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TORNIAMO A EDUCARE #2

di felice magnani

Più che <andiamo a comandare> sarebbe il caso di cantare <andiamo a educare>. Per comandare bisogna saper educare, altrimenti il rischio è quello di non essere capiti e di generare reazione, soprattutto quella di <fare il contrario>, come spesso succede quando la maturità individuale e collettiva sono uguali a zero. Uno dei grandi temi correnti, da cui dipende la forza generativa di uno stato davvero democratico, è la sua capacità di responsabilizzare i propri cittadini, favorendo una progressiva assunzione di valori, al fine di rendere più accessibile la strada che porta all’autocoscienza individuale e all’autodeterminazione sociale. La cultura di uno stato diventa realmente operativa quando porta dentro di sé convinzione e consapevolezza, quando genera la capacità di misurare la propria identità e la propria dignità. Un tempo si dava largo spazio al punto di domanda, la forma interrogativa aiutava a porsi e a porre delle domande, a indagare, a formulare e soprattutto a pensare e a riflettere. Oggi alla forma interrogativa si è sostituita la ingannevole contrazione del telefonino e di tutta quella tecnologia che apparentemente favorisce, ma che di fatto porta via, annienta, riduce al minimo l’emozione, i sentimenti, la poesia di una narrazione, la bellezza di una parola vissuta e ascoltata dalla viva voce di qualcuno che ama. Tutti i grandi educatori del passato, quelli dell’area mediterranea per primi, sono partiti da un’indagine interrogativa della realtà, cercando prima dentro se stessi, trasferendo poi metodo e modalità in coloro che volevano intraprendere un percorso di prospettiva educativa individuale, sorretta da una forte componente empatica e maieutica. L’idea che la verità non fosse fuori di noi, ma dentro noi stessi, li impegnava in straordinari percorsi cognitivi, dai quali prendeva forma una più autentica e determinata idea di società civile e di stato, dove il cittadino non fosse solo immagine o produzione, ma umanità espressiva, capacità di esprimere ai massimi livelli la sua forza democratica, la sua tendenza al fare, al creare, al pensare. L’educazione è un fatto sociale, riguarda tutti i cittadini e non una parte. L’educazione è di per sé democratica, induce a una forma di pluralismo introspettivo, non si limita ma evolve in chiave dinamica, avvolge tutto, perché è tutto. Il cittadino che non si pone delle domande e che non cerca risposte è destinato a forme di vita molto modeste, rischia di non sapere chi è, cosa fa, per quale ragione vive, a cosa è destinato, in buona sostanza non fa ricerca, rimane ancorato a un immobilismo involutivo. Certo immaginare che un Socrate risorto rimetta in gioco il grande slam della maieutica sarebbe pretendere troppo, ma la famiglia e la scuola hanno il grande dovere di aiutare i giovani a domandarsi, avviandoli a una vita ricca, dove i perché e le relative risposte aiutino a trovare le strade, le soddisfazioni, anche solo l’idea che il mondo che hanno di fronte non sia solo quello sbandierato dai media, ma quello straordinariamente ricco di opportunità e di possibilità da vivere che portiamo dentro. L’educazione aiuta ad allargare l’orizzonte, a creare un campo di confronto molto più largo e soprattutto consente di conoscere meglio se stessi e di essere così in grado di incidere positivamente in quella collettività nella quale operiamo le nostre scelte.