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IL LAVORO DEVE PROMUOVERE

di felice magnani

Il lavoro non è una condanna, ma l’unico modo vero per realizzare in pieno una personalità. Per questo ha bisogno di calore, di amore, di attenzione, di gente che lo sappia far conoscere, apprezzare, capire, ha bisogno soprattutto di essere l’espressione più ampia e genuina di gente che vuole essere parte di un grande progetto umano. I giovani hanno bisogno di lavorare, di mettere a frutto le loro aspirazioni, le loro idealità e la società deve accogliere, valorizzare, premiare, deve fare in modo che il lavoro sia una benedizione, lo strumento vero della formazione della persona e non una condanna. Per troppo tempo si è pensato al lavoro in una dimensione utilitaristica, legata a interessi, a priorità, a egoismi, per troppo tempo tutto si è mosso in una dimensione fortemente materialista, dove a una condanna se ne sostituiva un’altra altrettanto pesante. Si è pensato di risolvere i problemi del lavoro trasferendo il conflitto invece di risolverlo, si è pensato di più ai contendenti, ai loro scopi e ai loro fini, piuttosto di posizionarlo in una dimensione più umanamente forte, capace di diventare il vero collante di una società bisognosa di energia e di ingegno. In molti casi il lavoro è stato caricato di un conflitto che l’ha fatto diventare antipatico, cattivo, incapace di rispondere alle aspirazioni umane. Si è pensato al lavoro come a uno strumento, un mezzo per raggiungere scopi non sempre consequenziari, non si è cercato di lavorare sul futuro del lavoro, su come farlo diventare importante, non solo per il bene della tecnologia e del risultato, ma in particolare per la sua capacità di dare un valore alla persona, di metterla in condizioni di conoscersi meglio, di sentirsi utile, di guardare al futuro con soddisfazione e speranza. Invece di aprirlo lo si è rinchiuso, è diventato prigioniero delle banche, dei partiti, dei sindacati, ha assunto una configurazione conflittuale, ha creato lotte e presunzioni, invece di sviluppare unione, solidarietà e benessere e così è diventato un temibile avversario, il colpevole di tutte le povertà, la gente ha imparato a temerlo, a guardarlo con rabbia invece di assumerlo come guida di una rinascita, di una realizzazione umana ampia e solidale. Si è lavorato pochissimo sulla ricerca, si è andati avanti improvvisando invece di trovare le condizioni ideali per farlo crescere e prosperare, lo si è fatti diventare un urlo da piazza, una serie infinita di lotte e conflitti, di incomprensioni e di interessi, così hanno preso piede i modi sbagliati di lavorare, di guadagnare, di pensare al futuro di un paese. Si è dato più spazio alla dimensione privata del lavoro che a quella pubblica, quella in cui le idealità e le energie di ciascuno si fondono per dare spazio alla forza e alla bellezza di una società civile e di una nazione. Meno conflitti e più ricerca, più studio e meno violenza, il lavoro ha bisogno di sentirsi amato e stimato, ha bisogno soprattutto di gente che lo consideri il vero perno di una società che vuole crescere, dimostrando di essere all’altezza della situazione.