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SI PUO’ SEMPRE MIGLIORARE

di felice magnani

La storia di questi ultimi anni ha insegnato molte cose, ma non sempre la storia è maestra di vita, come dicevano i classici, in molti casi è solo uno sbiadito ricordo oppure la conferma che non bisogna mai diventare vittime della nostalgia, che bisogna guardare avanti, lasciando perdere tutto ciò che ha il sapore di minestre riscaldate. Di solito il leader politico, anche quando è molto dotato e ha quindi tutti i santi carismi per fare bene, capita sovente che rifletta poco, che si lasci trasportare dalla temporaneità dell’intuito, pensando che sia il miglior alleato in assoluto. L’intuito ha senz’altro una buonissima funzione esplorativa e investigativa, ma da solo non basta, non basta infatti pensare di poter risolvere tutti i problemi di questo mondo, se non si ha l’accortezza di sapersi ascoltare e di saper ascoltare chi la politica la vive non come punto d’arrivo, ma come valutazione effettiva e quotidiana sulle cose fatte e su quelle da fare. L’intelligenza? Non basta. Il potere? Non è sufficiente. La comunicazione? Un supporto, ma non determinante. La bella presenza? Solo un elemento in più. La ricchezza? Aiuta, ma fino a un certo punto. Lo studio? Uno strumento. Il partito? In molti casi un gran peso da portare sulle spalle. Il movimento? Un freno se lega invece di liberare. In questi anni abbiamo preso atto che la perfezione non è di questo mondo e soprattutto ci siamo resi conto che spesso chi crede di interpretare alla perfezione i carismi del mondo si perde in un bicchier d’acqua, proprio come fanno i bambini quando non sanno coniugare l’intelligenza con il realismo. Uno degli errori madornali della politica e di chi la rappresenta nelle sue varie fasi è quello di sopravvalutarsi, di ritenersi arbitra o arbitro, di poter fare tutto e il contrario di tutto, di agire più sull’onda di impulsi arbitrari che non sulla corretta disamina di quali siano i pro e i contro di un giudizio o di un’azione. Ci sono momenti in cui la politica e il politico si sentono talmente forti che perdono di vista il mondo dei valori, quelli che contano per davvero e che sono capaci di fare la differenza. Non solo, la politica e il politico in molti casi, soprattutto quando si sopravvalutano, non sanno più misurare la realtà, ma la vivono come se si trattasse di un bene di consumo personale, un giocattolo, illudendosi di poterlo utilizzare sempre e comunque a proprio piacimento. Non è così. La politica e il politico devono partire dal presupposto che occorra predisporre davanti a tutto il mondo dei valori, quel mondo di cui la politica ha assolutamente bisogno per restare con i piedi per terra, convinta che servire il prossimo sia una vera e propria missione, fuori da qualsiasi ipotesi di natura utilitaristica o perbenistica. Si pensa e si lavora per il bene dell’altro, l’altro è il nostro misuratore di pressione. Per lavorare bene la politica non ha solo bisogno del leader, ma di tanti leader che sappiano metter insieme le loro forze e le loro energie per il raggiungimento del bene comune. Ci sarà sempre un capo, ma il capo deve avere l’accortezza di misurare il suo pensiero, mettendolo a confronto con quello di chi gli sta vicino, non per succhiarne il sangue, ma per dare i consigli giusti, quelli che evitano al capo di fare brutte figure, di non cadere nel ridicolo, di affrontare con dovizia di mezzi e di particolari i compiti importanti, cercando sempre la mediazione anche nella fermezza. Una scelta può essere convincente e matura se viene offerta con stile, in modo appropriato, rispettandone sempre il valore e chi sta dall’altra parte. La politica ha un grande bisogno di stile. Si può essere decisi, fermi, combattivi, ma senza mai abbandonare una forma che permetta al prossimo di capire che il rispetto sia la base su cui costruire qualsiasi relazione. Nella politica di oggi manca soprattutto il rispetto! Rispettarsi è la base su cui costruire una disponibilità, una tolleranza, un’alleanza, una vita comune, un confronto libero e onesto, privo di sotterfugi e di ipocrisie. Il politico che non rispetta se stesso, che non rispetta il suo avversario, non rispetta neppure quel popolo che, nonostante tutto, resta inequivocabilmente il sovrano della situazione. Quando si parla di stile si fa riferimento a un modo di essere che vale per la politica, ma anche e soprattutto per la vita sociale, in cui si spendono quei valori che la famiglia, la scuola, la società e lo stato ci hanno voluto insegnare. Quando il politico ha stile non cade nella volgarità, nella grossolanità, nell’impeto di una violenza che genera violenza. Ritrovare il peso e la misura, rimettere in circuito la forza morale di uno spirito capace di osservare e capire che cosa sia importante e che cosa invece sia inutile, che cosa aiuti e che cosa distrugga. La diversità politica non dovrà mai essere un motivo di attrito, ma sprone a ricercare approdi comuni, momenti di confronto, perché il bene comune è e resterà sempre il punto di partenza e il punto di arrivo della vita sociale della gente, dei paesi, delle città, degli stati, dei continenti. La diversità è solo un motivo in più per collaborare, per generare ricerca, studio, attenzione, movimento, per capire meglio che cosa sia più giusto fare per dare ai cittadini la giusta consapevolezza e la giusta identità. Se la diversità diventa lotta, faziosità, frustrazione, nascondimento, ipocrisia, allora la politica si deve fermare e deve meditare, deve mettersi in discussione, deve rinnovarsi, trovare nuove modalità di azione e di confronto. Spesso il politico sbaglia perché non entra in empatia con la realtà che lo circonda, la giudica, la tratta come una schiava, le impedisce di crescere, di maturare, di rendersi veramente libera, capace di muoversi fuori da tutti quei legacci che tendono a spegnerne l’entusiasmo, la passione, la voglia di crescere e di far crescere. Trattare la realtà come se fosse  una serva, privandola della sua dignità e della sua identità, genera reazione e la reazione non si sa mai dove possa arrivare. I carismi, quando ci sono, vanno fatti lievitare pensando sempre all’altro, a chi si rivolgono, in modo tale che la crescita sia veramente un avvenimento comune, frutto di un impegno e di una ricerca, di una volontà che rispetta tutti e che non lascia indietro nessuno. Di solito cresce l’intolleranza quando ci si accorge di non essere capiti, di essere trattati con sufficienza, quasi con disprezzo. Disprezzare il popolo è un gravissimo atto di intolleranza, una maleducazione che azzera l’impegno di una comunità che si impegna sempre, nonostante tutto, a fare il proprio dovere, anche quando farlo potrebbe sembrare irriverente nei confronti di valori come la lealtà e l’onestà. La buona politica non ricerca la poltrona mai e quando le arriva cerca sempre di scaldarla il meno possibile, di onorarla, di darle un volto umano, di trasformarla in uno strumento di crescita e di maturazione personale e collettiva, la poltrona è una concessione temporanea, che richiede il massimo della correttezza e della lealtà. Dunque più empatia, più capacità di capire l’altro, di mettersi nei panni dell’altro, ritrovare uno stile, un linguaggio, una comunicazione, pensando sempre che dall’altra parte ci sono famiglie, scuole, educatori che si sbracciano per insegnare l’educazione, che impegnano tutta la loro vita per formare dei giovani che un giorno diventeranno cittadini e avranno il compito di guidare la vita della società e quella dello stato. Quando il privato diventa pubblico la musica cambia, cambiano le responsabilità, le persone coinvolte, in particolare quei valori che spesso diventano importanti solo quando fa comodo. La gente vuole che la politica e che i politici cambino, passando attraverso un lungo riesame di ciò che la vera politica richiede per essere ben esercitata e ben distribuita. Il popolo vuole contare, vuole davvero essere l’ago della bilancia, occupando quel delicatissimo ruolo che la Costituzione gli conferisce, per questo non ama l’intrigo, la sopraffazione, l’idea che si possa tramare alle sue spalle. Sottovalutare l’elettore, vilipenderlo, trattarlo con arroganza, chiuderlo all’angolo magari con un bavaglio per non farlo parlare, non giova alla garanzia di un corretto rapporto comunicativo di natura istituzionale, non giova alla trasparenza di una visione, determina confusione e disorientamento, ma soprattutto sfiducia nelle istituzioni e in chi le rappresenta. Oggi più che mai il popolo ha bisogno di capire e di credere che la politica e che il politico siano davvero al suo servizio, che operino con saggezza e con molto senno, evitando deplorevoli anomalie e conflitti che gettino discredito sulla onorabilità di un paese, per questo c’è un grandissimo bisogno di saper ascoltare, di saper collaborare, di agire con prudenza, di vivere con coerenza l’impegno, sempre con quel garbo che consente all’uditore, anche al più distratto, di sentirsi comunque al centro di quel meraviglioso “gioco delle parti” di cui la politica deve essere garante. 

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