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NON FAR NIENTE PUO’ DIVENTARE UN PROBLEMA

di felice magnani

Se prendi un gruppo di preadolescenti e lo lasci scorrazzare senza meta tutti i pomeriggi stai pur sicuro che crea un sacco di problemi. Il primo interrogativo che ti poni è: “Perché non hanno mai niente da fare?”. “Perché bighellonano urlando frasi sconnesse, parolacce e bestemmie in luoghi dove l’educazione dovrebbe avere un posto privilegiato?”. “Perché non hanno compiti da fare o libri da leggere o accanto qualcuno che orienti consapevolmente la loro esuberanza?”. “Come mai le agenzie educative sono assenti?”. “Esiste un problema educativo comune, che riguarda tutti, oppure il valore educativo comunitario è solo qualcosa che riguarda qualcuno e basta?”. Come si può notare gl’interrogativi che riguardano l’assetto educativo e formativo di un paese o di una città sono tanti, ma il più delle volte non hanno risposte, forse per paura, forse per noncuranza, forse per menefreghismo o forse perché siamo piombati nel caos e nel caos, si sa, diventa difficile stabilire dei ruoli, delle autorità, delle responsabilità e delle competenze. Di solito quando arriva il caos nessuno più è in grado di decifrare con obiettività dove stia di casa il male, quella fonte di disagio che si espande a macchia d’olio, colpendo in prima persona chi lo produce, magari anche inconsapevolmente, perché si sa che in molti casi i preadolescenti agiscono sull’onda di stati emotivi, di cariche ormonali e di impulsi di cui non conoscono bene l’origine e le conseguenze. Se i preadolescenti possono anche essere in parte scusati, proprio per quella dose di irrazionalità affettiva che si portano dentro, non possono essere scusati invece tutti coloro che hanno responsabilità dirette sul problema, mi riferisco alle agenzie primarie in particolare, ma anche a quelle che esercitano di fatto un’azione educativa quotidiana e che quindi dovrebbero avere un occhio e un pensiero particolari sull’educazione giovanile. Uno dei grandi temi del nostro tempo è che si parla molto, si parla di tutto, ma non di quelle problematiche che chiedono di essere prese nella giusta considerazione, per evitare che diventino dei veri e propri boomerang, capaci di distruggere la parte più bella e nobile della società, quella che si fonda su una convergenza educativa in cui ciascuno riconosca il proprio ruolo e lo eserciti per il bene individuale e per quello collettivo. Inutile dire che un gruppo disfattista, lasciato nella più totale anarchia esistenziale, può combinare guai, soprattutto crescendo nella convinzione che vivere in democrazia significhi poter fare tutto quello che si vuole, in barba alle regole della legalità. Ecco l’importanza dell’educazione, prevenire, fare in modo che cresca una gioventù sempre più consapevole della propria e energia e delle proprie capacità, creare un filtro educativo a cui concorrano tutti, anche chi generalmente vive con gli occhi chiusi e le orecchie tappate. Molti dei mali della nostra società dipendono da una generazione adulta che si è dimenticata di essere stata giovane, di aver sbagliato parecchio, ma di aver trovato sulla propria strada agenzie e persone capaci di trasformare l’anarchia personale in democrazia, in una corretta gestione della propria individualità e del proprio livello relazionale. Dunque non bisogna perdersi d’animo, ma entrare nella convinzione che il bene pubblico è pubblico perché appartiene a tutti, nessuno escluso, con quote di responsabilità a seconda del livello di potere che si esercita. Certo non si può pretendere che tutti abbiano competenze precise e molto chiare, ma creare intorno e dentro i problemi una scuola di educazione permanente capace di ravvivare e di rassodare ciò che si è perso col trascorrere del tempo, potrebbe essere una via utile da seguire, soprattutto per aiutare le giovani generazioni a capire qualcosa di più del loro ruolo all’interno di quella società in cui sono chiamati a vivere. L’abbassamento della maggiore età al compimento del sedicesimo anno richiede un esame di coscienza collettivo, in cui ciascuno, a seconda delle proprie competenze e delle proprie responsabilità, riconosca quale ruolo debba esercitare per aiutare un processo di formazione civica e sociale a cui tutti possano concorrere. Il mondo educativo e quello formativo devono entrare in azione non per reprimere, ma per favorire un passaggio di comunicazione culturale e sociale che alimenti una corretta presa di posizione sulle decisioni da prendere per il bene individuale e comunitario. Benissimo dunque la maggiore età, ma conviene forse domandarsi perché un gruppo di ragazzini viva spesso senza qualcuno accanto che  gl’ insegni il senso e il valore dei comportamenti, il significato di vivere, di lavorare, di pensare, di migliorare, di rispettare. E’ infatti partendo dalla realtà e dalla quotidianità che si diventa grandi, occupando il posto che ci è riservato, con senso del dovere, dignità e consapevolezza d’intenti. Diventare maggiorenni a sedici anni è il sogno di una vita che guarda avanti, che si consolida, che vuole essere sempre più presente e attenta nel cuore e nella mente di tutti, in particolare in quella dei giovani, che sono le speranze del futuro. E’ proprio per questo che una comunità si deve porre delle domande e soprattutto deve trovare le soluzioni giuste per permettere a chi apre la finestra per la prima volta, di poter cogliere la bellezza di tutto quello che gli ruota attorno. Non disarmiamo dunque, ma troviamo punti comuni e convergenze adeguate, perché quel piccolo mondo antico di cui siamo in parte custodi, possa prosperare, dando veramente il meglio di sé.

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