva, dentro la quale ciascuno, a seconda delle proprie capacità e responsabilità, operi un graduale stato di avanzamento morale, riconoscendo l’importanza di formare e di educare con maggiore determinazione. Tutte le agenzie educative sono chiamate infatti a svolgere con più attenzione ed efficacia operativa il loro ruolo formativo, inventandosi anche un approccio diverso sia sul piano relazionale sia su quello creativo, si tratta infatti di capire che cosa sia più giusto mettere in campo per fare in modo che tutto il sistema generazionale ne tragga beneficio. Famiglia, scuola, associazioni, oratori, tutti sono chiamati a definire con maggiore chiarezza quale sia la strada migliore da seguire per aiutare i nuovi maggiorenni a pronunciarsi in ogni ambito della sfera pubblica. Si tratta di rafforzare l’immagine civica, quella che punta decisamente sulla centralità della sfera umana. Si può pensare a una scuola meno nozionistica e più sociale, più capace di interpretare la condizione umana e le sue legittime aspirazioni, una scuola  più dentro le cose, meno statica, meno ancorata a un giudizio scientifico, capace di prendere in consegna la persona nella sua identità, nella sua necessità di sentirsi parte attiva nella produzione e nella progettazione di una storia che attende con impazienza di potersi modificare. E poi si tratta di contare su una famiglia sempre più pronta e disponibile a rafforzare il proprio livello cognitivo, a entrare in relazione con le cose del mondo sulla base di una visione criticamente costruttiva della realtà, più capace di vivere l’incontro quotidiano con i propri figli, in una costruzione generazionale aperta, capace di fornire risposte non antagoniste, ma solidamente esperienziali, fatte di punti di vista, di domande e di risposte, una famiglia che si trasformi in ambito domestico di ricerca e di confronto, di dialogo e di discussione, da cui emerga con chiarezza l’umanità della vita, la sua capacità di fornire risposte soprattutto nei casi più difficili, quando il disagio sembra prevalere e la sfiducia sembra avere il sopravvento. La nuova maggiore età pone degl’interrogativi chiari, ci interroga sul nostro modo di essere, sul nostro stato, sulle nostre capacità, ci pone delle domande per capire se siamo pronti a fornire delle risposte, a uscire da quelle forme di chiusura e di assolutismo esistenziale in cui spesso ci siamo chiusi, sicuri di essere nel giusto e che il mondo reale fosse solo quello conosciuto, quello consolidato e quindi per certi aspetti intoccabile. Il mondo nel frattempo è cambiato moltissimo, si è aperto, è diventato talmente grande da meritarsi il titolo di globale, i problemi non sono più solo quelli di un paese, di una città o di una nazione, ma riguardano il pianeta, sono diventati quelli di tutti, a cui tutti sono chiamati a fornire risposte solidali e comunitarie, capaci di unire, di creare una speranza comune. La sua vera forza sta dunque in una visione che oltrepassi i muri e le barriere, ma tutto questo richiede preparazione, lungimiranza, rinuncia, fiducia, buona volontà e soprattutto la capacità di pensare e di agire nell’interesse di una comunità più ampia, meno da “sagrestia”, sempre più capace di affrontare con coscienza di causa i grandi problemi che incombono e che domandano di essere conosciuti, riconosciuti e risolti. La politica stessa non ha più solo una responsabilità di natura associativa, ma ha il compito di aprirsi alla ricerca comune, all’idea che oltre una natura individuale ne esista una ancora più grande che riguarda l’identità nella sua complessità, il suo riconoscimento sociale, il suo livello valoriale, la possibilità di essere applicata per il bene di tutti. Dunque una maggiore età che diventa monito e che richiama attorno a sé la capacità di comprendere e di costruire, di interloquire e di interagire, di accogliere, di prendere e di donare, di trasformare l’indefinito in qualcosa di più visibile e concreto, che aiuti l’uomo a prendere coscienza della propria identità, dei propri bisogni e delle proprie necessità, aiutandosi nel processo d’identificazione personale, nel trovare le linee guida di una società che tende a crescere con il contributo di tutti. Una cultura quindi  che tenda al superamento, a costruire nuovi orizzonti e nuovi traguardi e che, proprio per questo, ha bisogno di uno spirito giovane, che sappia suscitare l’entusiasmo e la voglia di concorrere tipico delle nuove generazioni. Dunque l’uomo si rende conto che la società ha bisogno di tutti, soprattutto dei giovani, della loro fluidità, della loro leggerezza e della loro freschezza e, soprattutto, della loro capacità di offrire quelle risposte necessarie per ricreare la fiducia che in molti casi abbiamo perso per strada.

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