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ESISTONO ANCORA LE REGOLE?

Di felice magnani

Credo che nessuno abbia nulla da eccepire sull’importanza delle regole all’interno di un sistema comunitario, il problema semmai è quello di avere la certezza che tutti le conoscano, le rispettino e le mettano in pratica. Sul piano della conoscenza i ruoli primari appartengono per tradizione alla famiglia e alla scuola, i luoghi educativi per eccellenza, quelli in cui l’educazione diventa formazione e dove la persona rafforza la propria dimensione comunitaria, il proprio essere parte integrante di una realtà in cui le regole si rappresentano e si realizzano. Il problema semmai è quello di valutare se e come le cosiddette regole sopravvivano a varie forme di destrutturazione, in particolare a quelle correlate a un’incipiente inflazione democratica. Della strategia democratica le regole sono il sale, quella parte che dà gusto alla vita associativa, che la corrobora e la rilancia ogniqualvolta la sopraffazione e la presunzione tentano estemporanee vie di fuga. Oggi sono in molti a chiedersi se le regole ci siano ancora o se non abbiano cambiato pianeta, visto che ognuno tende a leggerle, a raggirarle e a esercitarle secondo un codice di lettura personalizzata, dove ciascuno si ritaglia la propria penisola di democrazia, adattandola alla propria visione caratteriale della vita e del mondo. Da una parte la democrazia si è ampliata, ma dall’altra assistiamo a una deriva di qualità di vita democratica, dovuta in gran parte a varie forma di dissonanza in cui versano le nostre leggi e le nostre regole, sempre meno apprezzate e sempre più personalizzate, al punto che sono in pochissimi a riconoscerne la pubblica valenza. Parlare di regole oggi è un po’ come reprimersi, diventare succubi o schiavi di verità imposte da altri, limitare il proprio campo d’azione, limitare la propria libertà, non concedersi la possibilità di poter fare quello che si vuole. In fondo è questa la tendenza comune, fare tutto quello che fa comodo e lasciare che siano sempre gli altri a decidere per noi. C’è una forma di qualunquismo strisciante che s’insinua soprattutto tra i giovani, l’idea che tutto sommato non valga la pena faticare e dannarsi l’anima più di tanto, perché tanto non cambia nulla, chi ha il potere stretto tra le mani continua ad esercitarlo e chi non ce l’ha ne subisce le conseguenze. L’idea strisciante è quella che non si possa far nulla per cambiare il sistema e che tutto proceda secondo un imponderabile destino. Il fenomeno migratorio ha poi contribuito in modo eclatante e far saltare quei fili che ancora riuscivano a tenere insieme modi di essere e di relazionarsi, contrastanti tra loro. Una società che non trova più in se stessa la forza per dare risposte a un mondo che cambia è una società in crisi, che ha bisogno del sostegno di tutti per ritrovare almeno la forza di una reazione positiva ai problemi che avanzano. Ritrovarsi è come svegliarsi da un lungo sonno e ricominciare da dove si era rimasti, con una maggiore freschezza, con la forza e l’energia di chi vuole farcela, di chi non si arrende e che è convinto che la volontà possa davvero essere il differenziale positivo per rimettere in piedi il mondo. E’ in questa voglia di recupero e di riposizionamento che l’umanità si guarda attorno, con la certezza di potercela fare, mettendo da parte le dispute e partecipando congiunta al tavole delle trattative, dove le regole tornano a essere l’osservatorio privilegiato di una comunità che guarda di nuovo lontano.