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FRAMMENTI 4

di felice magnani

QUELLO CHE LA SCUOLA POTREBBE FARE

Con l’ingresso nella scuola si entra ufficialmente nella dimensione pubblica della vita, si entra a far parte di una socialità cooperativa, fondata sulla forza e sulla bellezza della conoscenza come fonte di sapere. Sapere, non come dato o atto distintivo, ma come elemento di coesione, in cui riconoscere la propria identità e quella della comunità di cui facciamo parte. Inutile affermare che la scuola abbia una fondamentale funzione educativa e precisamente quella di far emergere le risorse umane, mettendole a disposizione di una personalità che si apre e che, proprio per questo, vuole approfondire e coltivare il proprio rapporto con la vita. Si è spesso discusso sullo spessore formativo della scuola e in questo si sono incontrate e spesso scontrate linee pedagogico culturali non sempre sintoniche, in alcuni casi diventava predominante il sapere celebrativo in sé, in altri il sapere come strumento di ricerca e di elaborazione personale, in altre ancora come simbolo di una cultura ideologicamente definita. Non sempre la scuola ha coltivato la misura pluralistica della sua azione e della sua vocazione, molto è dipeso dalla linea caratteriale dei suoi docenti, da come hanno appreso e restituito il senso di una cultura che, tradizionalmente, affondava le sue radici nella filosofia classica. Si è parlato spesso di scuola della formazione, ma non sempre rivolta a un’attenzione abilitativa e riabilitativa, a una visione ampia dell’idea di conoscenza e di sapere. C’è chi l’ha vissuta come condizione elitaria e chi invece ha cercato di far emergere il ruolo di educazione popolare della conoscenza, quella che approda alla condizione sociale dei cittadini, ai loro rapporti giuridici, etici, sociali, cercando di metterli in condizione di capire qualcosa di più della loro funzione civile e politica all’interno della polis. Spesso la scuola si è attenuta pedissequamente ai criteri e ai principi, si è allineata a una conoscenza e a una coscienza più di carattere celebrativo, si è fissata sulle predisposizioni e su varie forme di predestinazione, dimenticandosi che la persona è molto di più di un contenitore o di uno strumento, è una realtà composita in continuo divenire, destinata a mettersi continuamente in discussione, stabilendo delle relazioni che non sono fisse o valide sempre. Il carattere della scuola è di tipo dinamico, analogico, analitico, rielaborativo, riflessivo, applicativo, sperimentale, deve sapersi rapportare al mondo della realtà, deve essere continuamente proiettata verso la revisione, l’analisi critica, il confronto con la realtà pratica, la scuola deve essere soprattutto scuola di vita. Nella scuola si mette in gioco l’assetto relazionale della società, si creano le basi per un rapporto diretto tra conoscenza e applicazione pratica del sapere, si configura uno sviluppo dinamico dell’apprendimento, fondato soprattutto sul suo legame profondo con la realtà, con quella realtà che conferma la forza emancipativa della cultura, la capacità di orientare l’energia giovanile verso una presa di coscienza più diretta e consapevole dei propri legami con il mondo esterno, quel mondo di cui spesso anche la scuola diventa vittima. Una scuola più inclusiva e meno retriva, più capace e attenta a cogliere i fermenti, le trasformazioni, i cambiamenti, più sintonizzata con il pensiero reale, capace di diventare essa stessa pensiero, cambiamento e ricerca, stimolatrice di novità e di nuovi approdi, creativa e costruttiva, capace di formare quel diritto alla libertà che sta alla base di una democrazia convinta del proprio ruolo. Si è parlato spesso di scuola e mondo del lavoro, della necessità di far convergere questi due mondi apparentemente distanti, ma profondamente legati da obiettivi comuni, dall’idea che la forza vera di una comunità derivi principalmente dalla capacità di conoscersi e di stimarsi attraverso la forza coesiva della conoscenza, dell’istruzione, della professione e della cultura. La scuola è la società del futuro, è lo specchio di una consapevolezza morale e sociale, è il punto di partenza per la presa di coscienza del proprio essere, del futuro di un paese. Grazie all’insegnamento entriamo in quella realtà con la quale spesso conviviamo senza conoscerla, apprezzarla, amarla, iniziando un cammino di responsabilità pubbliche e private, di contatti e di relazioni, imparando soprattutto a qualificare le nostre potenzialità, le risorse di cui disponiamo, cercando di stabilire dei rapporti adottando metodi, strategie, possibilità, ci disponiamo a un confronto serrato con la nostra identità, con chi siamo e con quello che vorremmo diventare. La scuola stimola interrogativi, propone scambi e risposte, allerta emozioni e sentimenti, motiva la fantasia e scuote l’immaginazione, definisce meglio la sfera comportamentale, la promuove e la consolida, la stempera e la riordina, crea le condizioni per una maturazione caratteriale consapevole, dove il diritto e il dovere s’incontrano e si scontrano in un duettante concerto di nuove potenzialità da attivare. Cosa potrebbe fare la scuola? Attrezzarsi per essere molto più vicina alle necessità e ai bisogni umani, non lasciarsi sfuggire l’opportunità di creare una sintesi educativa che permetta alle persone di crescere sapendo scegliere, avendo acquisito una buona convinzione critica, unita alla capacità di sviluppare una cultura del fare, del promuovere, dell’inventare, del creare. A cosa serve la scuola se non a migliorare le condizioni di vita dell’uomo? A cosa serve conoscere il pensiero se non lo si applica e lo si trasforma, se non diventa strumento di una crescita armonica ed equilibrata della natura umana? Spesso si ha la sensazione che la scuola sia lontana, non appartenga al sistema razionale in cui è inserita, non lo partecipi, viva in un mondo tutto suo, fatto di conoscenze e di esperienze che non trovino riscontri oggettivi sul campo. La scuola è un grande e importante laboratorio, dove i giovani imparano a unire tra loro il pensiero e l’azione, l’idea e la realizzazione pratica, la fantasia e la realtà, l’impegno individuale con quello sociale. Nulla viene lasciato al caso, tutto dovrebbe convergere verso forme di utilità pratica del sapere. La scuola è davvero scuola se stimola ad andare oltre, a dimostrare che anche per i problemi più grandi e complessi si può trovare la soluzione più adatta. Se diventa laboratorio della vita allora è anche più semplice affrontare le tematiche di un territorio e cercare di risolverle, è infatti nella coscienza pratica del sapere che si fa luce il rinnovamento che tutti si aspettano, quello che dovrebbe rimettere in ordine non soli i conti finanziari, ma anche quelli che sovrintendono i comportamenti umani nelle loro sostanziali diversità. Nella società in cui viviamo c’è bisogno di una scuola che creda fino in fondo nella propria missione, che non si lasci sedurre dall’utopia, ma che la sappia governare con un visione reale, capace di produrre, di avvicinare, di far uscire allo scoperto la parte migliora di una natura che ha tutto in sé e che attende soltanto di essere sollecitata per offrire il meglio. La scuola è lo specchio della società, guardando lei il cittadino dovrebbe poter capire se la sua fede sia ben riposta, se chi cercava fiducia sia veramente in grado di meritarsela. Attività di studio e attività pratiche, vita privata e vita sociale, vita familiare e vita sociale, ecco dove può agire la scuola, oltre la prassi, orientando le energie che dalla scuola traggono alimento, forza e coraggio. Fare in modo che non sia un reparto a sé, un luogo appartato da tutto il resto, un mondo a sé stante, ma laboratorio attivo di una storia che ha bisogno di giovani che la sappiano leggere, capire e costruire con entusiasmo e passione in tutti i momenti della loro vita. Oggi si vuole una scuola meno prigioniera delle proprie velleità e più aperta a una visione universale del sapere, in cui ci sia posto per tutti coloro che vogliono dare un senso compiuto alla propria esistenza, senza per forza genuflettersi davanti a un potere senz’anima, oggi incapace più che mai di capire e aiutare le aspirazioni di un genere umano confuso e disorientato.

QUELLO CHE LA SOCIETA’ CIVILE DOVREBBE FARE

Forse dovrebbe ricordarsi prima di tutto che è dovere di tutti contribuire alla costruzione di una comunità coesa, capace di cogliere la natura dei problemi, la loro origine, le cause che li determinano, predisponendo una realtà in cui gli esseri umani possano trovare validi strumenti di protezione, di affidabilità e di coraggio per offrire al meglio il proprio contributo. Oggi più che mai si sente la necessità di uscire da un individualismo estremo, dalla convinzione di essere sempre nel giusto o di pensare che il gruppo di provenienza sia l’unico in grado di soddisfare le nostre disabilità. Occorre forse mettersi in una convinzione di tipo socratico, lasciando che il dubbio faccia il suo percorso prima di approdare a una qualsiasi forma di verità, c’è soprattutto bisogno di fiducia, di attenzione e di correttezza, di una società che sappia diventare luogo sicuro per tutti coloro che lo abitano con spirito aperto, con il desiderio di creare valide condizioni di sicurezza e di socialità, di prossimità e di solidarietà, di collaborazione e di ordine. Mai come ora si è sentita la mancanza di un ordine sociale, di un sistema in cui ciascuno si senta attore responsabile e non vittima, protagonista e non succube, entusiasta esecutore e non passivo spettatore. C’è un grande bisogno di chiarezza, di lealtà e di onestà, ci siamo resi conto infatti, che la bontà ha un prezzo e che non si può svendere, va fatta conoscere e apprezzare con grande determinazione, sicuri che sia la via più sicura per rimettere ordine dove un grande disordine morale, sociale, culturale, religioso e politico. Dopo i grandi ideali e i grandi sogni, dopo le speranze e i grandi sacrifici, dopo aver navigato a lungo in un consumismo messo in piedi per imbonire cuori e menti, si è perso il contatto sul senso delle cose che si fanno, sulla natura di un pensiero, di un atto, di un’azione, ci si è fidati troppo di varie forme di proselitismo finalizzato all’interesse privato. L’altro non era più quel prossimo eletto che avevamo conosciuto leggendo le pagine del vangelo, ma l’essere di cui diffidare, un pericolo per la nostra sicurezza, il nemico arrivato da chissà dove per sovvertire un ordine. Improvvisamente tutto quello che era stato pianificato con fatica si dimostrava incapace di reggere il confronto con un quotidianità capace di sconvolgere e di sovvertire, di disorientare anche chi sembrava diventato fortissimo nelle sue convinzioni personali. E’ venuta a mancare la giusta dose di pragmatismo. Ci si è convinti che bastasse poco per risolvere i problemi, che la società costruita fino ad allora fosse sufficientemente coesa e forte per affrontare con sicurezza i problemi arrivati con la globalizzazione, l’immigrazione, la corruzione, insomma ci si è lasciati prendere un po’ la mano, sicuri che tutto sarebbe rientrato e che la democrazia, il senso dello stato, il rispetto costituzionale avrebbero preso il sopravvento, imponendo di nuovo l’esercizio di una reiterata storicità educativa. Non si è più parlato di educazione, quasi non avesse più senso parlarne nel paese della bellezza, della santità, della bontà e della gentilezza. Alla libertà come strumento di convinzione morale si è sostituita una libertà senza regole, usata per legittimare un atto o un’azione di natura privata, personale. La società civile ha allargato le sue maglie, ha permesso a un benessere fittizio di prendere possesso degli spazi, ha sostituito il pensiero dell’anima con quello di un fisicità non ben definita, dominata da preoccupazioni di ordine estetico. Autorità e autorevolezza hanno perso per strada i loro ruoli, sono state sostituite da un’arrendevolezza passata per buonismo, anche per questo diventa sempre più difficile e complesso dare risposte certe ai problemi, sembra quasi che si sia approntata una strategia in base alla quale tutto si possa assolvere o risolvere e che non ci debba essere più nulla che possa essere catalogato come colpevole. Il cittadino, avanti di questo passo, rischia di non capire più nulla del valore della giustizia e della legalità, di essere sempre più schiavo di varie forme di qualunquismo e di relativismo, che danno il senso della provvisorietà e dell’inconcludenza. Sembra che la democrazia sia diventata lo spazio prediletto di chi gestisce la costituzione senza rendere conto del proprio modo di agire e del valore oggettivo delle regole che stanno alla base di un sistema autenticamente credibile e vivibile.

QUELLO CHE LA POLITICA DOVREBBE FARE

Pensare meno a se stessa e più agli altri, vivere la quotidianità come servizio al cittadino, non lasciarsi fuorviare da un certo spirito classista che ne consuma l’entusiasmo, non lasciarsi corrompere dal potere, ma governarlo con l’idea che sia anche grazie al potere che si realizzano i sogni della gente comune, quella che vota, osserva, gioisce, soffre e spera che qualcosa di buono e di bello possa colorare di speranza la propria vita. Cosa dovrebbe dare la politica? Molta fiducia, serenità e soprattutto la certezza di essere attenta a quel mondo di cui diventa garante, con il compito di proteggerlo, tutelarlo, armonizzarlo e promuoverlo. In questi anni ha abbandonato la matrice ideologica e si è posizionata sulla figura del leader, ha disattivato la filosofia del pensiero con le sue originalità storiche, pedagogiche e sociologiche, ha rafforzato l’aspetto intuitivo e comunicativo, quello che favorisce la percezione sensoriale della domanda e dell’offerta, unito a una lucidità interpretativa della realtà, soprattutto nella parte che chiama in causa l’aspirazione popolare. Se nel passato il rischio era quello di insediare governi strategicamente complessi, formati su metodi e strategie studiati e ricercati, ma quasi sempre incerti nella prassi realizzativa, oggi il rischio è quello di affidarsi al pensiero emotivo, quello che si inserisce empaticamente nella storia, la enuclea, la rivolta, ma in una forma del tutto personale, troppo caratteriale, per cui il rischio è che la politica s’identifichi con quello che dice tizio, caio o sempronio. Per questo ha una durata espansiva ridotta, cambia d’abito repentinamente, è soggetta agli umori e ai toni, vive di espedienti, si esibisce più nella sua versione espressiva che in quella cooperativa, è spesso il frutto di intuizioni del momento e della predisposizione all’intuito psicologico di chi è stato dotato di buoni poteri strutturali in questo senso. Si tratta di una politica perennemente in lotta con se stessa, incapace di studiare, ricercare, proporre, progettare, è impegnata a difendere la posizione, dimenticandosi di avere un corpo e un’anima, una condizione morale, una visione, insomma ci troviamo in un momento in cui ciò che interessa veramente è mantenere intatta la <poltrona>, la leaderschip personale. In una società che si affida quotidianamente al qualunquismo, al relativismo, alla occasionalità, al tutto subito, riesce difficile trovare soluzioni stabili, ci si lascia spesso attrarre da simboli, dalla sicurezza con cui l’intuito individuale si sposa a quello collettivo, viviamo di suggestioni, ma non sappiamo esattamente verso quale approdo sia più giusto orientare la navigazione. Cosa dovrebbe fare la politica oggi? Forse dedicarsi allo studio, all’insegnamento, al buon senso, dovrebbe raccogliere tutte quelle parti che sono state abbandonate per strada, per fare posto a un pensiero positivo capace di ricreare entusiasmo, passione, voglia di cimentarsi nel servizio al prossimo, con la mente sgombra da quelle negatività che la condizionano. Andare oltre la smania del potere, del posto sicuro, dell’onorabilità, dello stipendio grasso, di una ricchezza racimolata in fretta e rimettersi per strada a ricercare quella realtà che sfugge continuamente e alla quale nessuno è più in grado di fornire risposte valide ed esaurienti. Dovrebbe forse ricostruire un sistema capace che sappia rispondere alle aspettative, restituirle una fiducia nel lavoro, capace di formare, di far maturare, di far capire che non esistono lavori di serie a e lavori di serie b e che bisogna impegnarsi con amore e passione, che bisogna fare bella figura, che non si lavora solo per i soldi, ma anche per la fortuna di quel paese in cui abbiamo la fortuna di vivere. Una politica dunque che abbia una dignità, che sia capace di farsi stimare e apprezzare, che sappia cogliere il bisogno e la necessità senza per forza “arrivare alle mani”, una politica che sappia rigenerarsi, attivarsi e confrontarsi senza dover per forza mortificare l’avversario, trasformandolo in oggetto della propria cattiveria. La politica dovrebbe essere libera da ideologie forzose, dovrebbe saper costruire un’identità comprensiva di quelle tematiche che spesso incombono su una natura umana in costante evoluzione.. Chi ha vissuto la storia della democrazia cristiana e quella dei partiti laici, come quello comunista per esempio, sa benissimo quanto sia diversa la visione dell’uomo, dei suoi bisogni, che non sono solo di natura materiale. Secolarizzare come si sta facendo in questi anni significa avere la presunzione di pensare che l’uomo sia diventato autosufficiente, capace da solo di dare un senso compiuto alla propria vita. Immaginare che ci si possa muovere su obiettivi immediati, senza una preparazione di base capace di rivestirli anche di un interesse più compiutamente stabile, significa ritrovarsi in un vuoto da cui diventerebbe poi difficile uscire. La carenza di religiosità, di fiducia, di fede, di maggiori certezze determina un progressivo svuotamento dei valori fondanti della democrazia del cristianesimo, aprendo in tal modo vuoti che difficilmente potranno essere colmati. In questi anni ci si è abbandonati alla politica della quotidianità, svuotata della sua linfa vitale, quella che si lega a un pensiero storicamente definito, capace di equilibrare un tempo privo di punti di riferimento stabili. La mancanza di una capillare educazione cristiana alla politica ha favorito un analfabetismo di ritorno in cui ciascuno si è sente libero di dire e fare, adottando l’arbitrarietà come sistema di partecipazione all’identità costituzionale. Non confondere, ridare spazio alla storia, rimettere in campo l’educazione religiosa e quella civile, riattivare il senso della vita in tutte le sue componenti, sono questi alcuni degli aspetti che andrebbero ricomposti e rimessi in movimento. Insegnare e preparare, dare l’esempio, sviluppare un nuovo amore per la vita di tutti, incrementare la lotta contro la precarietà, la solitudine esistenziale, la mancanza di un lavoro, sviluppando l’idea di una famiglia forte, stabile, capace di orientare positivamente i propri figli sono solo alcuni aspetti di cui la politica ha bisogno per rivolgersi con rinnovata attenzione a quel popolo del vangelo che bussa per poter entrare e ricevere una buona parola di accompagnamento.

L’EDUCAZIONE, UNA SVOLTA CONTRO LA DELINQUENZA

Se educare significa aiutare le persone a tirar fuori il meglio da se stesse,quale strumento migliore per combattere il fenomeno della delinquenza? Il rinnovamento di una società non nasce da un sistema di tipo impositivo, da una costrizione, ma dalla consapevolezza che agendo in un certo modo si possa stare meglio con se stessi e con gli altri, avere quindi più risorse da spendere, più possibilità da poter mettere in campo e da realizzare, sviluppando forme appropriate di convivenza civile. Alla base di un progetto educativo non c’è dunque assolutismo, ma fermezza e coscienza critica, impegno e determinazione, ricerca e valutazione, soprattutto convinzione. Il mondo educativo non è un regno, ma un terreno su cui il cittadino crea fertilità relazionale, è il punto di partenza di come si possa interagire per rafforzare quel piano istituzionale, di cui la Costituzione è la più alta espressione. Da cosa nasce la delinquenza? Di solito da una radicale mancanza di sviluppo educativo, per ragioni di carattere familiare, scolastico, culturale o sociale. Dove non c’è evoluzione non c’è superamento, perché manca una corretta visione dei rapporti che regolano la vita individuale e quella comunitaria. La svolta arriva quando il diritto si conferma, acquista coscienza, si esprime in tutta la sua straordinaria duttilità. E’ infatti nella coscienza del diritto che si configura il dovere, cioè l’idea che quella cosa che stai per fare abbia un valore grande, perché si lega ai comportamenti umani, li qualifica, li rende buoni, capaci di definire la qualità di una comunione, di un rapporto, di un sistema. Di solito la delinquenza è figlia di problemi irrisolti, di noncuranza, di superficialità di giudizio, di abbandono, di una società che non sa posare lo sguardo su ciò che richiede attenzione, cura, fermezza, capacità di orientare. La delinquenza attecchisce dove è più forte la mancanza di un sistema educativo coerente e determinato, dove sa di poter contare su legami profondi con quel pezzo di società che è stato lasciato in disparte, che non ha ricevuto le cure necessarie. La forza di un sistema educativo coerente e convincente è proprio quella di dimostrare sul campo quanto la società civile abbia a cura il cittadino con tutte le sue problematiche. La forza propulsiva del bene è di gran lunga superiore a quella del male, ma occorre dimostrarlo, farlo capire, convincere che la buona azione aiuta a creare un terreno nuovo, capace di sviluppare una vita migliore, un sistema in cui l’essere umano ha la possibilità reale di essere protagonista della storia e non vittima, come spesso succede. Ignorare i problemi, sottovalutarli, non affrontarli, trasformarli in forme di assistenzialismo cronico non favorisce una presa di coscienza reale anzi, crea reazioni che si ripercuotono negativamente non solo sulla persona, ma anche sulla società, sui rapporti e sulle relazioni. Si parla spesso di periferie, di luoghi abbandonati al loro destino, si tratta di situazioni che incancreniscono con il passare del tempo, diventando luoghi sicuri della malavita, dove il tasso di complicità è altissimo e dove risulta quindi molto più difficile poter compiere un’opera di riconversione sociale. La mancanza di lavoro incide in modo determinante sullo sviluppo di varie forme di delinquenza. Uno dei problemi fondamentale è infatti l’avviamento al lavoro, il far passare anche solo l’idea che lavorando si possono conquistare spazi importanti, non solo sul piano della felicità terrena, ma anche su quello interiore, quello che fa star bene con se stessi,che crea tranquillità morale e armonia con il mondo esterno. In passato si è lavorato pochissimo sul senso, sulle potenzialità, sulla persona come espressione di creatività e intelligenza, si è sottovalutato l’aspetto umano, si è pensato più a inventare forme sbagliate di buonismo esistenziale, piuttosto di lavorare sulla creazione di una cultura del lavoro, strettamente collegata alle capacità e alle disponibilità umane, alla voglia di fare, di creare, di produrre. In molti casi cultura e professione hanno diviso invece di unire, hanno sollevato muri e incomprensioni, hanno impedito alle persone di sentirsi umanamente vive, presenti nella comunità, capaci di interagire, di far emergere il buono che è dentro ciascuno di noi. In molti casi anche la scuola è diventata classista, ha diviso il mondo in bravi e cattivi, in intelligenti e ignoranti, ha lasciato che attecchissero il rancore, la rabbia, l’incompatibilità, non saputo in molti casi essere scuola di tutti, scuola di vita, di tutte le vite, non solo di quella baciate dalla fortuna. E’ nella dispersione umana che bisogna raccogliere i cocci e ricomporli, rivalutando l’insegnamento, il senso morale delle cose e delle persone, l’importanza di un’idea, di una dedizione, la bellezza dello studio come conquista di autonomia e di autorevolezza. Spesso i giovani, ad esempio, non vengono avviati a una conoscenza della ricchezza di cui sono portatori, così non la sanno sfruttare, abbandonano per strada le opportunità, infilando scorciatoie con la certezza di arrivare prima, di farla in barba al buon senso e alle leggi, ma con scarsissimi risultati. Una famiglia attenta ai problemi educativi dei propri figli è un argine straordinario contro il disagio. In questi anni di consumismo estremo la famiglia è stata lasciata sola, non è stata aiutata e supportata come si sarebbe dovuto, è stata travolta da tutta una lunghissima serie di arbitrarietà vendute come opportunità, non si è pensato di trovare supporti adeguati, di educarla a un confronto serrato con innovazioni e cambiamenti. Non si è pensato a un’educazione morale della famiglia, a rafforzarne la posizione sociale, a potenziarne la capacità esplorativa, quella di trovare punti di equilibrio con la realtà, con il mondo esterno e con i cambiamenti introdotti da varie forme di riconversione industriale. Si è pensato troppo alla libertà personale, rinunciando a rafforzare il sacrificio, la rinuncia, il senso etico della realtà. Oggi, mentre il mondo parla di repentine riconversioni industriali, famiglia, scuola e società civile annaspano in un mare di difficoltà, hanno un assoluto bisogno di fiducia, di poter contare sull’attenzione della comunità e della politica, devono poter contare sulla forza della giustizia e della legalità, devono unirsi per ricostruire passione e entusiasmo, per consegnare ai propri figli la certezza che la vittoria del bene sul male è l’unica via giusta per rimettere in piedi e far camminare spedito un paese che soffre tantissimo a causa di una corruzione e di una malvagità umana, mai state così terribilmente vive e operative sul territorio.

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