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QUANDO INSEGNARE E’ EDUCAZIONE

di felice magnani

Coinvolgere, proporre, rianimare, riaccendere, stimolare, sollecitare, sono verbi che stanno a cuore a chi deve assumersi la responsabilità di risvegliare il senso della vita, in tutte le sue componenti morali, sociali, etiche e religiose. Oggi, forse non basta più tentare di mettere insieme belle parole, di organizzare un discorso che abbia un senso, bisogna programmare, mettere per iscritto, definire, creare compiti e competenze, obiettivi e strategie, è un tempo in cui parlare solamente non basta, occorre organizzare  con molta determinazione, credendo in quello che si fa. Ci sono momenti in cui risorgono antiche convinzioni, modalità d’insegnamento che abbiamo spesso criticato, ma che avevano fondi di verità che abbiamo in parte o quasi completamente dimenticato e di cui sentiamo a volte la nostalgia. Chi non ricorda, ad esempio, l’autorità paterna, il ruolo centrale della scuola, l’attenzione alla condotta, l’autorità del preside, l’autorevolezza degl’insegnanti, era molto difficile vederli ritardare. Il dirigente comandava e dava l’esempio, era il primo a mettere in pratica le regole, comprensivo, pronto a promuovere il merito, inflessibile nel far rispettare le regole. Tra i ragazzi c’erano quelli che erano tendenzialmente votati a varie forme di trasgressione, ma la compattezza educativa della comunità scolastica fungeva da collante, era difficile fare cose assurde e non pagare un prezzo. Ma cosa avevano i metodi del passato rispetto a quelli del presente? Forse la fermezza esecutiva, l’esempio, la capacità di saper dare il giusto valore  e il giusto peso agl’impegni e alle convenzioni, tutto era fortemente collegato. I programmi erano ben delineati, i compiti chiari per tutti, l’educazione aveva un ruolo decisivo nel giudizio e il corpo docente era libero da impedimenti di natura burocratica, si concentrava anima e corpo sull’insegnamento, con grande appoggio da parte delle famiglie. Di solito si lavora bene quando si è lasciati liberi, quando si sa che chi ci osserva condivide, valorizza, sprona, premia, la persona è persona sempre e come tale vive sulla propria pelle l’attenzione positiva di chi è preposto a collaborare e a  dirigere. Un tempo tra scuola e famiglia c’era una perfetta sintonia, ognuno rispettava il ruolo dell’altro, c’era un clima di grande fiducia, quando i ragazzi erano a scuola i genitori erano felici, sapevano che erano in buone mani e che avrebbero sicuramente migliorato il loro budget culturale ed educativo. Lo studio aveva un valore reale e costante, era fatica, impegno, sudore della fronte, richiedeva tempo e dedizione, i compiti non erano solo un noioso passatempo, ma il modo migliore per far capire che le conquiste della vita sono impegnative, richiedono grande dedizione e un impegno costante. Anche il catechismo era un momento di stabile valutazione educativa, che serviva a consolidare principi e  valori, il dialogo e  l’interrogazione avevano un valore umano e culturale di notevole importanza. Il catechismo era visto con  molta attenzione e interesse dalle famiglie, non solo di quelle di parte cattolica, era infatti difficile che i genitori non mandassero i propri figli a catechismo. L’idea di fondo era che tutto servisse a formare una personalità più attenta, forte e agguerrita, capace di dare un senso più compiuto alla propria vita, c’era una forte assonanza all’interno del mondo adulto. La cultura della vita era un valore universale, indipendentemente dalle culture di provenienza. Era questa unione d’intenti e di obiettivi a fungere da collante, a mettere insieme il corretto che avrebbe consentito alla persona di crescere nel rispetto delle fondamentali regole di vita comunitaria. Anche le punizioni erano un punto fermo, non solo una consuetudine cautelativa, ma un modo chiaro e preciso per far capire che nella vita chi sbaglia paga e che le colpe hanno un prezzo. A ogni azione corrispondeva una giusta e coordinata reazione, chi si comportava bene godeva di stima, apprezzamenti, incoraggiamenti, mentre chi si comportava male doveva riabilitarsi, capire la natura dell’errore e rientrare nella normalità. Il segreto della buona scuola? Una perfetta sintonia tra tutte le componenti morali che la compongono: collaborazione, rispetto, professionalità, entusiasmo, passione, tutto concorre a promuovere e a valorizzare. Il dovere è sempre un valore fondamentale, è base di partenza e di arrivo, ma va fatto conoscere e amare soprattutto con l’esempio. Ricordarsi che i giovani osservano e sono più attenti e furbi di quanto si possa immaginare è una regola da non dimenticare mai. L’uomo impara moltissimo da quello che vede fare, si domanda e si dà risposte soppesando l’immagine che il mondo che lo circonda gli offre, è per questo che una scuola buona deve avere un apparato educativo adeguato. Ripartire dalla scuola significa poter contare sul sistema leader del mondo educativo.  Rieducare alla socialità, ridare un senso alle cose che contano, riattivare la disciplina e i valori, ridare un senso compiuto all’autorità, riconvertire gli errori in momenti di rilancio dell’onestà e dell’impegno, riconfigurare una natura troppo libera e troppo anarchica, ridare fiato alla famiglia, alla scuola, alla società civile e allo stato, dimostrare che la politica non è una scorciatoia per persone furbe, sono valori che stanno alla base di una risurrezione che riguarda tutti. La grande famiglia umana ha bisogno di famiglia, di valori certi, di insegnamenti reali, da cui emergano con grande chiarezza e lucidità quali siano i percorsi più adatti per ricostruire quello che una democrazia a tratti ambigua ha depotenziato. Rimettere i puntini sulle i, non avere paura di dire la verità, essere coerenti e dare l’esempio, dimostrare ai giovani che la vita è un preziosissimo dono da amare e da difendere, ristabilire un contatto reale con la realtà, essere presenti sul campo, anche quando il campo è ristretto e non permette grandi voli, non avere la paura di essere diversi da chi fa sempre finta di niente per difendere i propri interessi e soprattutto avere il coraggio di essere se stessi, anche quando essere se stessi significa andare contro l’ambiguità corrente.

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