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ESISTONO PECORE BIANCHE E PECORE NERE?

di felice magnani

E’ strano, ma viviamo ancora in un mondo che divide il gregge in pecore bianche in pecore nere, in buoni e cattivi, un mondo in cui un certo spirito medioevale riprende slancio e si ricopre di spirito giustizialista. C’è ancora chi rimescola le carte per dimostrare che la verità sta solo da una parte, quella che gode di piccoli scampoli di protezionismo generico, dimenticando che non è il colore che fa la differenza, ma la sostanza, e precisamente quello che sappiamo dire, fare, trasmettere, insegnare, il tipo di vita che sappiamo condurre, come sappiamo affrontare le difficoltà quotidiane, il tipo di supporto che sappiamo dare al nostro prossimo, quello di cui parliamo rimanendo spesso nascosti nelle penombre gerarchiche, ma di cui non conosciamo nulla, se non il pettegolezzo quotidiano, quello che viene sparso a macchia d’olio da persone vedono solo quello che interessa, che fa piacere, quello che rientra in una disciplina sempre più indisciplinata, dove l’insegnamento scompare per far posto a primati e sceneggiature sempre più povere di senso e di sostanza. Viviamo momenti difficili, in cui ciascuno vede l’altro dal proprio punto di vista, senza averlo mai frequentato, senza avergli mai parlato, senza aver mai bussato alla sua porta, senza essersi mai chiesto se quel prossimo abbia un’anima, una fede, una storia, un volto da raccontare, un bisogno da condividere, tutto avviene secondo una forma endemica di egoismo allo stato puro, dove la verità si baratta con il potere e con l’idea che possano esserci buoni e puri che indorino il mondo e altri ormai completamente disossati, lasciati colare in un brodo di polvere e di abbandono. E’ il mondo che abbiamo di fronte ormai da parecchio tempo, un mondo che si accende ma non dà l’esempio, che vuole abolire la solitudine, ma in verità la crea, che predica bene e razzola male, che si lascia costantemente attrarre da una pubblicità che non ha più nulla da dire, che si butta sull’informatica e sui telefonini perché ha disimparato a parlare, a dialogare, che si è dimenticato di educare, di creare speranza, che non sa più parlare a chi ne ha bisogno, a chi si sta allontanando perché nella culla trova solo freddo e gelo. Quando senti o ascolti o leggi di qualcuno che parla di pecore nere e di pecore bianche ti piange il cuore, ti accorgi che chi ha il compito di vedere ha perso la capacità di parlare al cuore e all’anima, di cose importanti, quelle che sanno ritemprare, risollevare, rinnovare, che danno forza, slancio, energia, che incoraggiano a vivere, con la pacata accortezza di chi crede ancora, nonostante tutto, nella bellezza della vita umana in tutte le sue forme. Le strade sono sempre più desolate e deserte, la ricchezza brilla solo nelle case e nelle stanze di chi la coltiva da sempre, i riti si avvolgono di gelo, la lezione non insegna, non serve colpire chi è già abbondantemente colpito, serve aiutare, capire, insegnare, aprire nuove strade, far passare la gioia e l’entusiasmo, trasmettere fiducia, stare vicino ai giovani e farli crescere, far capire di che cosa sia capace l’uomo quando scopre la forza dell’intelligenza che lo distingue, quando si rende conto di quali ricchezze sia stato dotato. Rimanere nel deserto e aspettare è una situazione di comodo, ma il passo avanti va fatto e lo deve fare chi è stato investito del dovere di farlo. Forse è arrivato il tempo di mettere da parte i primati e le convenzioni, le formule e i riti, le pubblicità gratuite, le frasi e le parole di circostanza, per essere presenti là dove le virtù hanno bisogno di essere conosciute, fatte crescere, rinforzate. C’è un immenso bisogno di educatori che parlino il giusto, che accompagnino gli esseri umani nel loro cammino, andando loro incontro. Dunque lasciamo che le pecore pascolino e stiano insieme, facciamo in modo che l’armonia si diffonda, diamoci da fare per far passare a tutti la parola buona, quella che unisce, dando il via libera alla virtù. Le “prediche” devono sempre essere supportate da esempi concreti altrimenti rimangono vuote esibizioni, non trovano spazi per germogliare, innervosiscono, creano inibizioni e frustrazioni, mantengono ferma una condizione di sudditanza che non fa bene a nessuno. Forse è arrivato il momento di fare e di fare con entusiasmo, di dimostrare sul campo che tutte le persone sono importanti. Ogni persona ha un ruolo preciso da svolgere, una dignità da difendere e da trasmettere. Forse conviene domandarsi perché ci sono pecore che stanno fuori dal gregge e se quel gregge possa davvero essere sempre la soluzione. L’importante è aprire, dare la possibilità a tutti di essere quello che sono, di accettare la collaborazione andandola a cercare, di attivare progetti per i quali valga davvero la pena impegnarsi, essere vicino sempre all’uomo, soprattutto a quello che ci è meno simpatico, perché dice le cose che pensa, perché mette in discussione il nostro primato. E’ sulla via dell’incontro che il Natale depone i suoi doni e allerta l’uomo a compiere i passi dovuti per un futuro in cui l’identità e la dignità continuino ad avere il ruolo che meritano.Le pecore nere, se esistono nella prassi metaforica, sono fuori dal gregge, appartengono a quegli spazi in cui ci si attiva per frodare il prossimo, per creare confusione e scompiglio in una democrazia che ha il suo da fare per continuare a essere leale e corente con le proprie regole e le proprie leggi.