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QUELLO CHE NON SI CAPISCE OGGI…

Ci sono molte cose che impediscono di veder chiaro di fronte a noi, ma una in particolare incide sulla visibilità: l’ipocrisia. E’ sempre più difficile credere, anche a quelle persone sulla cui parola avresti messo la mano sul fuoco. Di mani il fuoco ne ha bruciate parecchie, ma il problema è che si sta bruciando anche il resto, quindi è necessario munirsi di una robusta attrezzatura antincendio e tornare a operare con buon senso, magari tornando a scuola se necessario. Prolungare il fermo scolastico, modificando l’iter educativo, potrebbe essere una buona ragione per contribuire in modo concreto a quel cambiamento della società civile che tutti vanno auspicando. Certo bisognerebbe partire dalle giovani generazioni, magari con una funzionalità scolastica più adeguata ai tempi e alle necessità. Ci sarebbe un sacrosanto bisogno di una scuola che viva nella comunità e per la comunità, che ne respiri i profumi, gli aromi, ma anche quegli odori nauseabondi, che avrebbero bisogno di un potente air fresh rigenerativo. Non dovrebbe essere difficile ripristinare i tempi e gli spazi di una democrazia più diretta, più calata nella sua storia, più capace di mettere in pratica con lealtà quello per cui si è formata e legittimata. Oggi viviamo il tempo della provvisorietà, non c’è più nulla di sicuro e soprattutto è venuta a mancare l’affidabilità di enti e istituzioni che godevano del marchio garantista. Chi alza di più la voce è chi avrebbe bisogno di una lectio magistralis di prim’ordine. Il problema vero è che oggi si raccontano gran balle con l’ingenuità con cui si comprano la coppa e il salame dal salumiere. La politica ha rovinato parecchio e se ci guardiamo attorno confusi, disorientati ed esterrefatti lo dobbiamo a lei, alla sua incapacità di essere quello per cui è nata, strumento di elevazione sociale di tutti i cittadini. Quello che non si capisce oggi è come mai chi arriva a occupare posti di comando venga celebrato come il salvatore della patria, guadagni cifre da capogiro, diventi intoccabile, mentre invece è solo una persona al servizio della comunità nella quale vive e opera, con il compito di fare fino in fondo il proprio dovere al servizio della comunità stessa. La scuola potrebbe dunque compiere una fondamentale opera di bonifica sul terreno dei comportamenti sociali e il mondo del lavoro dovrebbe dare l’esempio di come si possa e si debba assolvere con onestà e giustizia all’impegno terreno che ciascuno è chiamato a svolgere, non a danno dell’altro, come spesso succede, ma a vantaggio di tutta la comunità. In Italia manca ad esempio una buona educazione al lavoro e manca soprattutto ai livelli alti, dove la forza e il coraggio della cultura imprenditoriale dovrebbero creare le condizioni giuste per armonizzare una società per sua natura disomogenea e contraddittoria. Un bravo imprenditore sosteneva che se il suo mondo fosse stato coerente non ci sarebbe stato bisogno di lotte sindacali, di antagonismi esasperati e di guerriglie urbane. Dunque la vita di relazione, che è parte integrante del sistema educativo generale, è sempre stata fondamentale nell’ evoluzione dei rapporti all’interno del mondo societario, è il filo conduttore che lega insieme le spinte verso il riconoscimento dell’identità personale. Dunque anche il sistema industriale e quello istituzionale in genere dovrebbero tornare a scuola a imparare che cosa significhi realmente vivere, creare una famiglia, far studiare i figli, aiutare chi ha bisogno, ovviare al divario che si crea tra la povertà e la ricchezza, perché tutti abbiano la possibilità di vivere una vita accettabilmente felice. Il problema vero è che pochissimi hanno voglia di ripensare, perché significa mettersi in gioco e magari dimezzarsi lo stipendio. Chi oggi ingaggia cifre da capogiro non vuole condividere, non vuole assolutamente capire che siamo tutti nella stessa barca, con gli stessi problemi, le stesse necessità, gli stessi sogni. Molti si domandano perché qualcuno debba accaparrarsi il mondo intero e qualcun altro morire ai bordi di una strada, di una via o di una piazza? Perché invece di inseguire sogni assurdi non si vive con i piedi per terra cercando di alimentare la vita, la sua bellezza, la sua capacità di generare stupori, meraviglie e felicità? Sembrerà strano, ma proprio nel momento più difficile, chi dovrebbe avere il compito di sostenere e proteggere la vita la butta dalla finestra e cerca di condizionare gli altri a fare la stessa cosa, come se l’uomo fosse diventate all’improvviso il Dio unico e supremo. Forse è il caso di fare un passo indietro, di guardarci dentro, di capire chi realmente siamo, quale sia il nostro compito, quale il nostro destino, ristabilendo un equilibro, un’armonia che raccolga per strada le voci di chi chiede insistentemente di non morire di freddo, di fame, di sete, di solitudine, ricreando così un diritto che abbiamo ereditato da un atto d’amore.