Menu
A+ A A-

C’E’ QUALCOSA DA RECUPERARE

di felice magnani

C’era una volta una cultura popolare imperniata sulle cose semplici: la casa, la famiglia, i figli, i campi, il lavoro. Cose semplici si fa per dire, potevano sembrare semplici perché si contavano sul palmo della mano o forse per come venivano comunicate o per come si vivevano, certo l’educazione era molto meno complicata, più familiare, più nostrana, ma gli effetti erano assicurati, salvo le eccezioni naturalmente. Da che mondo e mondo le eccezioni ci sono sempre state e sempre ci saranno, perché è difficile poter prevedere tutto, c’è sempre una parte della natura umana che sfugge alle regole, alle leggi e all’impegno delle agenzie educative. Si tratta di una parte naturalmente predisposta al peggio, ma è anche quella che dovrebbe stimolare l’indagine educativa. Chi ha avuto la fortuna di lavorare in ambiti difficili sa quanto sia importante riuscire a stabilire un buon contatto relazionale, veder sorridere un giovane con problematiche pesanti alle spalle oppure entrare nel cuore di chi oppone una certa resistenza, sa anche quanto siano importanti l’esempio e la fermezza nel rispetto delle consegne. Chi ha esperienza d’insegnamento sa che non sempre un comportamento amichevole o complice determina reazioni positive sui lunghi percorsi, è capitato spesso di vedere docenti fraternamente convinti della familiarità, perdere il controllo del ruolo, al punto di non essere più in grado di ottenere il rispetto dovuto. L’esperienza insegna quanto educare al rispetto dei ruoli sia fondamentale, una prassi che non si conclude con le stagioni scolastiche, ma che diventa uno strumento rilevante nel sistema relazionale all’interno della società civile. Educare significa dunque prendere posizione, valutare, intervenire, rispettare, orientare senza prevaricare, far capire però che la vita è fatta di passaggi non sempre facili, dove il rispetto e l’educazione in generale giocano un ruolo di primissimo piano. Oggi in molti casi va di moda atteggiarsi a fratelli e sorelle, a genitori, ad amici, a compagni di gioco, sono comportamenti apparentemente positivi, ma che possono generare confidenze irrefrenabili, dalle quali risulta poi ampiamente difficile affrancarsi. Nella mia vita di docente ho visto insegnanti molto preparati che avevano impostato il rapporto con i ragazzi facendosi dare del tu, cadendo nella trappola della perdita di riverenza, un po’ come sostenevano i nostri nonni, che di educazione se ne intendevano pur non avendo frequentato il liceo e l’università. Perdere la riverenza significava subire la parità anche nel linguaggio e nella gestualità. “Hai voluto diventare come me, benissimo, adesso ti dimostro di cosa sono capace io” e così gli adolescenti diventavano capaci di mandare a quel paese, di creare subbuglio, di impedire le lezioni, di fregarsene della presenza del docente. Essere insegnante è un’esperienza bellissima, ma richiede doti quasi naturali, nel senso che bisogna essere dotati di una vocazione, sentirsi umanamente chiamati a entrare nel cuore educativo dei problemi, ma senza rinunciare alla forza e alla bellezza del ruolo, di chi si è e di che cosa si rappresenta per il bene degli altri. I ragazzi hanno una capacità addirittura diabolica di intuire e capire, si tratta di una sensibilità quasi di natura animale, una forma di lotta contro un mondo di cui non capiscono ancora la forza motrice, ma dal quale sono irrazionalmente attratti. La scuola è un po’ come la vita, se molli il freno corri il rischio di finire contro il muro e di farti male, coinvolgendo anche coloro che ti sono stati affidati. Non è assolutamente facile essere bravi insegnanti, soprattutto non bisogna lasciarsi tradire dal ruolo, dall’orgoglio o dalla troppa sicurezza, nel rapporto con i ragazzi non c’è mai niente di sicuro, tutto si evolve quotidianamente, passo dopo passo, con vittorie e sconfitte, scavando su se stessi, sulla propria esperienza, facendo tesoro degl’insegnamenti ricevuti e adottando cautela e fermezza, dialogo e confronto, i ragazzi vogliono misurarsi con l’adulto e non con un compagno di giochi, di compagni ne hanno fin troppi e in questo caso non conviene incrementarli. I giovani vogliono esempi certi diversi da loro, vogliono curiosare, indagare, capire, provocare, vogliono rendersi conto chi è quel mondo che ha l’ardire di farli star zitti, di dare dei voti, di interrogare, magari con un piglio piuttosto accigliato. La scuola è una sfida che si protrae a lungo, anche quando sembra che tutto finisca con una esame di fine anno. La scuola va di pari passo con la vita e spesso si accorge di essere rimasta indietro, di non riuscire a stare al passo coi tempi, si trova in difficoltà quando capisce che il rimprovero e la punizione non contano più niente o quasi e che devi risolvere il problema delle relazioni umane facendo forza sulla tua capacità d’intrattenimento. Le discipline sono importanti, ma se non si sanno far passare nel modo giusto rischiano di diventare dei muri: prima la relazione e poi le materie, senza capacità relazionale non si va da nessuna parte. Mi è capitato di assistere insegnanti di lungo corso che rimanevano a metà della porta d’ingresso, perché avevano paura della classe, soffrivano di panico, gli mancava l’aria e tu dovevi sostenerli, dargli una mano, fare in modo che quell’orda barbarica tornasse ad essere una colonna in marcia verso l’ascolto e la comprensione. Con quali metodi? Con l’astuzia, ma sempre con virilità e fermezza, senza lasciare dubbi o problemi irrisolti sul campo. Di solito i ragazzi si fermano quando capiscono che dall’altra parte c’è uno o una che li ama, ma che va giù senza concedere nulla a varie forme di intromissioni sbagliate. Anche in questo campo la libertà assume un’importanza fondamentale, diventa il filtro attraverso il quale si deve creare l’incontro, un incontro che si fonda sulla conoscenza e sull’osservanza da parte di tutti, nessuno escluso. Se io dico che non bisogna fumare, devo essere il primo a non fumare. Se dico che bisogna essere corretti quando si va per la strada, non devo passare in bici col rosso come fanno quasi tutti, ma devo fermarmi, proprio come vuole il codice della strada. Se dico di fare silenzio devo essere il primo a non urlare. Se dico ai ragazzi che devono venire a scuola vestiti in modo decente devo essere capace di fare altrettanto, perché anche il modo di vestire ha la sua importanza. L’insegnante è un punto di riferimento in tutto, in quello che dice, in quello che fa, in come si comporta, i ragazzi lo studiano, lo osservano, lo investigano e poi decidono se è il caso di confermare o di distruggere. Io ho visto insegnanti distrutti da classi che si coalizzavano, che diventavano manipoli di guerrieri pronti a tutto pur di far diventar matto il docente antipatico, insicuro, poco versato nell’arte dell’educazione. La scuola è un banco di prova formidabile, ti fa capire se quello che fai va bene, se riesci a metterti in contatto con gli altri, fa elevare o abbassare il livello di autostima, impone un’autorità che molti non hanno e che quindi sono costretti a tirare a campare. Ecco perché una scuola buona dovrebbe puntare decisamente sull’aspetto relazionale, sulla capacità di fornire agli alunni la capacità di diventare autonomi e indipendenti, mettendo in campo quella fermezza che è necessaria per creare fiducia. Non bisogna mai dimenticare che i giovani cercano garanzie, sicurezze, cercano chi possa far scoprire in loro la fiducia, la voglia di affrontare il mondo senza inganni e senza paure.