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QUARANT’ANNI FA, UNA STRAGE ORRIBILE

di felice magnani

Quando la politica diventa utopia genera mostri incredibili, che prendono possesso della natura umana trasformandola in una vera e propria macchina da guerra. Chi ha vissuto anche solo di riflesso l’odio di classe degli anni settanta, le sue perversioni, l’idea che bastasse essere intellettuali per cambiare in meglio le sorti del mondo, sa perfettamente cosa sia stato quel periodo della nostra vita in cui la rivendicazione trasformata in utopia sparava e uccideva, gambizzava e gettava nello sconforto e nel dolore famiglie colpevoli di avere nelle loro fila padri e mariti impegnati nella difesa e nella promozione di valori nati e cresciuti per difendere e proteggere il cuore puro della democrazia. Tra questi uomini c’era l’onorevole Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana, lo statista che con un acume eccezionale aveva capito che la politica non doveva dividere ma unire e che grazie a un impegno intellettualmente diverso sarebbe stato possibile costruire un futuro nuovo e importante per il paese. Aldo Moro, un personaggio di primo piano, capace di vedere oltre i muri della sopraffazione e dell’intolleranza, l’uomo di stato che aveva spiazzato l’antagonismo e la vendetta, mettendo in primo piano l’operosità di una politica capace di includere, di avvicinare, di mettere insieme, di sviluppare finalmente la logica della coesione e della solidarietà, mosso nella sua vocazione da un pensiero cristiano attento a non dimenticare nessuno e a dare un volto unitario a una società in crisi d’ascolto e di stabilità. Le brigate rosse lo hanno rapito, imprigionato, torturato mentalmente, moralmente e materialmente, hanno trucidato gli uomini della scorta, giovani che si affacciavano alla vita con la convinzione di doverla difendere, proteggere, per la sua capacità di essere il bene supremo. In quel mattino del 9 maggio del settantotto, mentre ero impegnato insieme ai colleghi nelle 150 ore in una grande scuola della mia città, sotto l’egida della triplice sindacale, capii una volta di più quanto quel mondo che mi ruotava attorno fosse ingannevole e cattivo. Per la prima volta, ascoltando l’urlo apprensivo di un sindacalista che trasmetteva la notizia, capivo il significato di vecchi retaggi rimasti in piedi a riempire la voglia di riemergere della gente, dopo anni di guerre e insicurezze. Un uomo di stato, nella città di Roma, capitale europea e mondiale della storia e della cultura, veniva segregato in una prigione, sottratto alla sua famiglia e alla sua gente, reo di essere il massimo rappresentante di un partito che aveva difeso e consolidato con altri il bene di una nazione uscita da una guerra civile e da una guerra mondiale. Un’onda sovversiva tentava di destabilizzare un paese colpendone il cuore. Sono stati giorni di paura, di apprensione, di rabbia, giorni in cui anche i più increduli hanno pregato, hanno cercato di capire in quale tipo di mondo eravamo piombati e chi avesse ricevuto in dono il diritto di massacrare giovani e persone rei di servire con generosità e determinazione lo stato nei suoi contenuti più belli, forti, puri, quelli che decidono del destino delle persone. Sono stati attimi in cui ci siamo guardati attorno per cercare di capire che cosa volesse dire odiare così tanto il proprio prossimo da ucciderlo mentre indifeso e incolpevole faceva fino in fondo il proprio dovere, quello di unire, di rafforzare una responsabilità, di dare forza e consistenza a uno stato uscito prostrato dalla guerra. Per un democristiano come il sottoscritto, Aldo Moro era l’immagine di un uomo che lavorava con grande impegno e assiduità per ricomporre divisioni e incomprensioni, un politico cui stavano a cuore le sorti di un paese diviso, preda di retaggi mai completamente sopiti. Chi l’ha visto e ascoltato spesso in televisione e in chi lo ha sentito parte integrante di uno straordinario processo storico, Aldo Moro rappresentava e rappresenta tuttora l’idea che si possa lavorare insieme pur mantenendo viva la propria personalità umana, sociale e politica, nel rispetto di tutto e di tutti. Moro ha insegnato che il bene, quando è vero bene, appartiene a tutti e che la sua conservazione va ben oltre le diversità o i punti di vista. Chissà cosa avrà pensato, cosa gli sarà passato per la testa, sapendosi prigioniero in quella Roma nella quale svolgeva con operosità e coraggio quel compito umano che gli era stato consegnato da una folta rappresentanza popolare. Chissà quante volte si sarà domandato come mai? Come mai proprio a lui. Chissà quali dubbi lo avranno assillato e quali domande irrisolte, chissà quante volte si sarà domandato come mai l’impegno morale, civile e politico avesse un prezzo così alto, chissà quante volte avrà pensato a quelle forze dell’ordine cadute sul campo per averlo difeso e protetto, per aver compiuto con immensa dignità un dovere senza eguali. Chi è stato ampiamente democristiano per convinzione morale sa che la condizione di quell’uomo delle convergenze parallele, dotato di un’aria mite e laboriosa, attento a promuovere sempre i valori cristiani della democrazia, capace sempre di rispondere con la mite laboriosità dell’intelligenza alle provocazioni della cattiveria umana è stato un punto di riferimento politico e umano, l’idea che fare il proprio dovere sempre e fino in fondo sia la più bella dichiarazione di servizio che un rappresentante dello stato e delle istituzioni possa fare. Un grande esempio, insomma. Oggi siamo ancora qui a ricordarlo, ma con l’amarezza di non aver fatto abbastanza per fargli capire l’amore di quello stato di cui si sentiva testimone e garante. Aldo Moro un martire? Sicuramente, lo testimonia il fatto che prima di consegnarsi al nemico sia stato in chiesa a pregare per sé, per la sua famiglia, per la sua gente, per la sua nazione, cercando in questo l’aiuto di un Dio provato dalla perforante violenza della croce.