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ANCHE L’OBBLIGO HA LA SUA IMPORTANZA

di felice magnani

La democrazia ha paura dell’obbligo? Siamo alle solite, ogni volta che si parla di obbligo c’è qualcuno che fa marcia indietro, come se obbligare a fare qualcosa sia un peccato mortale. La maggior parte delle persone dimentica che siamo diventati grandi grazie anche all’obbligo, a genitori che con le buone maniere ci hanno spiegato che ci sono cose che si devono fare, che siamo obbligati a fare: obbligati dalla legge, dalle regole, dalla coscienza, dallo stato e dalla società civile. L’obbligo presuppone una coscienza a monte che lo ha fortemente voluto per evitare che la democrazia diventasse un’allegra anarchia, sì perché si sa benissimo che se in qualche caso non si è obbligati a fare si tende inesorabilmente non fare o a disfare. Quando non esisteva l’obbligo scolastico, ad esempio, molte famiglie non mandavano a scuola i propri figli, li mandavano a lavorare nei campi e nelle fabbriche, costringendoli a vite d’inferno. Fortunatamente lo stato si è fatto avanti e ha messo per iscritto che bisognava rendere pubblica l’istruzione, per evitare lo sfruttamento minorile e per consentire ai giovani italiani di acquisire un’istruzione di base, comune. Lo stesso servizio di leva obbligatoria aveva come obiettivo quello di chiamare tutti i giovani a un periodo di formazione militare come preparazione a un’ eventuale difesa della patria. Le difficoltà intorno a queste forme di obbligatorietà sono nate non da questioni di principio, ma per come sono state avviate e gestite. Qualsiasi iniziativa, per fornire un risultato efficiente, deve essere portata avanti bene, con cognizione di causa, da gente che ci crede e che fa di tutto per cercare di dare il massimo per realizzarla. Anche la democrazia prevede che lo stato crei forme di condivisione unitaria, di formazione comune, di sensibilizzazione su temi e problemi che riguardano da vicino il cittadino. Una delle nostre croniche carenze è sempre stata quella di non prendere troppo sul serio le cose, lasciandole sempre in balia di una incertezza sociale che con il passare del tempo produce aridità diffusa. La democrazia è diventata una bandiera che tutti sbandierano, come se si trattasse di una conquista personale, dimenticandosi che si tratta di una costruzione quotidiana, basata su controlli e verifiche, che impone passaggi obbligati di cui tutti i cittadini, dal più illustre al più conosciuto, si sentono corresponsabili. Una delle tendenze più sbagliate è quella di far credere che equivalga a una fruizione o a un’ applicazione estensiva della libertà, privata dei suoi obblighi morali e civili. La nostra società civile soffre di inadeguatezza, i giovani si sentono sempre più lontani dalla realtà, la politica con le sue sistematiche diatribe dimostra che l’interesse privato è spesso prevalente su quello pubblico, chi è preposto a diventare esempio di probità pubblica in molti casi non ne ha le capacità o agisce sull’onda di una gestione personale della vita dei cittadini. Oggi si parla di buona scuola, di ripristinare il servizio di leva, di ridare vita al territorio con le sue competenze, ma il tutto è sempre viziato da vecchi rancori, da varie forme di invidia, da odi irrisolti, da una visione che è ancora ancorata a una storia superata, che non ha nulla a che vedere con quello che si attendono i giovani dal futuro. Siamo un popolo che vorrebbe, ma non fa o fa in qualche modo. Il servizio di leva poteva benissimo essere migliorato, modificato, cambiato, si poteva lavorare su quello che c’era già, ristrutturando, rivedendo e invece si è distrutto tutto, prima lasciandolo in balia delle ortiche. In che modo poteva essere migliorato il servizio di leva? In mille modi e chi fa il politico dovrebbe avere un’infarinatura sul tipo di progettazione, su quale senso dare alle cose, alle persone. Coinvolgere i giovani in attività di formazione comuni, con obiettivi chiari e con la possibilità di acquisire una dimensione sociale qualificata, dovrebbe muovere la sensibilità sociale, in particolare di chi ha la responsabilità di veicolare le risorse umane. Certo una preparazione militare è sicuramente necessaria, succede in varie parti dell’Europa e dove si è fatto un passo indietro oggi si cerca di recuperare, perché ci si è resi conto dell’errore commesso. Dunque il servizio di leva può essere ripristinato orientando i giovani verso attività di interesse morale, sociale, culturale, educativo, fornendo quindi delle possibilità da sfruttare all’interno della società civile una volta terminato il servizio. I giovani hanno bisogno di trovare ambiti in cui far fiorire la loro carica realizzativa, hanno bisogno di credere in quello che fanno, per cosa e per chi lo fanno, devono sentirsi valorizzati, avviati, supportati, indirizzati e un periodo di vita comunitaria potrebbe rimettere in gioco la fiducia, la volontà, l’idea e non solo di appartenere a un società coesa, capace di sviluppare diverse forme di coinvolgimento comune nel rispetto delle diversità. Che bello sarebbe vedere giovani abilitati nel mondo della sicurezza, della sanità, delle competenze forestali, del turismo, giovani che apprendono tutto ciò che serve a loro e al paese in cui vivono. Le riforme sono importanti quando invece di distruggere, modificano, cambiano, ristrutturano, danno un volto nuovo al presente senza dimenticare il valore del passato, quando non sono demagogiche o ideologiche, ma rispondono a una linea di condotta condivisa, accettata, promossa a livello popolare e istituzionale. Non serve voler fare a tutti i costi i primi della classe per dimostrare la propria particolarità, serve soprattutto capire e aprire sul tema della collaborazione e del confronto. Molte iniziative naufragano perché non hanno il senso dell’identità comunitaria, non rispondono alla necessità di un coinvolgimento comune. Spesso, soprattutto quelle di natura culturale, vengono portate avanti in modo frammentario, escludendo chi della visione culturale ha radici coltivate nei luoghi opportuni, chi ha una visione d’insieme coltivata in anni di studio e di lavoro. Siamo ancora nella fase in cui si pensa e si agisce più sull’onda di una eternizzazione personale che non sulla necessità di un coinvolgimento comune nel campo della ricerca educativa e in quella della formazione. La ricerca in una democrazia è fondamentale, è quella che permette di mettere esperienze a confronto, quella che produce una fluttuante attività di pensiero e di azione, quella che permette di non disperdere il patrimonio che ciascuna persona ha accumulato nel corso della sua vita professionale. Pensare che tutto si possa risolvere sulla base di un moto spontaneo dello spirito è quantomeno paradossale, sapendo qual è il carattere italico, in alcuni casi obbligare a percorsi costruttivi potrebbe essere la via, concedendo a ciascuno la possibilità di coltivare concretamente le proprie abilità e le proprie competenze. Tra libertà e imposizione c’è sempre una via di mezzo, quella che fa capire che la vita è molto più complessa di quanto si possa immaginare e che spesso i passaggi intermedi diventano necessari per arrivare a una sintesi davvero onnicomprensiva. Il mondo della libertà è estremamente complicato e complesso, ha sempre bisogno di un mediatore o di una mediatrice per crescere con la convinzione di poter realizzare il proprio destino e quello della comunità nella quale è inserito.