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LO SPORT NON DEVE GENERARE ODIO E VIOLENZA, MA SERENITA’ , ENTUSIASMO E GIOIA DI VIVERE

di felice magnani

C’è di mezzo sempre lui, il calcio, quel gioco bellissimo che accompagna da sempre i sogni dei ragazzi, quelli che nascono e crescono nei campetti di periferia, negli oratori, nei cortili, nelle piazze, insomma il pallone rimbalza un po’ dappertutto e sprigiona felicità, anche quando si cimenta negli stadi delle grandi città, rispettando le regole della buona educazione, la vera base sulla quale s’innesta un paese democraticamente serio e intellettualmente onesto. Da un po’ di tempo a questa parte però il clima che si respira dentro e fuori gli stadi è stato stravolto. La gioia di vivere, il tifo buono, la forza e la bellezza della “pelota” e dei suoi artisti, hanno lasciato il posto a varie forme di odio, di violenza allo stato puro, di rivalse e di antagonismi che non hanno più nulla di umano. Gli ultimi avvenimenti relativi al Campionato nazionale e alle partite di Champions League dimostrano chiaramente che l’umanità è sempre più preda della follia: distruzioni, scorribande, accoltellamenti, risse, morti, scontri mortali, forme acute di razzismo, molti tifosi hanno costituito delle vere e proprie bande che agiscono supportate da alcol, droghe, oggetti contundenti, come se il tifoso dello schieramento opposto fosse un nemico da abbattere senza pietà. La violenza si oppone ad altra violenza, le città soffrono invasioni di giovani che seminano panico e distruzione, che rompono, spaccano, sporcano, lasciandosi andare a vandalismi estremi. Forse è arrivato il momento di dare risposte giuste, capaci di riportare in auge il buon senso, la voglia di gioire, di ritagliarsi una fetta di felicità domenicale, anche in caso di sconfitta, ma bisogna ripartire da lontano, perché la giustizia e la legalità prevedono percorsi educativi e formativi lunghi, hanno bisogno della collaborazione di tutti, di tutti coloro che credono nella forza rigenerativa dello sport e nella sua capacità di generare gioia di vivere, hanno bisogno di cambiamenti radicali nel modo di essere e di comunicare, nel modo di vivere e di rapportarsi alle persone e alle cose, nel modo di gestire l’attività sportiva. Non è solo un problema nazionale, ma europeo e internazionale, chi ha responsabilità in merito deve metterle in campo. C’è bisogno di idee nuove, ma soprattutto di fatti e di persone che tornino a educare con fermezza e decisione. C’è bisogno di dimostrare concretamente che democrazia e libertà non sono campi di battaglia, ma simboli di una volontà di rinascita comune, che si riconosce nel rispetto e nella coerenza, nella convinzione che agendo bene si costruisce la ricchezza del paese in cui si è nati. Lo sport è nato proprio per questo, per liberare l’adrenalina e le endorfine, per farci capire l’importanza di vivere bene, di mettere a proprio agio il corpo e conseguentemente l’anima. Ha avuto da sempre un valore culturale e terapeutico, ha aperto le porte della conoscenza del corpo e del benessere dello spirito, è stato sempre un élisir di gioia e di entusiasmo, di socialità e di armonia. Chi conserva una buona memoria ricorda con quanta energia, da ragazzini, ci si buttava a capofitto nelle sfide, nei giochi, nella corsa, nel salto e soprattutto con quanta foga e con quanto entusiasmo ci si misurava con i compagni e con le compagne. Il calcio è stato il punto di partenza e in molti casi il punto di arrivo. Spesso lo abbiamo giocato nei prati subito dopo il taglio dell’erba o in spazi ristretti rubati alla boscaglia, bastava pochissimo per buttare al centro la palla e cominciare a rincorrerla, dribblando gli amici, soprattutto quelli che pensavano di essere i più bravi. Il pallone ha dominato in lungo e in largo gli spazi di libertà dei ragazzini, li ha fatti divertire, ha insegnato loro a impegnarsi, a darsi da fare, a vivere e a mantenere dei ruoli, ha in segnato il rispetto, ha sviluppato varie forme di maturità, ha fatto crescere con la consapevolezza che la vita offre molto di più di quanto si possa immaginare e che il divertimento non è sempre e soltanto una questione di soldi, ma di buona volontà, di determinazione, di creatività personale. Il calcio ci ha insegnato a stare insieme, a sostenere la nostra squadra del cuore, ma senza mai eccedere, perché l’amore è una presenza discreta, un modo garbato di stimolare, di far capire quanto sia bello emozionarsi e condividere, partecipare e voler bene. Chi ama veramente il calcio non sputa, non dice parolacce, non tira calci, non manda a quel paese, rispetta il prossimo e cerca di fare bella figura, si impegna sempre al massimo e quando sbaglia o fa male a qualcuno chiede scusa, abbraccia o porge la mano. Così deve essere per i giocatori e così deve essere per chi segue il calcio sugli spalti. Il tifoso vero è colui che sa soffrire in silenzio, che partecipa senza provocare, convinto che prima o poi la buona sorte lo ripagherà, in fondo anche l’amore sportivo sa ricompensare senza il bisogno di forzare, di volere a tutti i costi, di anteporre l’egoismo alla fatica e al lavoro. Ritornare a educare significa far passare messaggi positivi, coinvolgere e confrontare, rimettere al centro la bellezza in tutte le sue versioni, poter godere della bravura altrui, della capacità di saper condividere e anche accettare. Il gioco è una straordinaria espressione educativa, ma ha bisogno di chi lo sappia amare e valorizzare, di chi lo sappia far capire e apprezzare. Oggi questo mondo straordinario ha bisogno di essere inquadrato, ha un estremo bisogno di limiti e di misure, di persone capaci di restituirlo a una dimensione umana fatta di educazione e di rispetto.