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INSEGNARE A LAVORARE

di felice magnani

In molti casi si dà per scontato che le persone sappiano lavorare, siano pronte per poter svolgere autonomamente il proprio lavoro, ma in moltissimi casi non è così, basta osservare con cura per rendersi conto che chi lavora è in molti casi impreparato, manca di un’organizzazione pregressa, di un metodo di lavoro e , soprattutto, non ha un approccio empatico con le persone. Impone la sua aggressività, si sopravvaluta, pensa soprattutto al ritorno pecuniario, a come fare per trarre il maggior beneficio possibile. Sono poche le persone che lavorano con passione, con l’entusiasmo e la competenza di chi ama sul serio il proprio lavoro, in molti casi la fretta, la superficialità, l’impreparazione e la pretesa del guadagno annullano la forza e la bellezza stessa del lavoro, perché il lavoro è bello sempre, anche quando può sembrare faticoso, improbo, ingiusto. Ogni lavoro ha una sua dignità, che va conservata, determinata, ampliata, rafforzata, una dignità che non va d’accordo con l’ipocrisia, ma che si propone con fierezza, con la certezza di essere capita e rispettata. La dignità si basa soprattutto sul rispetto, sulla considerazione umana della persona, sul suo valore affettivo, perché ogni persona è portatrice di un fondamentale patrimonio di talenti, di valori e di affetti. In passato siamo stati spesso testimoni di un’ aggressiva sottovalutazione della persona umana, abbiamo assistito a violente lotte politiche e sindacali, ci siamo resi conto di quanto il potere fosse impositivo e distruttivo, incapace di dare risposte sensate a umanissime domande. Una certa subalternità passiva, una forte dose di assolutismo di parte, la certezza che la ragione dovesse sempre essere solo da una parte, una gestione troppo conservatrice del potere hanno annullato la capacità interattiva di una classe destinata a un’obbedienza senza risposta. Spesso il lavoro è mancato proprio dove avrebbe dovuto esprimere la parte migliore di sé, quella di fare con metodo, con passione, con la certezza di incontrare la disponibilità umana al dialogo, alla comprensione, al riconoscimento, a una comunicazione aperta e solidale, capace di affrontare con coraggio e disponibilità tutte le tematiche presenti in un rapporto. Le reazioni erano la risposta a imposizioni assolutiste, dove la ragione stava sempre da una parte e i torti dall’altra. Un eccesso di pensiero capitalistico ha affondato e sommerso una filosofia popolare basata soprattutto sulle necessità quotidiane, sulla voglia di sentirsi apprezzata, ascoltata, premiata, aiutata a vivere meglio la propria condizione umana. In molte circostanze non si è voluto ragionare sul valore umano del lavoro, sulla sua valenza riabilitativa, sulla sua capacità di trasformare l’essere umano, fornendogli la convinzione sociale e morale che le conquiste sono sempre il frutto di una collaborazione e di una condivisione, mai di un’intuizione o di una strategia di parte. Siamo stati spesso testimoni di quanto l’aggressività padronale abbia pesato sull’evoluzione distruttiva di una parte della società, tradizionalmente votata al confronto dialettico, al desiderio di sentirsi valutata, considerata, rispettata e forse anche un po’ amata. Spesso le convinzioni del potere hanno sovrastato quelle di chi il potere lo subiva senza poter dimostrare le proprie idee, la propria visione del mondo. Abbiamo assistito a un progressivo sottodimensionamento di chi era costretto a dover ubbidire senza poter opporre una ragionata e sensata filosofia della costruzione collaborativa. Nelle classi sociali italiane è mancata spesso una coscienza comune, anche solo l’idea che il benessere fosse il frutto di un impegno collettivo basato sulla solidarietà, sul rispetto e sulla dignità. Non si è spiegato e capito abbastanza dell’importanza di fare qualcosa di utile per sé e per gli altri, si è vissuto per molto tempo nella convinzione di essere nel giusto, senza fare lo sforzo calarsi  in una visione critica e autocritica che potesse aprire la strada a forme di democrazia vissuta, dove le parti potessero trovare un valido terreno d’incontro e di confronto senza per forza arrivare allo scontro. L’ideologia di parte ha quasi sempre preso il sopravvento, determinando le differenze, ha imposto la legge del più forte, senza quasi mai approdare a un pacato confronto democratico tra le parti. La democrazia è stata vissuta più nella sua espressione demagogica che non in quella costituzionale, in molti casi è stata millantata, usata, tirata per la cinta, ciascuno ha cercato di appiopparle un’impronta personalizzata per mascherare ambizioni e velleità. E’ mancata una classe dirigente capace di dare l’esempio, di insegnare, di preparare, di formare, di far assumere non una mentalità regressiva e violenta, ma una cultura della politica democratica, votata alla convenzione del dialogo, alla  cultura della rivisitazione, della prassi collaborativa, della convinzione che la forza produttiva nasca dall’unione positiva di energie diverse che, mettendosi insieme, aumentano la capacità di esprimere al massimo livello la forza propulsiva individuale. In molti casi il lavoro è stato visto e vissuto come il grimaldello per forzare l’identità altrui, una sorta di arma da posizionare e da sfruttare per capovolgere il sistema, per rafforzare una posizione, per trarre il massimo del profitto, per sfruttare diverse forme di opportunità politica. Ci sono stati industriali  straordinariamente lungimiranti che hanno saputo trasformare il lavoro degli operai in una rinascita umana, culturale, sociale, familiare, partendo da un’alta considerazione del lavoro e della sua capacità di migliorare, elevare e potenziare la condizione umana, approntando una visione meno classista e più umanamente efficace della persona, stimolandone il profilo cognitivo, lo studio, la preparazione culturale, il livello psicologico e sociale, il suo essere prima di tutto persona. Nella vecchia prassi rivoluzionaria l’operaio era l’arma che avrebbe dovuto abbattere la classe padronale, rientrando così nella concezione utilitaristica delle filosofia scientifica, quella che costruiva le appartenenze e le configurazioni politiche, mettendo spesso gli uni contro gli altri, invece di insegnare il significato vero e profondo della rinascita e dello sviluppo nella nuova realtà industriale. In molti casi e a distanza di anni è rimasta una diffidenza storica tra il dirigente e il subalterno, tra  chi comanda e chi deve ubbidire, tra chi è preposto a comandare e chi invece è costretto a dover sottostare. In alcuni casi il vecchio status padronale invece di emanciparsi si è consolidato, assumendo forme più sofisticate di strategia politica e in molti casi i rapporti con il mondo del lavoro sono stati e sono conflittuali, si continua a pensare che sia possibile uscire indenni da una reiterata furbizia padronale. In questi anni abbiamo assistito a fabbriche che hanno chiuso i battenti senza preavviso, lasciando i propri lavoratori in un inferno esistenziale, privilegiando l’interesse economico e quello finanziario, in barba alla centralità dell’essere umano, dei suoi bisogni, delle sue necessità, della sua sensibilità sociale e morale. Spesso il mondo giovanile si è visto chiudere le porte in faccia, ha dovuto prendere la via dell’Europa per riuscire a realizzare anche solo in parte i propri sogni. Dunque i problemi del lavoro sono spesso di natura esistenziale, lo aveva capito molto bene l’allora cardinal Montini, quando diventato arcivescovo di Milano si adoperò con tutte le sue forze per convincere le parti in causa sulla straordinaria forza e bellezza del lavoro, attivando una lunghissima serie di collaborazioni e di attenzioni all’aspetto sociale, morale, civile e religioso del lavoro, riportato in una luce meno materialista e più umanamente legata alla sua funzione formativa, allertando gli imprenditori e gli esecutori a risolvere insieme la diversità di interessi economici in una soluzione di equità e di giustizia, per trasformarli in “collaboratori e alla fine amici”. Sul tema del lavoro c’è ancora tanto da pensare e tanto da fare, soprattutto in una società come quella attuale in cui esiste il pericolo di un eccesso di robotizzazione, di sostituzione della mano d’opera umana con quella di una scienza tecnologica in costante e rapida evoluzione. Oggi il tema del lavoro è ancora più acceso, richiede una forte attitudine alla conservazione e alla innovazione, all’onestà e alla capacità di saper operare mettendo sempre al centro della storia l’uomo con i suoi disagi e le sue aspirazioni, l’uomo con la sua innata voglia di dimostrare quanto sia bello e importante impegnarsi per esprimere al massimo livello la propria operosa e intelligente aspirazione al fare. Per ritrovare la strada occorre forse riannodare alcuni principi che si sono persi con il passare del tempo, è necessario non dimenticare mai che tutto ha un principio e un limite, che stimare e valorizzare sono strumenti straordinari nella valutazione umana, strumenti che possono cambiare il corso della storia, animando, il cuore dell’uomo verso nuove speranze e nuove possibilità. 

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