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AMBIENTE E' FUTURO

CAPITOLO 1

Una coscienza nuova percorre le grandi democrazie europee, una coscienza che si misura con i temi propositivi del terzo millennio, fondati sui bisogni degli uomini, sul lavoro, sull’educazione, sulla sicurezza, sul rispetto dell’ambiente e sull’accoglienza. E’ sui grandi temi umani che si gioca la cultura del terzo millennio, sulla capacità di rischiare, di allargare i contenuti e le risorse di un mondo che diventa sempre più piccolo, sempre più aperto ad accogliere e a promuovere lingue, culture, aiuti, innovazioni e consigli. La ricerca diventa lo stile che contraddistingue lo sviluppo, forma e sostanza che plasma i nuovi diritti, processo che determina nuove soluzioni, in un compatibile intreccio di successi e di insuccessi, di plausi e di critiche, di risposte che vogliono ricomporre un mosaico graffiato dalla polvere del tempo e della storia. L’Europa guarda alla ricerca perché s’interroga, perché crede ancora nella forza rigenerativa della cultura, nello spirito che anima i cuori, nella fiducia e nella razionalità come forme convergenti di un progresso rispettoso di civiltà. Un nuovo entusiasmo attraversa lo spirito degli stati, quello di essere innanzitutto pensiero che conduce l’uomo a ritrovarsi, a scoprirsi in una veste nuova. Un nuovo rinascimento aspetta la patria delle libertà e delle costituzioni, dell’uguaglianza e della fraternità, delle radici cristiane. L’ambiente guarda all’Europa con rinata speranza, perché è nella relazione e nella comunicazione comunitaria che si ravvivano le idee e le speranze, la gioia di riconvertire l’eccesso in misura, l’antagonismo storico in collaborazione e comprensione. All’orizzonte si profila un impegno comune e i segnali arrivano chiari. L’Unione ha preso il largo e inizia a navigare sui temi che riguardano non solo la vita dei popoli europei, ma di quelli del pianeta.

AMBIENTE, CULTURA E SALUTE

E’ molto difficile pensare di risolvere i problemi se non si svilupperà un’azione larga e collaborativa che coinvolga il cuore europeo della ricerca. Per combattere il tumore, ad esempio, occorre agire contemporaneamente sul fronte della ricerca scientifica e su quello della qualità della vita. E’ difficile evitare le leucemie se non si elimineranno le cause che le producono, come la radioattività, il benzene e l’elettromagnetismo. Si compiono campagne mirate contro il fumo delle sigarette e siamo condannati a respirare regolarmente quello delle auto, delle moto e degli scooter. Di uranio abbiamo sentito parlare  in occasione del disastro di Chernobyl, nel 1986, mentre la pericolosità dell’amianto abbiamo cominciato a scoprirla, in tutta la sua drammaticità, da poco tempo, grazie ad una campagna investigativa mirata ed attenta. Gli scienziati di tutto il mondo avevano annunciato che  la radioattività di Chernobyl avrebbe incrementato i linfomi e le leucemie, mentre l’uso militare dell’uranio impoverito avrebbe fatto il resto. Se vogliamo combattere le malattie tumorali e le malattie dell’apparato respiratorio, se vogliamo veramente lottare per un ambiente umano, bisogna che l’uomo muti radicalmente stili e comportamenti, restituendo alla natura la sua dignità. Il tumore lo si può e lo si deve combattere, ma sarebbe assurdo delegare tutto al medico e alla chirurgia. Occorre valutare la realtà nelle sue complesse articolazioni e la politica può fare molto, come ad esempio monitorare le fonti d’inquinamento, creare condizioni di vita a misura d’uomo, incentivare la deambulazione all’interno dei paesi e delle città, creando spazi pedonali e aeree verdi, parcheggi periferici e incentivare i trasporti pubblici, restituire i centri storici ai cittadini, disincentivare un eccesso di produzione di rifiuti, ridurre le fonti d’inquinamento, sviluppare forme di prevenzione, difendere la natura e il paesaggio da aggressioni selvagge, creare forme di educazione permanente su temi e problemi di natura ambientale. La politica deve tornare ad educare, deve proporsi come strumento formativo di stili di vita. Perché ciò avvenga deve avvicinarsi alla gente, alla quotidianità delle cose, non deve perdere di vista la realtà nella sua concretezza. Occorre ricordarsi sempre di essere persone al servizio della collettività e dei suoi bisogni. La ricerca comunitaria potrebbe proporsi come indicatore di stimolanti innovazioni del patrimonio ambientale, sviluppando la cultura della ricerca come strumento fondante alla soluzione di molti problemi che assillano l’umanità.

VITA E AMBIENTE, DUE REALTA’ INSCINDIBILI

Viviamo uno dei momenti più difficili della nostra storia, divisi tra benessere e malessere, incapaci di ridare forza a uno stile di vita che è prigioniero di molta superficialità. Nel frattempo l’ambiente è stato assorbito da masse di cemento, le colline e le montagne urlano ferite laceranti, i fiumi sono invasi da colori plumbei e odori nauseabondi, il mare è inquinato dal petrolio, il pianeta è percorso da un brivido d’impotenza. La modernità in molti casi è illusione. Il prezzo che stiamo pagando alle nostre inadempienze è elevato: malattie, guerre, prevaricazioni, povertà, ignoranza, mafia, corruzione, immoralità, speculazione, deforestazione. L’illusione lascia sul campo vuoti esistenziali, delusioni, frustrazioni, creatività inevase e incomprensioni. L’uomo avverte il suo limite, la sua solitudine, il suo fallimento e si appella al potere come forma di contenimento di una realtà che sfugge. Scrive Joe Miller in una poesia:

“Se la terra avesse un diametro di pochi metri, se potesse galleggiare su un piccolo campo, la gente arriverebbe da ogni luogo per vederla; le girerebbe attorno, ammirerebbe i suoi grandi e i suoi piccoli stagni, e l’acqua che vi scorre in mezzo. Ammirerebbe i suoi rilievi e le sue cavità. Ammirerebbe lo strato sottile di gas che la circonda e l’acqua sospesa nel gas. Ammirerebbe gli esseri viventi che camminano sulla sua superficie e quelli che dimorano nelle sue acque. La dichiarerebbe sacra perché sarebbe unica e la proteggerebbe perché non venisse ferita. La terra sarebbe la più grande delle meraviglie conosciute e la gente verrebbe per pregare davanti a lei, per essere guarita, per avere il dono della conoscenza, per capire la bellezza, e per chiedersi com’è possibile realizzarla. La gente l’amerebbe e la difenderebbe con la propria vita, perché saprebbe che la propria vita non sarebbe niente senza di essa. Se la terra avesse un diametro di pochi metri”.

 L’uomo ha perso di vista la realtà. Crede di essere padrone dell’universo, di imporre le proprie leggi e così facendo dichiara la sua sconfitta. Vita e ambiente sono un binomio inscindibile, per questo occorre rivedere stili e modalità di comportamento. L’umanità ha il dovere di ritrovare se stessa, di ricreare rapporti leali, di ricucire strappi, sviluppare sistemi d’ interazione e di solidarietà con l’ambiente. La modernità deve ruotare attorno ai bisogni veri del genere umano, rispettando la vita in tutte le sue forme. L’impoverimento culturale di questi ultimi anni ci condanna ad un immobilismo regressivo. L’uomo è sempre più solo, avverte il peso della sua impotenza, è vittima di un egocentrismo che lo ha relegato in una condizione di subalternità profonda. Per uscirne deve ridare spazio al bene comune, alla storia collettività, al desiderio di creare condizioni di vita compatibili con quella bellezza che ci è stata donata con grande magnanimità.

ERANO I PRIMI DEL 1900

L’Italia è stata un grande paese contadino, dominato dai cappelli di paglia delle mondine, dalle maree rosseggianti di pomodori, dai grappoli di uve imperiali, dal candore della barbabietola da zucchero e dagli animali, compagni di un viaggio lungo e faticoso. Dominava su tutto la fattoria, una sorta di città stato, circondata da mura alte e massicce, da una corte ampia e spaziosa a forma di quadrilatero. La città era autosufficiente. La vecchia società contadina non conosceva il rifiuto, tutto serviva a ricomporre un ciclo, a ricominciare una storia. Nelle aree aperte della campagna il compostaggio era pratica consolidata. Forme geometriche fumose e compatte si trasformavano in fertilizzante naturale, prodotto lavorato dal tempo e dai fattori climatici. Il progresso era una bottiglia di vetro che serviva a mille usi o la cenere o l’acqua corrente di una roggia o una grande botte cerchiata, un vestito che passava di generazione in generazione. La società non gettava nulla, un po' per necessità, per cultura, per educazione, per quel meraviglioso senso pratico delle cose che accompagnava la fatica di un cammino. La gente era in gran parte analfabeta, ma aveva una coscienza civica molto precisa. Sapeva quel che doveva e quel che non doveva fare, aveva il senso della comunità e della solidarietà. La politica era volontà di vivere un’esistenza dignitosa, rispettata, lontano dallo spettro della fame e della povertà. L’ambiente era un albero da frutta, un vigneto, un campo da mietere, una stalla da accudire, un orto da coltivare, un fuoco da ravvivare, una storia da raccontare, le grandi lettiere da ricomporre, il bisogno di riposare. Gli uomini godevano di una protezione patriarcale nella quale trovavano sollecitazione e appoggio. Nessuno si sarebbe azzardato a mandare un anziano all’ ospizio. Gli anziani erano il sale della famiglia. Altri tempi, meno tecnologici e più umani, meno acculturati e più veri. La democrazia ha scritto le sue leggi, ma non si è preoccupata abbastanza di insegnarle. In molti casi non ha capito che le regole più importanti occorreva scriverle prima nel cuore e nella mente degli uomini, in modo che diventassero patrimonio umano. Oggi si butta via tutto, allora non si buttava niente, tutto era unico e  indispensabile.

COSI’ SCRIVE LO STUDIOSO AMERICANO B. COMMONER

“In natura tutto ciò che accade, tutto ciò che si trasforma avviene secondo un andamento a cerchio, un “cerchio che sempre si chiude”; in natura tutto ciò che è eliminato da un organismo, come rifiuto, viene utilizzato dall’ambiente o da altri organismi. Invece, nella vita di oggi, questo cerchio non si chiude più; la produzione di rifiuti ha ritmi troppo veloci, e le scorie inquinano il mondo, tutto ciò che ci circonda.

E’ una questione di quantità. Estraiamo il petrolio, lo raffiniamo e lo distilliamo in benzina e gasolio, bruciamo i due nuovi prodotti, produciamo fumi che si espandono nel cielo; questo processo provoca inquinamento, ma è un inquinamento che, in proporzioni ridotte, viene neutralizzato, scomposto dall’ossigeno, dall’atmosfera, dall’acqua. Ma se la quantità di scarti è troppo grande, allora resta la scoria non più eliminabile. Siamo abituati a pensare che sulla nostra piccola Terra abbia un senso il “buttar via”; in realtà noi non buttiamo via mai nulla. Possiamo spostare i rifiuti più in là, fuori della nostra vista e del nostro contatto diretto. E’ ormai indispensabile impegnarsi per ricostruire il cerchio che abbiamo rotto.

E non valgono le spiegazioni che a volte si danno. Si dice ad esempio che è inevitabile l’inquinamento, perché l’uomo è un “animale sporco”, un animale che al contrario di tutti gli altri, tende a “ sporcare il suo nido”. Questa spiegazione è errata. Ancora oggi, in zone in cui non vi è una massiccia industrializzazione, non vi sono tracce d’inquinamento, pur con la presenza dell’uomo. Sino a che l’uomo viveva con ritmi naturali l’ambiente non si degradava. Tutto faceva parte di un ciclo, ora spezzato, dopo milioni, miliardi di anni di equilibrio”

CAPITOLO 2

TUTELA DELL’AMBIENTE.

Leggi e norme che garantiscono i diritti dell’ambiente

LA COSTITUZIONE  ITALIANA.

Art. 2. -  La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 32. - La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti posti dal rispetto della persona umana.

Art. 9. -  La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Il linguaggio costituzionale è un codice di lettura universale nel quale si riconoscono e si misurano le relazioni. Garantire la salute, come afferma l’articolo trentadue della Costituzione Italiana, significa creare le condizioni necessarie perché la vita si esprima al massimo livello, senza subire aggressioni e prevaricazioni che la mettano in pericolo.

Il vero grande problema della nostra società è proprio quello di trovare nuovi equilibri, di cercare nuove soluzioni, nuove vie che coniughino, in modo sostanzialmente corretto, i diritti e i doveri, il rispetto e la scienza, il progresso e la conservazione. La corsa sfrenata al benessere ha innescato morali individuali perennemente in lotta tra loro, forme di capitalismo e di neocolonialismo che hanno come fine l’arricchimento personale e la corsa al profitto, spietate concorrenze mercantili, forme di delinquenziale sfruttamento del patrimonio ambientale, artistico e culturale, il dilagare di forme tangentizie che puntualizzano la massima di Macchiavelli: “IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI”. Ci troviamo di fronte a una democrazia che fatica a controllare lo strapotere economico, la necessità di reinvestire soldi, il suo patrimonio legislativo, che pure parla il linguaggio della chiarezza e della trasparenza. E’ sempre più difficile trovare il giusto equilibrio tra legge e comportamento, tra individuo e collettività, tra lavoro e tutela del lavoro, tra regola e rispetto della regola. Viviamo il tempo di una democrazia instabile, incapace, a tratti, di dare risposte ferme e concrete a un mondo che rincorre il proprio egoismo e non guarda in faccia nessuno. La politica è fragile, inaffidabile e immatura, i poteri dello stato, invece di collaborare si fanno la guerra.  A causa di una carente volontà legislativa si creano conflitti che immobilizzano il paese. Le vere democrazie rispondono delle loro azioni anche quando il prezzo da pagare è elevato. Si vuole impedire che i cittadini muoiano di tumore? Si intervenga con la mano pesante contro chi viola le leggi in materia di tutela ambientale. La Costituzione afferma che la salute deve essere protetta e promossa come fondamentale diritto dell’uomo e interesse della collettività, ma  lo stile di vita non va in questa direzione. Gli autoveicoli producono ossido di carbonio, idrocarburi incombusti, piombo, ossidi di azoto, anidride solforosa. Le industrie emettono anidride solforosa, acido solfidrico, cloro, ammoniaca, fenoli, fluoro, acido cloridrico, acido cianidrico, acido nitrico, vapori di solventi organici. Gl’impianti di riscaldamento producono anidride solforosa, ossido di carbonio, ossidi di azoto, idrocarburi, gas scuri e carichi di pulviscolo incombusto. Per non parlare degli effetti prolungati nel tempo della centrale di Chernobyl, della diossina dei termo distruttori, dei percolati delle discariche e di alcuni impianti di compostaggio. Quali le conseguenze? Tumori, bronchiti croniche, enfisemi polmonari, tumori polmonari, irritazioni agli occhi, avvelenamenti, asma bronchiale, odori sgradevoli, scarsa visibilità, diminuzione del turismo, deterioramento delle opere d’arte, invecchiamento precoce degli alberi e altri danni all’uomo, agli animali e alla vegetazione. Basta viaggiare per scoprire scempi terribili. Non è facile cancellare il biossido di zolfo ( 130 milioni di tonnellate l’anno) emesso dalle centrali termoelettriche e da tutti gl’impianti industriali che bruciano carbone e petrolio, principale colpevole delle piogge acide. Non è facile far scomparire il  biossido di carbonio, prodotto bruciando le foreste, carbone, petrolio e metano. Si dice che ogni anno vengano immesse nell’atmosfera oltre cinque miliardi di tonnellate di anidride carbonica, causa principale dell’effetto serra e poi abbiamo i clorofluorocarburi, che sono i principali responsabili dei buchi nell’ozono, l’elettromagnetismo delle antenne disseminate un po' dappertutto. La politica ha una grossa responsabilità, quella di fare in modo che le leggi vengano fatte rispettare, che i responsabili accertati di prevaricazioni ambientali paghino le loro trasgressioni. E’ soprattutto importante che si costituiscano comitati di controllo con poteri reali nei confronti della speculazione, ma è altrettanto importante che le istituzioni pubbliche aiutino il cittadino nelle sue lecite e corrette aspirazioni a vivere in un ambiente sano e protetto. E’ tempo che il sistema produttivo cerchi nuove vie, che l’uomo si assuma le proprie responsabilità, dimostrando che la democrazia è conquista quotidiana e che nulla mai deve essere  dato per scontato.

LA COMUNITA’ EUROPEA HA EMANATO UNA SERIE DI NORME PER TUTELARE L’AMBIENTE. UNO DEI DOCUMENTI PIU’ IMPORTANTI E’ LA CARTA EUROPEA DEL SUOLO (1972).

ECCO ALCUNI ARTICOLI :

1. Il suolo è uno dei beni più preziosi dell’umanità. Consente la vita dei vegetali, degli animali e dell’uomo sulla superficie terrestre.

2. I suoli devono essere protetti dall’erosione.

3. I suoli devono essere protetti dagli inquinamenti.

4. Nei progetti di ingegneria civile si deve tenere conto di ogni loro ripercussione sui territori circostanti e, nel costo, devono essere previsti e valutati adeguati provvedimenti di protezione.

Le erosioni sono fortemente aumentate, generano disastri d’incalcolabile entità. L’inquinamento ha raggiunto e superato livelli un tempo ritenuti impossibili. E’ sufficiente viaggiare attraverso il continente, per rendersi conto che i buoni propositi, anche se scritti, rimangono tali solo nella memoria storica.  E’ attraverso la disciplina collettiva che si costruisce una comunità cosciente dei propri diritti e dei propri doveri. Le leggi sono fondamentali, ma non sono sufficienti, se non vengono supportate da esempi e modelli che orientino le intelligenze verso una riappropriazione seria e concreta del patrimonio ambientale. Per fare questo si devono attivare tutte le agenzie educative, i mass-media e, in particolare, la famiglia, riconosciuta come la prima e più importante istituzione educativa. Il rispetto dell’ambiente nasce con le persone, con il loro desiderio di conservarlo e migliorarlo. Cresce nei luoghi dove si vive ed ha come fondamento l’amore. L’ambiente è il nostro giardino, lo specchio del nostro carattere, del nostro profilo umano e culturale, la volontà che contraddistingue la nostra capacità. Oggi più che mai l’unione europea deve dimostrare non solo la sua capacità di risposta politica all’inquinamento, alle erosioni, ai dissesti che si verificano un po' da tutte le parti, ma deve proporsi come paladina di un patrimonio da tramandare ai nostri figli. Si tratta di un’eredità pesante, che mette alla prova l’ intelligenza, il carattere, la capacità di superare vecchi e nuovi antagonismi.

LE INDICAZIONI DELLA COMUNITA’ EUROPEA.

L’azione della Comunità europea si è in particolar modo indirizzata verso cinque settori :

a) PROTEZIONE DELLA NATURA : conservazione degli uccelli selvatici, conservazione delle specie migratorie, tutela e limitazione del commercio della fauna e della flora in via di estinzione;

b) PROTEZIONE DELL’AMBIENTE IDRICO : acque interne a ogni stato e scorrenti in superficie, acque dei litorali, acque marine territoriali, acque sotterranee, acque destinate al consumo umano, acque destinate alla balneazione, acque lagunari, considerate in relazione alle varie forme di inquinamento determinate dagli scarichi di sostanze capaci di alterarle;

c) PROTEZIONE DELL’AMBIENTE ATMOSFERICO : controlli delle fonti di emissione nell’atmosfera, in un primo momento imposti per singole fonti di inquinamento, poi, a partire da una direttiva del 1984, con una considerazione globale del problema dell’emissione degli impianti industriali e dei motori a scoppio, e un’attenzione speciale all’allarme per la riduzione dello stato di ozono e al crescere dei pericoli per gli effetti delle radiazioni ultraviolette;

d) PROTEZIONE DELLA SALUTE DALL’INQUINAMENTO ACUSTICO : lotta all’inquinamento da rumore, con estensione del principio “ Chi inquina paga”;

e) PROTEZIONE DEL SUOLO : nella duplice direzione di controllo e limitazione degli scarichi di sostanze inquinanti sul suolo ( o nel sottosuolo) e di controllo dei fenomeni di insediamento umano e industriale capaci di alterare irrimediabilmente la consistenza del territorio.

I DOCUMENTI PIU’ IMPORTANTI EMANATI DALL’ONU SONO : LA CARTA MONDIALE DELLA NATURA E LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DEGLI ANIMALI, DI CUI RIPORTIAMO ALCUNE PARTI.

CARTA MONDIALE DELLA NATURA.

Art. 1 La natura sarà rispettata e i suoi processi essenziali non saranno alterati.

Art. 4 Gli ecosistemi e gli organismi, così come le risorse terrestri, marine ed atmosferiche che sono utilizzate dall’uomo, saranno gestiti in modo da assicurare e mantenere la loro produttività ottimale e continua, senza però compromettere l’integrità degli altri ecosistemi o specie con le quali coesistono.

Art. 5 La natura sarà preservata dal degrado causato dalla guerra o da altri atti di ostilità.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO.

Art. 3 -Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona

Art. 27. - Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale delle comunità, a godere delle arti e a partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

Art. 28. - Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti  e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Art. 29. - Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.

2) Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e della libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.

3) Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni Unite.

CONVENZIONE INTERNAZIONALE SUI DIRITTI DELL’INFANZIA.

Art. 24. - Il bambino deve poter vivere in salute anche con l’aiuto della medicina. Gli Stati devono garantire questo diritto con diverse iniziative:

- fare in modo che muoiano meno bambini nel primo anno di vita;

- garantire a tutti i bambini l’assistenza medica;

- combattere le malattie e la malnutrizione fornendo cibi nutritivi e acqua potabile a tutti i bambini;

- assistere le madri prima e dopo la nascita del bambino;

- informare tutti i cittadini sull’importanza dell’allattamento al seno e sull’igiene;

- aiutare i genitori a prevenire le malattie e a limitare le nascite.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DEGLI ANIMALI.

Art. 1 Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all’esistenza.

Art. 4 Ogni animale che appartiene ad una specie selvaggia ha il diritto di vivere libero nel suo ambiente naturale, terrestre, aereo o acquatico, e ha il diritto di riprodursi. (2) Ogni privazione di libertà, anche se a fini educativi, è contraria a questo diritto.

Art. 12 Ogni atto che comporti l’uccisione di un gran numero di animali selvaggi è un genocidio, cioè un delitto contro la specie.

(2) L’inquinamento e la distruzione dell’ambiente portano al genocidio.

LEGGE MERLI (1976): disciplina gli scarichi di ogni tipo, in particolare quelli industriali e civili che si immettono nei corsi d’acqua o nel mare.

LEGGE GALASSO (1985) : disciplina la costruzione di nuove opere nelle zone di particolare interesse paesaggistico ( parchi, riserve, montagne, coste marine, fiumi, laghi...)

E’ interessante notare come, nella maggior parte dei casi, la legislazione italiana e quella internazionale usino un linguaggio educante e propositivo, tralasciando gli aspetti sanzionatori. Il rafforzamento dell’aspetto preventivo, attraverso i canali educativi, deve essere la base su cui impiantare una cosciente cultura ambientale, ma occorre anche sviluppare forme di verifica e di controllo che inducano gl’imprenditori a valutare più da vicino gli scopi e le finalità della loro linea imprenditoriale.

CAPITOLO 3

CRESCONO IL BENESSERE  E IL CONSUMISMO

La civiltà contadina si trasforma in azienda, inseguendo la via dei cicli produttivi, dell’investimento, del consumo, del mercato e delle moderne tecnologie. La trasformazione comporta grandi cambiamenti finanziari, ma anche di metodo, di indirizzo commerciale, di normative nazionali e soprannazionali che controllino la produttività e la distribuzione. La fatica muscolare lascia il posto alle macchine. Termina così il lavoro della bottega. I nuovi criteri si riassumono in divisione del lavoro, rapidità di esecuzione, quantità, qualità, ricerca di mercato, concorrenza. Il tempo diventa un’arma vincente. Partono i primi beni di consumo popolare, la macchina, la televisione, il frigorifero, la lavastoviglie, per arrivare alle tecnologie telematiche, come i computer, e i telefonini. Cambia in modo radicale la filosofia della comunicazione. Si passa dalla dialettica ad personam al messaggio in codice e Internet apre le porte del mondo. L’informazione arriva all’istante, senza bisogno di mediatori. L’industria petrolifera condiziona il 90% della produzione mondiale. La plastica diventa regina incontrastata del mercato mondiale, la carta aumenta vertiginosamente la sua produzione. Aumentano i materiali ingombranti. All’orizzonte si profila una situazione nuova, che impone soluzioni adeguate. Crescono a dismisura le discariche a cielo aperto, quelle abusive, l’uomo non sa più come smaltire la quantità di rifiuti che l’industria accumula nelle piazze e nelle strade. Cerca soluzione temporanee, poi si rende conto che occorrono sistemi sempre più organizzati. Si affacciano i termovalorizzatori, gl’impianti di compostaggio, la raccolta differenziata, si cercano le vie più adatte per fronteggiare un fenomeno di proporzioni colossali. Nascono le prime incomprensioni, che degenerano in vere e proprie sfide frontali tra amministratori e cittadini, politici e popolazioni locali. Il problema assume proporzioni drammatiche quando si profila il referendum sulle centrali nucleari e sullo smaltimento delle scorie radioattive. La Comunità internazionale si scuote con l’esplosione del reattore della Centrale nucleare russa di Chernobyl, che libera nell’atmosfera lo Iodio 131, lo Stronzio 90, il Cesio 137, il Bario 140. Un brivido percorre l’Europa. L’informazione arriva tardi. La Russia tende a sottacere l’accaduto, ma i paesi scandinavi rilevano il fatto e informano il mondo di un pericolo che potrebbe avere conseguenze drammatiche. Si  parla con insistenza delle conseguenze che le sostanze radioattive a vita lunga possono generare. La radiazione è come una fucilata che colpisce le molecole. Le radiazioni ionizzanti uccidono la cellula o la modificano creando le condizioni per l’insorgenza del cancro. Il tempo di dimezzamento  dello Iodio 131 è di 8 giorni, quello del Bario 140 di quasi 13 giorni, mentre quello del Cesio 137 è di oltre 30 anni. Eppure le esperienze di Hiroshima e Nahasaki avevano insegnato le conseguenze del nefasto uso dell’atomo. Anche la letteratura prende posizione, sintetizzando nella metrica o nella prosa il proprio appello al buon senso, alla difesa dei diritti umani, all’amore per l’ambiente in tutte le sue forme. Pablo Neruda lancia un appassionante appello perché la nuova fonte di energia non venga usata contro la vita. La voce della cultura è sopraffatta dalla corsa agli armamenti. Ci sono stati che riducono in miseria le proprie popolazioni, pur di costruire la bomba atomica, altri che spendono i loro soldi per mettere a punto armi di distruzione di massa. La storia non è più maestra di vita. Le guerre, le malattie, le povertà non sono servite e non servono a indirizzare l’uomo verso una cultura della solidarietà e del sostegno nei confronti dei fratelli meno fortunati. Il progresso ha creato e continua a creare molti problemi. I massimi organismi mondiali hanno perso la loro autorità e gli stati diventano sempre più insofferenti a qualsiasi tipo di sovranità. Il potere religioso tende a sovrapporsi a quello politico, creando le premesse di fanatismi e di fondamentalismi di ogni genere. Il terrorismo fa la sua comparsa. Una parte del mondo consuma e un’altra non vive fino a sera. Ci sono troppe ingiustizie. Fino a quando gli uomini non capiranno l’importanza di stabilire condizioni di pace e di aiuto reciproco lo sviluppo sarà soltanto una maschera per annientare le volontà, per alimentare la schiavitù morale, economica e sociale. Dignità, sincerità, buonsenso e tolleranza sono i valori che ci propone il più grande poeta dell’India contemporanea, Rabindranath Tagore, nella sua poesia :

DOVE LA MENTE.

“Dove la mente non conosce paura e la testa si tiene alta;

dove il sapere è libero;

dove il mondo non è frazionato dalle anguste pareti domestiche;

dove le parole sgorgano dalle profondità del vero;

dove lo sforzo instancabile tende le braccia verso la perfezione;

dove il limpido ruscello della ragione non ha deviato nel monotono

deserto sabbioso delle viete abitudini ;

dove la mente è da te indotta verso pensiero e azione sempre più vasti;

sotto questo cielo di libertà, Padre mio, fa’ che il mio popolo si desti”.

L’umanità deve imparare a gestire il benessere, stabilire dei limiti alla propria libertà, deve sviluppare una dimensione ampia dei problemi, ristabilendo le proprie responsabilità e superando forme di individualismo esasperato. La politica deve garantire la democrazia e il diritto, rispondere ai bisogni e alle necessità di chi soffre la mancanza dell’essenziale. Bisogna che le risposte siano in difesa dell’uomo e della sua dignità. L’aspirazione di Tagore è anche la nostra. Ridestarsi, ecco il problema, ma come? Come abbandonare le comodità, la sfrenata corsa al benessere, la smania di gettare e di consumare. Le giovani generazioni crescono nell’ incertezza e nell’indifferenza, perché vedono che l’uomo a parole costruisce il mondo, ma poi di fatto lo distrugge per soddisfare i suoi interessi.  La Comunità europea e quella mondiale hanno il compito di ricercare insieme, mettendo da parte odi, sopraffazioni, diversità etniche, religiose e culturali. La cultura sociale del futuro sta nella formazione di una volontà universale, nella quale si dovranno fondere tutti i bisogni e dove le varie forme di solidarietà prenderanno il posto delle armi. Non esiste un modello unico, esiste però una finalità unica, riconoscere i propri limiti e unire le energie per contrastare il materialismo. Se ci fermassimo per un attimo a guardare una mamma che spinge una carrozzina in mezzo al traffico di un paese o di una città, se pensassimo di più all’avvenire dei nostri figli, se amassimo veramente quei giovani ai quali ci appelliamo ad ogni inizio di anno scolastico come arbitri del nostro futuro, penso che metteremmo da parte ogni idea di profitto, per fare posto al buon senso e la politica diventerebbe l’unica, vera, grande occasione per riunire talenti e volontà.

L’AMBIENTE TRA PROGRESSO E CIVILTA’

Bastano due giorni di pioggia battente per creare catastrofi: città allagate, fiumi e torrenti che straripano, frane, erosioni e smottamenti. L’acqua non sa più dove andare. S’incanala e corre impetuosa, come uno schiavo che cerca disperatamente la libertà. Corre, corre fino allo sfinimento. E’ diventata un pericolo mortale. L’uomo padroneggia la natura, per poi piangere le sue vittime. Viola le leggi, impone la propria arroganza, salvo poi dover riflettere sulle sue iniquità. La vita ha perso il suo valore. Siamo al paradosso. Ci sono voci che urlano il loro appello, la loro rabbia e il loro amore, altre sussurrano strategie. A scuola si insegna l’educazione ambientale, si trascorrono mattinate e pomeriggi a parlare dell’acqua, del sole e degli alberi. Ci sono ancora cuori che si lasciano intenerire dalla musicalità di un verso o di un racconto. Il dolore del poeta è il dolore dell’umanità.

Scrive Leonardo Sciascia:

“ Se l’umanità ha un avvenire, questo avvenire niente avrà a che fare con la città. Le città sono destinate a una specie di autocombustione, come mucchi di letame. O all’esplosione....Esploderanno forse di benessere, di beni di consumo e d’uso, d’automobili soprattutto; o forse esploderanno di fame...”.

Le parole dello scrittore siciliano sono profetiche, rivelano la sua grande capacità di cogliere le umane incongruenze, la fragilità di un progresso sempre più inconcludente e distruttivo. In molti casi la cultura si scontra con la politica dell’interesse privato. La politica deve farsi garante di un indirizzo in cui prevalgano bisogni e istanze popolari. Le leggi devono essere poche e chiare. Occorre attivare un sistema di controllo che sovrintenda le decisioni. La cultura della conservazione deve sostituirsi a quella della distruzione. La terra non può essere lasciata in eredità a gente senza scrupoli. Il ruolo della magistratura deve essere più rilevante, deve colpire con estrema determinazione ogni tipo di prevaricazione che mira a strumentalizzare l’ambiente. Ancora una volta ci si appella alla capacità dei popoli di custodire gelosamente un’eredità. In che modo? Guardando negli occhi i figli, la loro voglia di amare, di crescere, di perpetuare il meraviglioso incanto della vita umana.

CAPITOLO 4

UN NEMICO TERRIBILE: L’INQUINAMENTO ACUSTICO.

Tanti anni fa, le voci erano quelle della natura: canto di uccelli, nitriti di cavalli, ronzio di mosche e zanzare, il soffio del vento, il ticchettio della pioggia sui vetri, il calcio dato a un pallone, lo scoppiettio del fuoco nel camino. Gli uomini e le donne tornavano stanchi dal lavoro della campagna, il fiato era corto e il respiro affannoso. Le parole era sillabate, le frasi pensate, collocate secondo lo stile tipico di una civiltà semplice. Era romantico passeggiare la sera nelle vie e nelle piazze, vedere i bambini per strada. Nelle notti d’estate si sentivano il gufo reale e la civetta.

Quali i danni provocati dall’inquinamento acustico? Impedisce il riposo e colpisce il sistema neurovegetativo, in particolare gli organi più delicati, come il cuore, l’apparato gastrointestinale, l’equilibrio endocrino, fino ad interessare la sfera sessuale ed emozionale. Il rumore viene misurato secondo la frequenza in hertz (Hz) e secondo la pressione sonora in decibel (db), per mezzo di uno strumento chiamato fonometro. I limiti medi di accettabilità vanno da un massimo di 65 db nel centro storico nella fascia diurna a un minimo di 40 db nella zona protetta di notte. La nostra è una società sempre più affetta da lesioni all’udito, da gastriti, ipertensione, laringopatie, angoscia, disattenzione, difficoltà di concentrazione, sensazione di fatica, cefalea, irritabilità, inquietudine. Il silenzio favorisce la riflessione, l’analisi introspettiva, la ricerca interiore, l’osservazione della realtà e migliora la conoscenza della propria di sé. E’ energia, percezione, sollecitazione, ricostruzione. La lotta all’inquinamento acustico deve partire dalla famiglia. In molti casi figli urlano perché i genitori urlano.

Si urla in famiglia, nei bar, nelle discoteche, a scuola, allo stadio, all’oratorio, nelle piazze, nelle vie, si urla dappertutto, senza pensare che ogni rumore danneggia chi lo provoca e chi gli sta vicino, chi soffre, chi crede nel diritto come stile di vita. Ritrovare la via del silenzio significa ritrovare se stessi, ripristinare il primato della ragione sulla irrazionalità, l’autocontrollo, la forza di una comunicazione che arriva al cuore e che scuote sentimenti e sensazioni. Il silenzio ricrea l’ equilibrio tra lo spirito e la materia, favorisce l’armonia, è condizione essenziale della salute fisica e mentale. Diventa sempre più difficile pensare, scrivere, creare, progettare perché in molti casi tutto si riduce ad un maniacale desiderio di piaceri e di egoismi personali.

Mentre in oriente si praticano discipline introspettive, rigenerative dell’ interiorità, in occidente si è schiavi del potere del materialismo economico, della ricchezza, di ideologie che distruggono i sentimenti e le emozioni. Avviare una pratica educativa del silenzio è il primo passo per innovare il nostro stile di vita.

L’INQUINAMENTO ACUSTICO NELLA POESIA DELLA QUOTIDIANITA’

I giovani ci invitano a riflettere

RUMORE

C’è una città,

c’è un rumore.

C’è un paese,

c’è un rumore.

C’è una casa,

c’è un rumore.

C’è un libro,

c’è silenzio,

c’è silenzio nel mio cuore.

RUMORE

Sono nella mia stanza,

scrivo un diario,

un rumore mi disturba.

Cerco di concentrarmi,

ma il rumore è troppo forte.

Mi affaccio alla finestra,

guardo cosa sta per accadere.

Mi giro e mi rigiro,

ed è tutto normale.

Controllo in casa,

non c’è nulla fuori posto.

Cosa sarà mai stato  quel rumore ?

Non lo so,

ma prima o poi lo scoprirò.

AMBIENTE

Ambiente,

luogo d’armonia,

pieno di colori.

Mondo pulito,

che esiste solo nei sogni.

Sogni...

che forse un giorno si avvereranno,

con molta fatica.

GLI SCOIATTOLI

Nel bosco le persone cacciano

e gli scoiattoli si nascondono per la paura.

I cani si divertono.

Trappole mortali sopprimono gli scoiattoli.

Il bosco è un orrore.

A volte brucia

e per gli scoiattoli è la fine.

L’armonia è un sogno.

                 

I GIOVANI CI RICHIAMANO AL SILENZIO

“Il silenzio è musica, quella che nessun musicista riuscirà mai a comporre. E’ musica che trasporta, rilassa, che coinvolge, che invita a riflettere e a conoscersi. Oggi è una rarità a causa dei rumori del traffico, degli aerei, dei motorini e di tutte quelle cose nate dalla tecnologia. Spesso il silenzio è accompagnato dal canto degli uccelli, si ha l’impressione che i cinguettii completino la melodia iniziata dal silenzio, eseguendone le note. E’ come se ci fosse un rapporto tra queste due nature. Non esiste solo il silenzio della natura. C’è il silenzio dell’amore, quello della notte, il silenzio della gioia, quello del dolore e il silenzio più cupo, quello eterno. In molti casi il silenzio è più efficace della parola”.

Elena

“Un antico proverbio afferma che: “ Il silenzio ha l’oro in bocca”. Penso che sia vero, forse perché, per carattere, sono un tipo silenzioso e non amo “sprecare” le parole. Il silenzio è importante, perché è lo spazio del pensiero, della riflessione, ma anche della pace e della sospensione. E’ quell’essere sospesi che dà l’opportunità di ascoltare ciò che ci circonda, ci permette di capire e di decidere come interagire con il mondo. Forse, nella nostra società così piena di parole, è un valore un po' fuori moda, ma è importante, anche per una sola volta, fermarsi ad ascoltare, ad ascoltarci. Solo così si possono scoprire gli altri e imparare a conoscersi”.

Marco

“Il silenzio è la voce del pensiero, la chiave per aprire il nostro cuore. E’ l’azzurro di un cielo sempre sereno. Arriva dal canto esile dei sentimenti, è immenso e infinito. E’ la lente d’ingrandimento di un detective, è il legno per il falegname, la poesia per il poeta. E’ riflessione, ricarica la via che illumina la selva oscura, lo spiraglio di luce dei solai cupi e misteriosi. E’ il tranquillo sospiro di un bimbo che dorme, la semplicità di un sorriso, il mistero di uno sguardo intrigante, lo specchio che riflette la realtà e ti fa capire gli errori. Insegna a guardare avanti, a trovare il sentiero giusto per uscire dal “bosco” e spiccare il volo verso il futuro. Il silenzio vale più di tutte le parole del mondo”.

Daniela 

SE BEN ORIENTATI…

Se ben orientati e stimolati a cogliere la dimensione umana delle cose, i giovani esprimono ricchezze sconfinate, tesori nascosti d’inaudita bellezza. Pur vivendo nella società del rumore, un rumore che sommerge il volo del sentimento, sanno riconoscere i benefici di uno stile che ripropone l’attività del pensiero, il gusto della ricerca interiore, il calore della comunicazione verbale, le voci di una natura sempre attenta ai bisogni della natura umana. Si tratta di capire se l’uomo vuole davvero amare il suo prossimo, se nutre sentimenti d’affetto nei confronti di quei giovani che cercano il colore della verità. Siamo in Europa, ma con una mentalità furbesca e  provinciale. Qualcosa non funziona nel sistema educativo generale e le belle parole non servono più, hanno perso di credibilità. Si vive un profondo vuoto d’autorità, un antagonismo strisciante che in molti casi sembra voluto e ricercato. La Costituzione è un bellissimo quadro che passa in second’ordine rispetto al libero arbitrio. Le fonti alternative esistono, l’inquinamento potrebbe subire dure forme di contenimento, ma la volontà giuridico/istituzionale è subordinata allo strapotere economico. Oggi lo spirito umano soffre di cementificazione. E’ finita l’epoca dei pensatori che delegavano al tempo la gratuità della ricerca filosofica, della ricerca dell’arte e della cultura, è terminato quel rapporto di affinità elettive che legava l’uomo alla natura, madre e sorella, custode e ispiratrice della bellezza e dell’equilibrio interiore. Abbiamo perso per strada la capacità di stupirci, di meravigliarci, di cogliere l’immagine inebriante della natura. La vita in molti casi è  prodotto di consumo. Il rumore inchioda l’uomo a una condizione autistica, lo svuota delle ricchezze del cuore e dell’anima. Per capire qualcosa di più della bellezza e della sua incarnazione abbiamo letto i testamenti spirituali degl’Indiani d’America, le loro poesie della condivisione, l’amore per la prateria e per le montagne, per l’acqua dei fiumi e per gli animali. Abbiamo provato pietà e commozione per la loro storia chiusa nella morsa della civiltà industriale. Abbiamo pregato per la libertà degl’Indios della foresta amazzonica, uccisi dai mercenari, per spianare la strada alla teologia del profitto. Abbiamo cantato insieme a Sting il dolore di chi è stato privato della sua civiltà senza una ragione. Abbiamo cantato in nome della libertà, perché l’uomo e la terra potessero continuare in pace il loro cammino di speranza. Abbiamo sperato e pregato per le popolazioni latino-americane, perché potessero ritrovare la loro terra, gli usi, i costumi e le tradizioni che avevano segnato il cammino dei loro padri. Mentre in una parte del mondo gli uomini sprecano denaro e passione, nell’altra si osserva il tramonto del sole, senza la speranza di vederlo sorgere.

RICOMINCIAMO DALL’EDUCAZIONE

E’ assolutamente necessario ripristinare un ordine che muti radicalmente gli stili di vita, che ripristini il primato della ragione. Il cammino è difficile, lungo e richiede una riconversione, un mutamento radicale che parta dalla famiglia, che si rafforzi nella scuola e nella società civile. Occorre ripristinare un’equità di rapporti tra la dimensione individuale e quella comunitaria, riaffermando il principio che l’uomo possa esprimere la sua personalità, il suo essere, la sua libertà e che la sua vita si realizzi all’interno della grande comunità umana. Tutta la vita dell’uomo è contrassegnata da relazioni di ordine familiare, scolastico, sportivo, religioso, lavorativo e sociale. L’essere umano si realizza nella vita di relazione, nella sua capacità di esprimere il suo senso morale, la sua vocazione intellettuale, il suo spirito pratico, la sua innata voglia di investigare i segreti della natura, di affermarsi come soggetto di umanità sociale. La società non è una entità astratta e, soprattutto, non è un possesso o uno strumento che serve a soddisfare gl’interessi di pochi, ma luogo in cui si fondono le idealità, le diversità, le differenze etniche, linguistiche, attraverso un procedimento dialettico nel quale tesi e antitesi si compenetrano per giungere alla sintesi. La vita comunitaria impone regole che devono essere rispettate da tutti. Ed ecco il problema: rispettare le regole. E’ nello sviluppo e nella attuazione di questa dinamica che è necessario rivalutare il ruolo dell’educatore e quello della dimensione educativa della legge. L’educatore deve essere convinto e motivato, rivolto all’opera educativa, alla quale dovrà dedicare tutto se stesso, sostenuto da un sistema collaborativo che ne rafforzi l’impegno, lo comprenda e lo incoraggi. Molti fallimenti dipendono da una crisi di identità determinata da una scarsa consapevolezza ideale. Occorre sviluppare la ricerca. Oggi tutto muta rapidamente, quindi occorre essere al passo con le difficoltà, capire quale potrà essere il nostro futuro. Una società senza freni, che non riconosce l’autorità del ruolo, è destinata a una graduale perdita di credibilità. L’eccesso di omologazione nei vari settori della vita pubblica ha pianificato e appiattito i valori. Il garantismo democratico è stato spesso all’origine di una perdita di personalità giuridica. Manca l’esempio come strumento educativo. L’industria ha creato situazioni di sicuro vantaggio economico, ma ha fatto passare in secondo piano i valori esaltando il mito della produzione, del lavoro, del profitto e della produttività, a scapito della centralità dell’essere umano, della sua interiorità, della sua valenza spirituale. In molti casi in nome del profitto si è distrutto un patrimonio d’inestimabile valore esistenziale. Aria, fiumi, colline, montagne, paesi, città, sono diventati terra di conquista di mercenari senza scrupoli. Le leggi si sono dimostrate inadeguate e inefficaci rispetto alla forza strategica dello strapotere economico. Il sistema della giustizia è diventato spesso parziale e arbitrario, incapace di dare risposte esaurienti. Occorrono strutture meno burocratiche e più incisive. Il compromesso deve lasciare il campo al decisionismo. La verifica deve essere reale, rapida e costante. Alla salute dell’ambiente corrisponde la salute dei cittadini. Nella maggior parte dei casi l’educazione ambientale ha inizio tra le pareti domestiche. Un tempo i genitori erano molto attenti. C’erano dei freni che obbligavano a mantenere vivo l’amore e la cura della persona e delle cose. Oggi i genitori non vedono quasi più i figli. Nella vecchia società contadina c’era un grande rispetto per i ruoli e le professioni. Anche i più poveri avevano un grande senso della dignità. Gli adulti davano l’esempio. L’educazione ambientale dovrebbe essere disciplina di studio e di ricerca. E’ tempo infatti di una scuola aperta e viva, che apra le porte della ricerca. Occorre ripartire dall’educazione, che è la base del vivere civile, il cemento armato della civiltà.

ATTENZIONE ALLE POLVERI FINI

La salute dell’essere umano è sempre più soggetta a un progresso senza criterio, privo di una fondamentale base di rispetto. Uno dei nemici numero uno della condizione umana è costituito dalle polveri sottili.

Chi sono queste polveri assassine che si mascherano dietro un acronimo inglese: PM10. Sono invisibili come fantasmi, imprevedibili e impalpabili. Sono particelle inferiori a 10 micron di diametro. Quelle più piccole, PM 2,5 si depositano negli alveoli, direttamente nel sangue. Sono temutissime, perché a causa della loro variegata composizione a base di spore e pollini, ossidi metallici e sostanze mutagene, possono provocare malattie molto serie, come il tumore. Ogni anno 250.000 persone muoiono a causa dello smog. Le polveri sottili, e già l’aggettivo che le accompagna ne qualifica la subdola fragranza, sono terribili e quindi non sarà compito semplice distruggerle, spazzarle via, soprattutto a causa di politiche antinquinamento troppo discontinue, frammentarie, non supportate da progetti organizzati e duraturi nel tempo. Le iniziative amministrative sono spesso subordinate a mentalità prive di orientamento etico, all’interesse economico che, pur di soddisfare la sua ingordigia, viola ogni sorta di rispetto ambientale. Sarebbe necessario potenziare il trasporto pubblico con interventi strutturali efficienti, che riducano le emissioni di gas tossici. Per fare questo occorre sviluppare la rete metropolitana, elettrificare le linee su gomma, modificare il sistema energetico e, soprattutto, cambiare mentalità e comportamenti. Tra le città più a rischio a causa delle polveri killer abbiamo Atene, che detiene il primato di 1,5% di aumento della mortalità quotidiana per ogni incremento di  10pg/m3 di PM10. Seguono Lione ( 1,4%), Roma ( 1,3%), Milano ( 1,1%), Torino ( 1%). “La morte si sconta vivendo” diceva un celebre poeta italiano e non aveva tutti i torti. Oggi si vive respirando i gas tossici delle macchine, degl’impianti di riscaldamento, delle fabbriche che l’uomo ha creato, senza pensare a quali conseguenze andrà incontro. Anni di genialità e di cultura non sono stati sufficienti a promuovere una creatività razionale, una filosofia del progresso, basata su un equilibrato rapporto tra causa ed effetto, tra innovazione e destrutturazione. L’uomo non ha pensato alle conseguenze, si è lasciato prendere la mano dal profitto, dalla forza del potere, dalla vocazione al dominio, al punto che “il mostro” sta riversando la sua carica distruttiva su chi l’ha generato.

E’ NECESSARIO RIDURRE I CONSUMI E GLI SPRECHI. LA DIFESA DELL’AMBIENTE DIPENDE ANCHE DA UNO STILE DI VITA A MISURA D’UOMO.

L’uomo si è lasciato prendere la mano, è diventato schiavo del consumismo, ha perso il gusto di pensare, di valutare, di riflettere e di razionalizzare. Vive andando al massimo, senza porsi il problema se quello che fa è giusto o normale. Vive spinto da un impulso irrefrenabile, come se dovesse conquistare il mondo, come se tutto dovesse sparire all’improvviso, come se la quantità e la diversità fossero gli unici principi o valori di un’esistenza il più delle volte dominata dall’istinto, dal desiderio di non lasciarsi mancare nulla. I giovani crescono senza conoscere a fondo il perché di un’ azione, depredando il benessere dei suoi contenuti etici, fisici, biologici e filosofici. L’importante è consumare, rubare il tempo all’esistenza, sprofondare nel piacere temporaneo, lasciarsi cullare dall’illusione che non esistano limiti e che le regole servano solo a limitare la libertà, trasformata in una folle corsa verso l’impossibile. La nuova regola è l’ultima invenzione per continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto, un modo per tranquillizzare la nostra coscienza. Coscienza. Parola che indica consapevolezza, spazio riservato alla catena di montaggio del nostro cervello, centro di elaborazione dati d’alto grado, voce che disturba e snatura la nostra vocazione all’intolleranza, limite esasperante delle nostre paranoie. C’era una volta la coscienza, razionale mediatrice d’impulsi, celebrata custode di patrimoni storici, familiari, artistici, affettivi. A lei toccava la prima parola e l’ultima. Confidente di pene e di slanci, eternatrice di valori vissuti con l’ampiezza di uno sguardo, stimolatrice di confronti e di dialoghi. Oggi si agisce sulla base di una vocazione istintuale, per fuggire da tutto ciò che ci induce a meditare e a riflettere. Ecco il vero problema: il rifiuto di capire se un’azione è giusta o sbagliata, se il fine delle nostre azioni corrisponde alle necessità del mondo che ci sta attorno. Il nostro ambiente interiore è il primo a dover essere bonificato. E’ lì dove l’inquinamento cova le sue follie, dove il diritto ha preso il posto del dovere, dove la morale è stata privata della sua connotazione civile e universale, dove il colore perde la sua luce e tutto diventa opaco, incapace di restituire frammenti di fiducia e di speranza. Vivere l’ambiente significa vivere noi stessi, il nostro essere, la nostra dimensione di vita, la nostra coscienza, l’armonia che ci lega alla natura e all’umanità. Non è facile ricostruire un ambiente distrutto dall’incoerenza, dall’inciviltà, dall’odio e dall’indifferenza. E’ forse possibile tentare l’unica via,  l’educazione, l’arte di ritrovare dentro noi stessi la forza delle idee, la generosità di realizzarle, la voglia di unirci in una volontà che sconfigga gli egoismi di parte e che proponga un mondo vivibile, dove tutti si sentano uniti contro il nemico comune. E allora non sarà più il mondo delle lobby, delle ecomafie, di chi sfrutta il proprio fratello, il mondo delle incompatibilità e dei rifiuti umani, ma quello del dialogo e della dignità, dell’accettazione e della rinuncia, dell’impegno e della determinazione. Forse allora l’imprenditorialità sarà lo specchio del nostro essere, la nostra immagine, il nostro modo di agire, di creare relazioni e comunicazione. Non si cambia il mondo se non si cambia l’uomo, non si cambia l’uomo se non si creano modelli credibili di società. Dunque tutti devono fare un passo indietro, ognuno di noi deve imparare ad assumersi le proprie responsabilità, sviluppando forme di vita compatibili con il ruolo che ci è stato affidato. Non è più un problema di business, ma di stile educativo.

SENZA CADERE IN UN ECCESSO DI CONFIDENZA

La confidenza fa perder la riverenza. E’ indubbio che i proverbi dei vecchi abbiano segnato un importante momento relazionale della storia umana. La filosofia era più scarna, ma socializzante. La società era governata da una gerarchia affettiva di indubbia efficacia elettiva. L’elemento che equilibrava il rapporto tra padre e figlio, tra nonni e nipoti era il rispetto. L’età determinava l’emancipazione. Le conversazioni, i dialoghi e le comunicazioni quotidiane erano definiti da uno stile di comportamento semplice, ma preciso. Le regole erano poche, ma molto chiare per tutti. Non ci si poteva confondere. Qualcuno ha giudicato secondo criteri piramidali le correlazioni, dimenticando che una società non può vivere senza contenuti caratterizzanti, senza subalternità condivise, senza rapporti ben definiti. Si è passati dal vincolo regolativo, ad una goliardica affinità, che ha svuotato d’autorità ruoli e competenze. I rapporti sociali devono avere una base comune: il rispetto. In questa ottica, differenziare non significa discriminare, bensì stabilire un ordine all’interno del quale si chiariscano i rispettivi ruoli. Essere amici dei propri figli non significa rinunciare a ciò che si è, ma soltanto stabilire un rapporto rispettoso dei diritti e dei doveri delle persone, sanciti dalla Costituzione, dal Diritto di Famiglia e dall’Educazione. La confidenza non è cosciente perdita di responsabilità, bensì trasmissione di fiducia, autorità che si trasforma in comunicazione attiva, in crescita di valori umani e morali che accompagnano la vita dell’uomo. Ho incontrato insegnanti che per captare la benevolenza dei propri scolari si comportavano come loro, stesso linguaggio, stesso comportamento, con la conseguente, inesorabile perdita di autorità. Ho visto genitori trasformarsi in complici dei propri figli, diventandone successivamente subalterni. Con i figli occorre essere chiari e la chiarezza si deve fondare sul massimo della comunicazione, in regime di rispetto dei ruoli. E’ scontato che l’educazione debba governare i rapporti, favorendo quella fiducia che è alla base di una società cosciente e matura. Troppi genitori non sanno gestire l’interazione. I figli sono persone che devono crescere nella costante assimilazione di una indipendenza morale, fisica, economica, sociale e affettiva. Tutta l’opera della famiglia, della scuola e della società civile deve essere indirizzata a potenziare l’indipendenza dell’uomo e della donna, rendendoli capaci di trovare dentro di sé le risposte alle interferenze formali e informali dell’esistenza, senza cadere nel fenomeno della passività o peggio ancora della dipendenza. Occorre essere se stessi e trasmettere fiducia. I figli hanno bisogno di capire che devono crescere senza forme di ossessionante protezionismo, così che  gli errori diventeranno motivo di consultazione, in un clima di dialogo costruttivo, mirato alla crescita comune, nel rispetto dei ruoli e delle competenze. A volte occorre saper rispondere con fermezza, senza lasciarsi strumentalizzare da facili accondiscendenze e negoziazioni. Da un po' di tempo si è diffusa una strana filosofia, che è alla base di molte delle insicurezze che determinano le inquietudini esistenziali dei nostri figli. I genitori, per evitare forme di ritorsioni, ricatti, o qualsiasi altra forma di contrapposizione, cercano di assecondare le volontà, cedendo alle sollecitazioni. La risposta, nella maggior parte dei casi è: “Poverino, perché dobbiamo privarlo di un sogno che è stato anche il nostro, diamogli questa soddisfazione, vedrai che capirà la bellezza del nostro gesto e ce ne sarà grato”. I genitori accontentano i propri figli, in molti casi per paura di comportamenti occulti o di reazioni irrazionali e pericolose. Spendono con la segreta speranza di aver compiuto il proprio dovere. Dove sta il problema? Nell’incapacità di saper motivare un no fermo, di far capire con le buone maniere il senso vero e profondo di una scelta. Ristabilire un equilibrio etico è un dovere.

CAPITOLO 6

COMPORTAMENTI INDIVIDUALI E COLLETTIVI PER UNA CORRETTA OSSERVANZA DELL’AMBIENTE IN CUI VIVIAMO.

- rispettare le piante;

- rispettare i fiori;

- rispettare la fauna e l’avifauna;

- non disboscare;

- utilizzare correttamente il territorio;

- non provocare incendi boschivi;

- osservare con attenzione, esercitando un’azione di controllo;

- evitare di gettare immondizie nei boschi;

- evitare la formazione di discariche abusive;

- utilizzare le discariche autorizzate;

- utilizzare i contenitori per la raccolta differenziata;

- evitare di distruggere funghi non commestibili e altri frutti del bosco;

- evitare forme di cementificazione selvaggia;

- rispettare sempre le indicazioni dei piani regolatori;

- evitare l’abbandono e la trascuratezza;

- saper ascoltare i messaggi della natura;

- sviluppare il silenzio come strumento di comprensione e di armonizzazione con la natura;

- rispettare le cortecce degli alberi;

- sviluppare forme di approfondimento culturale attorno alla natura e ai suoi fenomeni;

-evitare ogni forma d’inquinamento del suolo, dell’aria, dell’acqua;

- sviluppare forme di coinvolgimento e interventi educativi;

- iscriversi ad associazioni ed enti che hanno come finalità la salvaguardia dell’ambiente;

- richiamare l’attenzione delle autorità nel caso in cui si perpetrassero aggressioni e violazioni palesi nei confronti dell’ambiente;

- curare l’aspetto formativo e informativo;

- sviluppare una coscienza critica sui temi e problemi dell’ambiente;

- collaborare sempre all’individuazione e alla soluzione di problemi relativi all’ambiente;

- cercare spazi operativi all’interno delle associazioni locali;

- sviluppare forme di collaborazione;

- creare momenti di educazione permanente;

- dialogare, rispettando le diversità;

- creare momenti di confronto su temi educativi;

- informare;

- far conoscere i diritti e i doveri del cittadino;

- applicare le regole in materia ambientale;

- attivare forme coordinate di volontariato;

- creare momenti di crescita educativa, anche mediante iniziative concrete, che abbiano una continuità;

- valorizzare l’anziano mediante attività che contribuiscano a favorire la trasmissione dell’esperienza;

- coinvolgere i giovani in azioni tese alla difesa e alla valorizzazione dell’ambiente;

- sviluppare forme di solidarietà;

- favorire l’occupazione, sfruttando le potenzialità del territorio;

- affrontare i temi dell’emarginazione e dell’abbandono;

- combattere la trasgressione con comportamenti preventivi e repressivi se necessario;

- assumersi le proprie responsabilità;

- non delegare ad altri i doveri;

- consentire alle persone di partecipare a dibattiti, discussioni e tavole rotonde, lasciando libero il pensiero di esprimersi nelle forme consentite dal buon senso;

- sviluppare gli aspetti comunicativi e relazionali in genere;

- adottare un atteggiamento di apertura sociale nei confronti di persone provenienti da altri paesi, invitandole a esprimere il proprio pensiero e la propria cultura sui temi ambientali;

- creare situazioni di benessere per i più deboli, avvicinandoli alla natura.

- attività di prevenzione;

- controlli periodici e sistematici dell’ambiente nelle sue variabili igienico-sanitarie;

- provvedimenti seri nei confronti dei trasgressori;

- attività divulgativa a mezzo stampa, filmati, videocassette, CD, televisioni locali, incontri, dibattiti, tavole rotonde, attività di raccordo con le agenzie educative presenti sul territorio;

- incontri ravvicinati con le scuole;

- attività di promozione e di stimolazione, con l’istituzione di borse di studio, premi e, riconoscimenti per chi si è distinto nell’opera di salvaguardia dell’ambiente;

- presenza e attenzione costante a tutto ciò che altera l’equilibrio del territorio;

- denuncia di situazioni anomale;

- collaborazione con il cittadino, coadiutore nell’opera di prevenzione e tutela del territorio;

- formazione di una carta sanitaria del territorio;

- creazione di norme educative adeguate alle esigenze del territorio;

- creazione di rapporti comunicativi più serrati con scuole e famiglie sui temi dell’educazione ambientale;

- favorire forme di volontariato;

- intensificare la collaborazione con enti, associazioni, gruppi e agenzie presenti sul territorio comunale;

- verificare con una certa periodicità lo stato di salute del territorio, in relazione alle varie forme di inquinamento.

- creazione di una carta dell’ambiente, completa di tutti i dati relativi alla situazione ambientale, curando l’aggiornamento e la qualità degli interventi;

- servizio di controllo del territorio, coordinato dai sindaci, dai presidenti delle comunità montane e dagli assessori, coadiuvati dai competenti organismi deliberativi in materia;

- formazione di comitati super partes, con l’obiettivo di estendere forme di controllo e di verifica sulle decisioni amministrative;

- creare un monitoraggio computerizzato del territorio e delle sue variabili;

- interventi di prevenzione concordati con polizia, carabinieri, guardia di finanza e guardia forestale;

- sviluppare l’aspetto informativo e quello formativo con l’istituzione di corsi aperti a tutti;

- creazione di una scuola permanente di educazione ambientale;

- invitare i giovani a settimane sull’ambiente, con feste e attività che stimolino curiosità e interesse sull’argomento;

- attività di coordinamento;

- prevenzione, recupero, consolidamento, potenziamento e rinnovamento del patrimonio ambientale;

- introduzione della raccolta differenziata;

- sviluppare una coscienza critica sul tema dello smaltimento dei rifiuti, puntando innanzitutto sui comportamenti individuali;

- avviare forme di smaltimento compatibili con le condizioni ambientali;

- fare in modo che il sistema industriale si sviluppi nelle forme e nelle modalità previste dalle normative vigenti, a tutela della salute del cittadino e dell’ambiente;

- creazione di premi e riconoscimenti particolari per quelle persone che nell’arco dell’anno si sono distinte nella salvaguardia e tutela dell’ambiente;

- sviluppare un’attenta e aggiornata attività di comunicazione di massa;

- iniziative culturali e operative dirette a stabilire un filo conduttore con il territorio;

- costante presenza dell’amministratore sul territorio e contatto relazionale continuativo con i cittadini;

- istituzione di borse di studio per studenti che si siano distinti nell’attività rivolta all’educazione ambientale;

- formulazione di norme più severe nei confronti di chi viola volontariamente l’integrità ambientale;

- sollecitare i giovani e gli adulti all’assunzione di una sempre più adeguata coscienza critica;

- sollecitare l’interventi di esperti;

- europeizzare i problemi ambientali, cercando nello spirito legislativo europeo finalità e obiettivi comuni alla salvaguardia dell’ambiente;

- stimolare la presenza dei cittadini alla risoluzione di problemi ambientali;

- evitare interventi settoriali, parziali o occasionali, che non sia esaustivi delle problematiche in questione;

- sviluppare il settore turistico;

- individuare spazi occupazionali all’interno del settore ambientale;

- avviare la ricerca come momento di approfondimento culturale delle tematiche presenti sul territorio;

- combattere senza esclusione di colpi il libero arbitrio, le illegalità perpetrate ai danni del patrimonio naturale;

- richiamare l’attenzione degli organismi provinciali, regionali e statali sulle dinamiche ambientali.

LA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE E’ UN PROBLEMA MONDIALE

Non bastano alcune volontà, è necessario che si crei una volontà universale

E’ davvero assurdo pensare che la salute del nostro pianeta dipenda dalla buona volontà di qualche persona, di qualche paese, città o di qualche stato. Non bastano alcune volontà, è necessario che si crei una Volontà universale, in cui si fondano spinte comuni, tese al recupero e alla salvaguardia del grande patrimonio ambientale mondiale. Il primo obiettivo è eliminare le povertà, mediante un’equa distribuzione della ricchezza. Non è possibile immaginare che intere popolazioni siano costrette a fuggire da condizioni di vita disumane, perché i loro governi non fanno nulla o tengono tutto per sé. Il cambiamento deve partire dall’interno. Ogni stato deve sentirsi responsabile e deve operare tutte le soluzioni possibili per liberare i propri cittadini dalla fame, dalla sete, dall’analfabetismo, dalle povertà e dalle ingiustizie. La ricchezza non può e non deve diventare patrimonio di pochi che esercitano il potere in modo discriminante, schiacciando ogni forma di libertà morale, economica, culturale e sociale, ma deve essere investita e distribuita per far sì che tutte le persone siano messe in condizione di poter esercitare la propria dignità. Il principio che deve informare gli stati e i governi è quello di una democrazia in cui tutti siano soggetti attivi della costruzione, operatori di ben-essere e di pace. Vediamo governi che navigano nell’oro,  mentre il popolo muore di fame. La terra dei sogni deve essere innanzitutto il proprio paese. L’amore per il proprio paese deve essere la molla di un cambiamento radicale e profondo. L’ambiente cambia se le persone diventano protagoniste del cambiamento. Ci sono problemi che sono d’interesse mondiale e che richiedono una mobilitazione globale, per evitare che il cannibalismo economico divori le straordinarie bellezze del pianeta. La spinta al cambiamento parte sempre dall’interno, dal cuore e il cuore ha radici profonde nella terra d’origine. L’amore per la propria terra deve essere il filo conduttore della trasformazione. E’ inaccettabile che in alcuni casi le religioni si sovrappongano con pratiche speculative che alienino l’uomo da se stesso e dalla realtà che lo circonda.

Amare l’ambiente deve essere un comandamento universale, un punto fermo per tutte le religioni del mondo. Poco contano i dogmi e le teorie della salvezza, se l’uomo non trova sufficienti ragioni per vivere dignitosamente su questa terra. E’ tempo che le religioni stimolino le ragioni con l’esempio e creino le condizioni di una  pace duratura, fondata sulla comprensione e sulla tolleranza. E’ finita l’epoca della povertà come porta del paradiso o dell’inferno, occorre spendere tutte le risorse possibili perché l’umanità viva la sua parte di esistenza in armonia con l’ambiente, con la natura, con quel paradiso terrestre che ci è stato consegnato con tanto amore e con tanta cura. I popoli devono essere messi nella condizione di esprimere le loro ricchezze morali, spirituali, materiali e culturali, senza dover navigare su carrette del mare, senza diventare schiavi di mercanti, senza sfidare la morte vivendo fuori dalle leggi. Politica e religione devono riordinare i loro mondi, rispettando i loro ruoli e le loro competenze. Il fanatismo porta alle guerre, alle distruzioni e alle intolleranze. La guerra distrugge l’ambiente, lo uccide, lo avvelena, toglie all’uomo la possibilità di vivere quell’armonia naturale che gli spetta di diritto. Ciascuno di noi vorrebbe trovare una condizione di vita accettabile, che non lo costringa a dormire nei cartoni di una stazione ferroviaria o sulle panchine dei giardini pubblici oppure scappare dal proprio paese per paura di non poter esprimere liberamente il proprio pensiero e la propria opinione. Non esistono tante morali sull’ambiente, ne esiste una sola: amarlo. Come affermava Pablo Neruda nell’ODE ALL’ATOMO : “ La città/ sgretolò i suoi ultimi alveoli,/ cadde, cadde d’un tratto,/ demolita,/ fradicia,/ gli uomini/ furono d’improvviso lebbrosi,/ afferravano/ la mano dei figli/ e la piccola mano/ rimaneva nella loro./ Così, dal tuo nascondiglio,/ dal segreto/ manto di pietra/ dove il fuoco dormiva,/ ti trassero fuori,/ scintilla accecante,/ luce rabbiosa,/ per distruggere le vite,/ per infestare lontane esistenze,/ sotto il mare,/ nell’aria,/...”Ciò che in natura è stato offerto all’uomo per combattere il male, viene usato dall’uomo per uccidere suo fratello. Tornano alla mente alcuni dei punti interrogativi della filosofia greca: Chi è l’uomo? Da dove viene? Dove va? Qual è il suo compito sulla terra? A cosa serve la ragione? Qual è il fine della conoscenza?. Abbiamo disimparato a pensare, a dare delle risposte, a ricercare delle verità. Abbiamo abbandonato la parte più interessante della nostra esistenza, quella che ci fa capire l’importanza delle nostre azioni, la forza di un atto, la bellezza del conoscere. L’ambiente deve essere il punto di partenza di un profondo mutamento di costume e di cultura, deve diventare elemento unificante di coscienze e volontà che operano per la pace e per la giustizia.

L’AMBIENTE E LA VITA.

Dante non era uno psicologo, come non lo era Alessandro Manzoni, che pure aveva dato prova di conoscere molto bene l’animo umano. Non hanno avuto bisogno di particolari sedute per rendersi conto che la società presentava anomalie dalle quali era necessario uscire per ritrovare una dimensione più umana della vita. Il genio italico ha dato prova di ampia capacità creativa e intuitiva, di passione umana e culturale, di razionalità e di fantasia. Un tempo per la vita si dava la vita. Per la vita si consumavano atti di eroismo. Per la vita si lottava e si combatteva. L’uomo amava questo dono straordinario, ma  lo  sentiva solo in parte suo, perché lo rapportava all’universalità della condizione umana. Nella tradizione cristiana la vita è sempre stata vista come dono. Il Creatore offre all’uomo e alla donna la grande responsabilità di diventare sintesi nell’amore, esecutori testamentari di comandamenti che superano di gran lunga i limitati confini della conoscenza. Il Cristianesimo e molte altre religioni hanno lottato per la vita, ponendola al centro della propria missione educativa. I figli hanno sempre rappresentato la ricchezza. Una famiglia senza figli lo era in una forma incompleta. La secolarizzazione dei valori ha travolto chiesa, famiglia, stato e società civile. Il consumismo ha contagiato tutti. Il relativismo ha aperto le porte del fatalismo. Cesare Ottaviano Augusto, quando si trattò di ricostruire la morale romana chiamò a Roma Publio Virgilio Marone, rappresentante delle più belle virtù contadine. La città chiedeva aiuto alla campagna. Virgilio era un intellettuale venuto dalla terra e la sentiva vibrare in tutta la sua forza rigeneratrice. Le Georgiche e le Bucoliche sono l’espressione di un amore senza confini, legate a una cultura in cui l’uomo, gli animali, le voci del bosco e le sue leggende portano l’umanità a scoprire se stessa, le sue radici, il senso della bellezza, di una vita sana, di silenzi e del rispetto come cultura viva della comunicazione. Anche oggi la differenza di contenuti etici e sociali tra la città e la campagna è forte. A questo proposito non possiamo dimenticare i racconti di Giovanni Calvino, dove il contrasto diventa paradosso, satira accesa e intelligente, umorismo che diverte e angoscia allo stesso tempo. Marcovaldo vive in città, con la testa nella quiete riposante della campagna; scambia cartelloni pubblicitari per alberi, vede funghi da tutte le parti, cerca la penombra di un grande albero per provare l’ebbrezza di un clima inesistente. Leopardi cercava la città e poi la fuggiva, criticando i suoi rumori, il traffico, la mancanza di condizioni umane per poter ritrovare se stesso. La vita si consuma tra viali alberati e stazioni ferroviarie, diventando schiavitù. I giardini pubblici sono stati trasformati in discariche a cielo aperto e la buona volontà non basta più per frenare l’inciviltà. S’incontrano giovani in preda al disagio, venditori di morte, “barboni” trasformati in cartoni arrotolati, clandestini che bivaccano sulle panchine con la speranza che l’inferno diventi un purgatorio, montagne di rifiuti accatastate lungo le vie delle città. L’aggressività è ormai un costume. Se a un semaforo parti con un attimo di ritardo diventi oggetto di parolacce, insulti d’ogni genere. La follia sta consumando a poco a poco, giorno per giorno le nostre vie, le nostre piazze, i nostri monumenti. Si vedono vecchi caracollare sotto un sole bruciante, frastornati, anziani che non sanno più dove posare la loro stanchezza per paura di borseggi e prevaricazioni. La vita è diventata merce di scambio. Si vendono i bambini, si vende il proprio corpo, si vende la propria anima, pur di soddisfare l’egoismo, la viltà e l’avidità di denaro. E pensare che gli ammalati cercano una fetta di cielo per dare corpo alle loro speranze, le fronde di un albero per riscoprire la vita, una parola di conforto per riempire un’assenza affettiva,il sorriso per continuare a vivere e a sperare. Se l’uomo capisse la vita sarebbe molto avanti sul piano della conoscenza e dei rapporti comunicativi con la realtà che lo circonda, ma la sua paura di riconoscersi, di valutarsi, di specchiarsi, di liberare il proprio cuore e la propria mente lo immobilizza in un’esaltazione inconscia, che lo priva della sua dimensione umana. Vita e ambiente sono una binomio inscindibile, una magnifica fusione di espressioni che colorano il nostro mondo, l’armonia che si consolida in una pacata visione di tranquillità. Abbiamo perso la virtù dell’obbedienza, ascoltiamo soltanto il nostro egoismo, ciò che rende più comoda la nostra vita. La spettacolarizzazione della morte introdotta dai mass-media ha annullato l’emozione, ha reso tutto uguale ha trasformato la riflessione in curiosità visiva, in una sorta di morbosità che non trova conforto. Occorre ridare un significato vero e profondo alla nostra esistenza, perché è solo così che riusciremo a stabilire un contatto d’amore con la natura, ricomponendo quella incomprensione che è stata la causa prima di tutti i mali del secolo appena trascorso.

DALL’ENCICLICA DI PAOLO VI, “ GAUDIUM ET SPES”, SUI CAMBIAMENTI NEL MONDO CONTEMPORANEO.

“Ecco come si possono delineare le caratteristiche più rilevanti del mondo contemporaneo. L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività dell’uomo, su di esso si ripercuotono, sui suoi giudizi e desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e di agire sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale che ha i suoi riflessi nella vita religiosa. E come accade in ogni crisi di coscienza, questa trasformazione reca con sè non lievi difficoltà. Così mentre l’uomo estende tanto largamente la sua potenza, non sempre riesce però a porla al suo servizio. Si sforza di penetrare nel più intimo del suo animo, ma spesso appare più incerto di se stesso. Scopre man mano più chiaramente le leggi della vita sociale, ma resta poi esitante sulla direzione da imprimervi. Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica, e tuttavia una grande parte degli uomini è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini sono ancora interamente analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto si affermano nuove forme di schiavitù sociale e psichica. E mentre il mondo avverte così lucidamente la sua unità e la mutua interdipendenza dei singoli in una necessaria solidarietà, a causa di forze tra loro contrastanti, violentemente viene spinto in direzioni opposte; infatti permangono ancora gravi contrasti politici, sociali, economici, razziali, ideologici, né è venuto meno il pericolo di una guerra totale capace di annientare ogni cosa. Aumenta anche lo scambio delle idee, ma le stesse parole con cui si esprimono i più importanti concetti, assumono nelle differenti ideologie significati assai diversi. Finalmente con ogni sforzo si vuol costruire un ordine temporale più perfetto, senza che cammini, di pari passo, il progresso spirituale. Immersi in così contrastanti condizioni moltissimi nostri contemporanei non sono in grado di identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli dovutamente con quelli che man mano si scoprono. Per questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra la speranza e l’angoscia, mentre si interrogano sull’attuale andamento del mondo. Il quale sfida l’uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta. Il presente turbamento degli animi e la trasformazione che sul piano dell’intelligenza dà un crescente peso alle scienze matematiche, fisiche e umane, mentre sul piano dell’azione si affida alla tecnica, originata da quelle scienze. Questa mentalità scientifica modella in modo diverso da un tempo la cultura e il modo di pensare, La tecnica poi è tanto progredita da trasformare la faccia della terra e da perseguire ormai la conquista dello spazio ultraterrestre. Anche sul tempo l’intelligenza umana accresce in certo senso il suo dominio: sul passato attraverso l’indagine storica, sul futuro con lo sforzo di prospettiva e di pianificazione. Non solo il progresso delle scienze biologiche, psicologiche e sociali dà all’uomo la possibilità di una migliore conoscenza di sé, ma lo mette anche in condizione di influire direttamente sulla vita delle società, mediante l’uso di metodi tecnici. Parimenti l’umanità sempre più si preoccupa di prevedere e controllare il proprio incremento demografico. Ne segue un’accelerazione tale della storia, da poter difficilmente essere seguita dai singoli uomini. Unico diventa il destino della umana società senza diversificarsi più in tante storie separate. Così il genere umano passa da una concezione piuttosto statica dell’ordine, a una concezione più dinamico ed evolutiva; ciò che favorisce il sorgere di un formidabile complesso di nuovi problemi, che stimola ad analisi e a sintesi nuove.

In seguito a tutto questo, mutamenti sempre più profondi si verificano nelle comunità locali tradizionali - come famiglie patriarcali, clan, tribù, villaggi - in gruppi diversi e nei rapporti della vita sociale. Si diffonde gradatamente il tipo di società industriale, che favorisce un’economia dell’opulenza in alcune nazioni, e quasi totalmente trasforma concezioni e condizioni secolari di vita. Parimenti si accresce il gusto e la ricerca della società urbana, favorito dal moltiplicarsi delle città e dei loro abitanti, nonché dalla diffusione tra i rurali dei modelli di vita cittadina. Nuovi e migliori mezzi di comunicazione sociale favoriscono nel modo più largo e più rapido la conoscenza degli avvenimenti e la diffusione  delle idee e sentimenti, non senza suscitare reazioni a catena. Né va sottovalutato che moltissima gente, spinta per varie ragioni ad emigrare, cambia il suo modo di vivere. In tal modo e senza arresto si moltiplicano i rapporti dell’uomo coi suoi simili e a sua volta questa “socializzazione” crea nuove esigenze, senza tuttavia favorire sempre una corrispondente maturazione delle persone e rapporti veramente personali. Un’evoluzione siffatta appare più manifesta nella nazioni che già godono del progresso economico e tecnico, ma mette in movimento anche quei popoli ancora in via di sviluppo, che aspirano ad ottenere per i loro paesi i benefici della industrializzazione e dell’urbanizzazione. E questi popoli, specialmente se vincolati da più antiche tradizioni, cercano parimenti un godimento più maturo e più personale della libertà. Il cambiamento di mentalità e di strutture spesso mette in causa i valori tradizionali, soprattutto tra i giovani che, non poche volte impazienti, diventano magari ribelli per lo scontento, e compresi della loro importanza nella vita sociale, desiderano assumere al più presto il loro ruolo. Spesso i genitori ed educatori si trovano per questo ogni giorno in maggiori difficoltà nell’adempimento del loro dovere. Le istituzioni, le leggi, i modi di pensare e di sentire, ereditati dal passato, non sempre si adattano bene alla situazione attuale; di qui un profondo disagio nel comportamento e nelle norme stesse di condotta. Anche la vita religiosa, infine, è sotto l’influsso delle nuove situazioni. Da un lato un più acuto senso critico la purifica da ogni concezione magica del mondo e dalle sopravvivenze superstiziose ed esige sempre più una adesione più personale e attiva alla fede; numerosi sono perciò coloro che giungono a un più acuto senso di Dio. D’altro canto però moltitudini crescenti, praticamente si staccano dalla religione. A differenza dei tempi passati, negare Dio o la religione o farne praticamente a meno, non è più un fatto insolito e individuale. Questo infatti non raramente viene presentato come esigenza del progresso scientifico o di un nuovo tipo di umanesimo. Tutto questo in molti paesi non si manifesta solo nelle argomentazioni dei filosofi, ma invade larghissimamente il campo delle lettere, delle arti, dell’interpretazione delle scienze umane e della storia, anzi anche delle stesse leggi civili, cosicché molti ne restano disorientati”.

L’UOMO ESTENDE LA SUA POTENZA, MA NON RIESCE A PORLA AL SUO SERVIZIO.

Uno dei principali problemi della società moderna è quello di non saper coniugare civiltà e progresso, scienza e umanità, sentimento e razionalità. L’uomo tende a potenziare l’idea di progresso, sviluppa le sue invenzioni, senza porsi il problema della compatibilità, cioè se esista un giusto rapporto tra i bisogni intellettuali e quelli materiali. Diventa sempre più difficile costruire senza distruggere, rimanere all’interno di un equilibrio naturale che giustifichi atti e volontà. Le leggi sono un vincolo che comporta sanzioni di carattere umano, ma hanno un senso se si appoggiano alla coscienza dei problemi, altrimenti rimangono proposizioni scritte. Malgrado il rapido evolversi della comunicazione telematica, occorre disporsi in una condizione di ricerca costante. Non basta possedere mezzi e denaro, per sentirsi arbitri. Il potere economico può portare a disastri incalcolabili. L’uomo non ha più la capacità di gestire la propria condizione e si lascia trasportare dal fatalismo conservativo del potere, rischiando di rimanere prigioniero di se stesso. La forza vera è quella che sa costruire senza violentare, quella che sa stimolare. Colonialismo, sopraffazione, genocidi, violazioni, sono peccati che riguardano l’umanità e che richiedono un impegno universale. Non è accettabile che uno stato, per quanto affidabile e credibile, possa pensare di imporre la propria visione del mondo ad un mondo che muore di fame, che è stato privato della sua identità culturale, che non ha scuole, ospedali, pozzi per l’acqua, che non riesce a vivere una vita decente, rispettosa della vita stessa. Occorre partire da un principio fondamentale, che trova spazio nelle pagine del diritto internazionale, ma che di fatto viene deformato dal libero arbitrio.

TUTTI GLI STATI SONO UGUALI DI FRONTE A DIO E DI FRONTE ALLE LEGGI, E COME TALI HANNO DIRITTO A PARI DIGNITA’ POLITICA, ECONOMICA, SOCIALE E CULTURALE.

Partire dal presupposto che esistano stati di serie A e Stati di serie B significa compiere un imperdonabile atto di presunzione etnica ed avvallare varie forme di razzismo. L’Occidente ha bisogno dell’Oriente e viceversa. Le religioni devono potenziare la ricchezza interiore dell’uomo, finalizzandola alla conquista di valori comuni. La politica deve diventare propositiva. I soldi devono essere orientati alla costruzione di case, ospedali, scuole e lavoro. “Ogni anno le Nazioni di tutto il mondo spendono circa mille miliardi di dollari in armamenti. E’ stato calcolato che ogni minuto si spenda un miliardo e mezzo di lire in armi, mentre sei esseri umani muoiono per fame e denutrizione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che, per debellare la malaria, che affligge un miliardo di persone, sarebbe sufficiente la terza parte di quanto viene speso per un moderno sottomarino “Trident”, mentre basterebbe rinunciare a una corazzata per far scomparire la lebbra dal mondo. Sono circa 400.000 gli scienziati impegnati in lavori di ricerca e di sviluppo militare nei Paesi industrializzati. Questa cifra equivale al 40% di totale di tutto il mondo. Il Terzo Mondo spende gran parte degli aiuti che riceve nell’acquisto di armi; le spese in tal senso sono quadruplicate nel corso degli ultimi venti anni...” Ecco dunque il grande impegno della Comunità mondiale: convincere gli uomini a collaborare per non  essere schiavi della fame, della sete, della povertà e dell’analfabetismo. Il mondo non ha bisogno di padroni, di tirannie, di fondamentalismi, di isterismi militari, il mondo ha bisogno di uomini che abbiano il carisma della pace, della fiducia, del rispetto. Gli uomini devono trovare mediazioni e intermediazioni che orientino le ostilità verso forme di comprensione. La guerra attecchisce dove esistono fame e povertà, ignoranza e sudditanza. Ci sono Stati che coltivano queste situazioni, perché sanno che su di esse possono contare per continuare ad esercitare il loro potere. Lo diceva molto bene Indro Montanelli nella sua collana sul Risorgimento Italiano, che i Principi hanno sempre governato sfruttando l’ignoranza . Il principio non è cambiato. I problemi sono sempre gli stessi. C’è chi vuole perpetuare la propria tirannia, calpestando i diritti dell’africano, dell’asiatico, dell’europeo. L’Europa ha una grande missione da compiere, che va oltre i suoi ristretti confini. Deve stimolare la pace mondiale e deve proporsi come mediatrice di conflitti. Deve rimediare i suoi errori. Giovanni Paolo II ha avuto il coraggio di ammettere gli errori storici della chiesa, ha chiesto pubblicamente perdono, dimostrando che la pubblica confessione è più di un sacramento, è l’inizio di una nuova storia, che trova solidarietà morale e convergenza operativa.

Ecco come Papa Giovanni XXIII osservava il mondo nella sua Pacem in Terris

1. L’ORDINE NELL’UNIVERSO. La pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può avvenire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio. I progressi delle scienze e le invenzioni della tecnica attestano come negli esseri  e nelle forze che compongono l’universo regni un ordine stupendo; e attestano pure la grandezza dell’uomo, che scopre tale ordine e crea gli strumenti idonei per impadronirsi di quelle forze e volgerle al suo servizio. Ma i progressi scientifici e le invenzioni tecniche manifestano innanzitutto la grandezza infinita di Dio che ha creato l’universo e l’uomo...

2.OGNI ESSERE UMANO E’ PERSONA, SOGGETTO DI DIRITTI E DI DOVERI. Ed anzitutto bisogna parlare dell’ordine che deve regnare tra gli uomini. In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona, cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura...

3.IL DIRITTO ALL’ESISTENZA E AD UN TENORE DI VITA DIGNITOSO. Ogni essere umano ha il diritto all’esistenza, all’integrità fisica, ai mezzi indispensabili e sufficienti per un dignitoso tenore di vita...

4.DIRITTI RIGUARDANTI I VALORI MORALI E CULTURALI. Ogni essere umano ha il diritto al rispetto della sua persona; alla buona reputazione; alla libertà nella ricerca del vero, nella manifestazione del pensiero e nella sua diffusione...

10. DIRITTO DI EMIGRAZIONE E DI IMMIGRAZIONE. Ogni essere umano ha diritto alla libertà di movimento e di dimora nell’interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di emigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse...

11. DIRITTO A CONTENUTO POLITICO. Della dignità della persona scaturisce il diritto di prendere parte attiva alla vita pubblica e addurre un apporto personale all’attuazione del bene comune...

12. INDISSOLUBILE RAPPORTO TRA DIRITTI E DOVERI. I diritti naturali testé ricordati sono indissolubilmente congiunti, nella stessa persona che ne è soggetto, con altrettanti rispettivi doveri...

18. ORDINE MORALE CHE HA PER FONDAMENTO OGGETTIVO IL VERO DIO. L’ordine tra gli esseri umani nella convivenza è di natura morale. Infatti, è un ordine che si fonda sulla verità; che va attuato secondo giustizia; domanda di essere vivificato ed integrato dall’amore; esige di essere ricomposto nella libertà in equilibri sempre nuovi e più umani...

19. SEGNO DEI TEMPI. Tre fenomeni caratterizzano l’epoca moderna. Anzitutto l’ascesa economica-sociale delle classi lavoratrici...In secondo luogo un fatto a tutti noto, e cioè l’ingresso della donna nella vita pubblica...Nella donna infatti diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità...Esige di essere considerata come persona;...Infine la famiglia umana, nei confronti di un passato recente, presenta una configurazione sociale/politica profondamente trasformata. Non più popoli dominatori e popoli dominati; tutti i popoli si sono costituiti in comunità politiche indipendenti...

30. LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI ALLA VITA PUBBLICA. E’ un’esigenza della loro dignità di persone che gli esseri umani prendano parte attiva alla vita pubblica...

39. DISARMO. Ci è pure doloroso constatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche: ..In conseguenza gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi in ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. ... Non si deve permettere che la sciagura di una guerra mondiale con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni e perturbamenti morali si rovesci per la terza volta sull’umanità.

43. SEGNI DEI TEMPI. Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbano essere risolte con il ricorso alle armi, ma invece attraverso il negoziato.

60. IL PRINCIPE DELLA PACE. Queste nostre parole...sono dettate da una profonda aspirazione, che sappiamo comune a tutti gli uomini di buona volontà: il consolidamento della pace nel mondo. Come vicario - benché tanto umile ed indegno - di colui, che il profetico annuncio chiama il “ Principe della pace”, abbiamo il dovere di spendere tutte le energie per il rafforzamento di questo bene. ......

(Da PROGETTO CERNOBYL 2002003 LEGAMBIENTE SOLIDARIETA’- CON IL PATROCINIO DEI COMUNI DI INDUNO OLONA, CLIVIO, SALTRIO, VIGGIU’, VARESE, CUVEGLIO, BEDERO VALCUVIA, DAVERIO, PORTO CERESIO, COMITATO DI INDUNO OLONA - VALCERESIO - Prov. Varese).

Angelo Giuseppe Roncalli nacque il 25 novembre 1881 a Sotto il Monte, 16 Km a sud di Bergamo, quartogenito dei 13 figli e figlie di battista Roncalli e Marianna Mazzola. Com’era uso, fu battezzato quello stesso giorno. Crebbe in una modestissima famiglia di contadini mezzadri, in un ambiente povero. La più grande ricchezza della famiglia era la fede indiscussa. ed anche la carità, la fiducia assoluta nella Provvidenza di Dio, la preghiera comunque quotidiana, che erano fonte di grande serenità. Il futuro Papa riconoscerà sempre la preziosità di queste virtù che assimilò nel clima familiare e che affermerà essere “ le cose più preziose ed importanti che sorreggono e danno calore alle molte altre che appresi in seguito”

Educazione al sacerdozio:

Nel 1892, a 11 anni, Angelo entrò nel seminario di Bergamo per gli studi ginnasiali e liceali. Ciò fu possibile per l’aiuto economico del suo parroco don Francesco Rebuzzini e di don Giovanni Morlani, il proprietario del fondo coltivato dai Roncalli. Qui maturò la sua determinazione di fare ogni sforzo per diventare santo come si legge ripetutamente nel suo diario “ Il giornale dell’anima” che cominciò a scrivere nel 1895. Date le sue capacità intellettuali e morali nel 1901 fu mandato a Roma per continuare gli studi come alunno del Seminario Romano all’Apollinare, usufruendo di una borsa di studio. In un clima di aperture e di nuove impostazioni culturali, la formazione intellettuale impartita dal seminario romano “ dava ali discrete alla nostra giovinezza e incoraggiava a larghi orizzonti”. negli anni 1901 -02 fece la richiesta di anticipo volontario del servizio militare, sacrificandosi a favore del fratello Zaverio che era necessario per i lavori in campagna. Fu un vero purgatorio “ eppure - scrisse - sento il Signore con la sua santa provvidenza vicino a me”. Si laureò in Sacra Teologia nel 1904.

Ordinazione sacerdotale e primi anni di sacerdozio.

Il 10 agosto 1904 Angelo venne ordinato Sacerdote in S. Maria in Monte Santo a Roma. Celebrò la prima Messa il giorno seguente in S. Pietro vicino alla tomba dell’Apostolo e a mezzogiorno fu ricevuto dal Papa S. Pio X: Nel 1905 venne nominato segretario del Vescovo di Bergamo mons. Giacomo Radini Tedeschi e l’anno seguente fu incaricato dell’insegnamento di Storia e Patrologia in seminario.

Servizio militare durante la prima guerra.

Dal 1915 al 1918 prestò servizio militare come cappellano negli Ospedali di riserva a Bergamo. Con la sua amabilità e il suo ottimismo riusciva a contribuire alla salute dei soldati e a riconciliarli alla fede.

Primo incarico nazionale.

Nel 1921 fu chiamato a Roma come presidente per l’Italia del Consiglio centrale della Pontificia Opera Missionaria della Propagazione della fede. Qui alimentò il suo amore per le missioni estere influenzato anche dal contatto con padre Paolo Manna, superiore Generale del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), che aveva per programma : “Tutta la Chiesa per tutto il mondo” e che fu uno dei più grandi animatori della causa missionaria del secolo.

A servizio diretto della S. Sede.

Nel 1925 Monsignor Angelo Roncalli entrò a servizio diretto della S. Sede. Venne consacrato vescovo il 19 marzo 1925 in S. Carlo al Corso in Roma, e nominato Visitatore Apostolico in Bulgaria. Soffrì per la difficile situazione sociale, politica e religiosa di questo paese. Ma con la simpatia, la semplicità, il cuore e l’intelligenza riuscì a conquistare tutti. Basti citare il suo programma nei riguardi degli ortodossi espresso nel suo primo discorso : “Non basta nutrire sentimenti cordiali verso i nostri fratelli separati : se li amate veramente date loro buon esempio e tramutate il vostro amore in azione”. Nel 1934 venne trasferito alla Delegazione apostolica di Turchia e nominato Amministratore Apostolico dei Latini di Istanbul. Qui Mons. Roncalli, avvalendosi delle sue prerogative di Delegato Pontificio e dei buoni rapporti col Corpo Diplomatico e coi rappresentanti pontifici dei paesi danubiani, riuscì a rendersi utile alle comunità ebraiche perseguitate. Nel dicembre del 1944 Pio XII lo nominò Nunzio Apostolico a Parigi dove presentò le credenziali il 1 gennaio 1945. Anche in Francia trovò una situazione difficilissima : sia politica, per l’accusa a molti vescovi di aver collaborato coi tedeschi; sia religiosa, per la questione dei preti operai. Anche là il suo equilibrio, la sua accortezza, semplicità e l’amabilità riuscirono a risolvere i problemi e a conquistarsi le simpatie dei francesi.

Patriarca di Venezia.

Il 12 gennaio 1953 il Nunzio Angelo Giuseppe Roncalli fu creato cardinale da Pio XII e nominato Patriarca di Venezia. Il programma del suo servizio di pastore, nella prima omelia in S. Marco, dimostra lo spirito che lo animava. Disse ai Veneziani: “Voglio essere vostro fratello, amabile, accostevole, comprensivo”. Non acquistò né un motoscafo né una gondola continuando la tradizione dei Patriarchi. Per spostarsi in laguna usò i mezzi pubblici. Si diceva a Venezia di lui: “Ognuno che l’incontra per le calli rimane con l’impressione precisa che il Patriarca abbia per lui un’attenzione tutta particolare”.

Elezione e Pontificato.

Il 28 ottobre 1958 a 77 anni, con sorpresa di tutti per la sua avanzata età, Roncalli venne eletto papa e assunse il nome di suo padre, del patrono del suo paese natale e dell’evangelista della carità, Giovanni. Iniziò subito un modo nuovo di fare il Papa. A meno di due mesi dalla sua elezione diede l’esempio di praticare le opere di misericordia corporali. A Natale visitò i bambini ammalati all’Ospedale romano del Bambin Gesù, ed il giorno seguente i detenuti del carcere romano di Regina Coeli. Tre mesi dopo la sua elezione, il 25 gennaio 1959 nella Basilica di S. Paolo, tra la generale sorpresa, annunciò il Concilio Ecumenico Vaticano II, il Sinodo della Diocesi di Roma e la revisione del Codice di Diritto Canonico. Durante il suo pontificato, in tre Concistori, nominò 37 nuovi cardinali tra cui, per la prima volta, un tanzanico, un giapponese, un filippino e un messicano. Fu il primo Papa, dopo il 1870, che esercitò anche direttamente il suo ministero di Vescovo di Roma andando personalmente a visitare le parrocchie. Il 4 ottobre 1962 compì il pellegrinaggio in treno a Loreto e ad Assisi pregando e facendo pregare per l’imminente Concilio. Fu la prima volta di un papa fuori del Lazio dopo l’annessione di Roma all’Italia nel 1870.

Il Concilio.

L’11 ottobre 1962 Papa Roncalli aprì in San Pietro il Concilio Vaticano II ,indicando un preciso orientamento: non definire nuove verità o condannare errori, ma aggiornare la Chiesa per renderla più santa e quindi più adatta ad annunciare il Vangelo ai contemporanei; ricercare le vie per l’unità delle Chiese cristiane; rilevare ciò che c’è di buono nella cultura contemporanea aprendo una nuova fase di dialogo col mondo, cercando innanzitutto “ciò che unisce invece di ciò che divide”.

Udienza al genero di Kruscev.

Il 7 marzo 1963 prese il coraggio d’iniziare il disgelo con l’Unione Sovietica ricevendo personalmente il genero di Kruscev. Alexei Adjubei, con la moglie. Alla fine dell’incontro disse al suo segretario: “Può essere una delusione, oppure un filo misterioso della Provvidenza che io non ho il diritto di rompere”. La storia ha dimostrato la presenza di quel filo.

L’enciclica Pacem in Terris.

L’11 aprile 1963 papa Roncalli pubblica l’Enciclica Pacem in terris indirizzata per la prima volta non ai soli cattolici ma “a tutti gli uomini di buona volontà”, e che fu ritenuta da tutti, anche non cristiani, come l’espressione migliore, nella situazione del mondo contemporaneo, delle vie per alimentare le speranze di pace e di solidarietà di tutto il genere umano.

Premio internazionale per la pace.

Il 10 maggio 1963 al Papa Bergamasco venne consegnato in Vaticano il premio internazionale Balzan per la pace.

Morte e Beatificazione.

Il 23 maggio dello stesso anno venne annunciata pubblicamente la malattia del Papa, e il 3 giugno 1963, dopo 4 anni sei mesi e sei giorni di pontificato, Angelo Giuseppe Roncalli morì serenamente invocando il nome di Gesù e offrendo la sua vita per realizzare il testamento di Gesù: “Che tutti siano uno”. Dopo averci insegnato a vivere ha testimoniato come si deve morire. Fu un tale esempio di come muore un cristiano che costituì, a livello mondiale, una delle più forti esperienze spirituali del secolo. Il cordoglio fu universale. Una persona che lo ha conosciuto e seguito in quei pochi anni sintetizzò bene l’impressione di tutti: “Papa Giovanni mi ha fatto scoprire concretamente la paternità di Dio”.

Beatificato da Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000. E’ stato canonizzato il 27 aprile 2014

PROGRESSO INDUSTRIALE E RISPETTO AMBIENTALE.

Quando la rivoluzione industriale ha preso il volo dall’Inghilterra, per poi atterrare sulle piste europee di Belgio, Olanda, Francia, Germania, ha modificato un sistema in cui l’uomo era servo e compagno di un ambiente naturale comandato dalle leggi della natura, dai cicli stagionali, dai fattori climatici, dalla fatica manuale, da tutta una serie di elementi che davano il senso della provvisorietà. La civiltà contadina non aveva garantito alcuni diritti fondamentali, lasciando gli esseri umani in uno stato di incertezza perenne. Sembrava una convivenza scontata, ma la storia si è modificata in modo piuttosto rapido e radicale. L’invenzione delle macchine, la costruzione di fabbriche, l’invenzione dei cicli produttivi, la speranza di non dover più vivere uno stato di quotidiana incertezza, hanno spinto l’uomo a fare il grande salto. L’inizio è stato terribile: forme di tirannia padronale, mancanza di dignità lavorativa, varie forme di schiavitù fisica e morale, mancanza di tutela della salute e del posto di lavoro, imprenditori molto più interessati al loro profitto personale che alla condizione umana dei prestatori d’opera, un lavoro minorile dai contorni drammatici, la frustrante condizione della donna, l’incertezza del lavoro, chi si ammalava doveva lasciare il proprio posto a un altro, l’assoluta mancanza di un orario di lavoro compatibile con le risorse fisiche e mentali degli operai. Tutte queste aberranti condizioni sociali hanno creato situazioni peggiori di quelle che avrebbe potuto procurare madre natura, con le sue bizze stagionali. Lo scotto andava pagato ed è stato così. E’ stato così fino a quando qualcuno deve aver pensato che il lavoratore non era un animale da soma o uno schiavo, ma un essere umano, con una dignità, una famiglia da mantenere, il bisogno di poter dedicare una parte del proprio tempo all’educazione dei figli.  Sono nati i sindacati per tutelare la dignità di coloro che vivevano forme brutali di sfruttamento. La nascita del sindacato è un fatto di grande rilevanza storico-politica, perché ha rappresentato e continua a rappresentare tra critiche e modifiche, l’unico vero mediatore tra le esigenze del profitto e quelle salariali, tra l’interesse dell’imprenditore e quello delle persone che dedicano il loro tempo alla produzione di beni di consumo. Il sindacato tutela il rispetto dei diritti, si pone come garante del mondo del lavoro, sviluppa forme di comprensione tra situazioni e interessi che in alcune circostanze sono divergenti e conflittuali. Si è passati dalla fase iniziale, quella del recupero del lavoratore come persona a quella del rapporto tra lavoro e ambiente. Le fabbriche tendevano a distruggere la salute del prestatore d’opera e l’imprenditore non si creava problemi riguardo la salute dei suoi dipendenti. Potevano quindi diventare ammalati cronici, morire, l’importante era che il lavoro continuasse il suo ciclo e che l’industriale diventasse sempre più ricco. Una situazione di questo tipo non poteva durare a lungo. Si sa infatti che le costrizioni portano inevitabilmente alle reazioni. Se poi le reazioni trovano giustificazione a livello ideologico e intellettuale tutto diventa  incontrovertibile. Ed ecco la nascita delle prime strategie politiche, avvolte spesso da un’aura di utopia intellettuale. Arrivano poi i primi sistemi filosofici, frutto di studi e analisi speculative dei processi evolutivi. Arrivano anche i cattolici, sull’onda delle encicliche papali, in particolare quella di Leone XIII, che getta acqua sul fuoco, facendo risaltare la parte umana della storia, quella che anche la chiesa stessa, nel suo variopinto passato, aveva fatto passare in secondo ordine rispetto alla vita eterna. Il marxismo ha avuto un ruolo storico, politico, sociale e culturale, ha sviluppato una forte dialettica sui temi dello sfruttamento imprenditoriale. L’apporto sindacale è stato fondamentale nella ideazione e formulazione dello Statuto dei Lavoratori, un punto fermo per la tutela delle libertà sindacali e dei diritti dei lavoratori, diventato legge nr 300 il 20.05.1970. Composto da quarantuno articoli che toccano direttamente alcuni aspetti della condizione operaia sui luoghi di lavoro, mettendo ordine nel rapporto lavoro - ambiente. L’articolo 9 afferma: “I lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare la applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica”. Ambiente e salute sono un binomio inscindibile e interdipendente. In questi ultimi anni siamo stati testimoni di radicali riconversioni, di repentine rivoluzioni industriali, ma l’antica abitudine di inquinare l’ambiente è continuata raggiungendo dimensioni pericolose. Ci si domanda come mai le lezioni del passato, l’evoluzione legislativa, il controllo sindacale, il livello sanzionatorio e le mediazioni politiche non siano stati sufficienti a controllare il triste fenomeno dell’inquinamento della terra, dell’aria e dell’acqua e come mai la comunità internazionale non riesca ancora a sviluppare linee di condotta comuni per salvaguardare il pianeta. Sono stati fatti grandi passi avanti sul piano delle condizioni sociali, ma persistono elementi di opposizione alla creazione di una condivisa compatibilità.

CAPITOLO 7

NELLA CIVILTA’ INDIANA IL SEGRETO DELL’AMORE CHE UNISCE LO SPIRITO ALLA MATERIA.

“Noi siamo la terra. Noi le apparteniamo. Noi siamo una parte della terra e la terra fa parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli. Le coste rocciose, il verde dei prati, il calore dei pony e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia”.

“Nascere uomo su questa terra è un incarico sacro. Noi abbiamo una responsabilità sacra, dovuta a questo dono eccezionale che ci è stato fatto, ben al di sopra del dono meraviglioso che è la vita delle piante, dei pesci, dei boschi, degli uccelli, e di tutte le creature che vivono sulla terra. Noi siamo in grado di prenderci cura di loro” ( Audrey Shenandoah, Onondaga).

“Gli anziani Dakota erano saggi. Sapevano che il cuore di ogni essere umano che si allontana dalla natura si inasprisce. Sapevano che la mancanza di profondo rispetto per gli esseri viventi e per tutto ciò che cresce, conduce in fretta alla mancanza di rispetto per gli uomini. Per questa ragione il contatto con la natura, che rende i giovani capaci di sentimenti profondi, era un elemento importante della loro formazione” ( Luther Standing Bear, Orso in piedi, Lakota).

“L’uomo talvolta crede di essere stato creato per dominare, per dirigere. Ma si sbaglia. Egli è solamente parte del tutto. La sua funzione non è quella di sfruttare, bensì è quella di sorvegliare, di essere un amministratore. L’uomo non ha nè potere, nè privilegi. Ha solamente responsabilità”. (Oren Lyons, Guardiano della Fede del Clan della Tartaruga, Onondaga ).

Torna il tema della spiritualità come fenomeno di conoscenza, come eterno elemento di caratterizzazione e di discussione, di contrapposizione con l’altra parte dell’umanità, legata a varie forme di materialismo. Come mai l’uomo del terzo millennio ha tutto e non è felice? Come mai si è sviluppato un fenomeno di appropriazione del pianeta, pur vivendo in un sistema di relativismo esistenziale? Gl’Indiani d’America non avevano bisogno di scientificità esistenziale per definire il ruolo dell’esistenza umana, non avevano soprattutto il problema di dover dire : rispetta l’ambiente, perché loro erano l’ambiente. Erano la terra. Essere terra significa avere la consapevolezza di essere parte di un tutto, frammento di una realtà più grande, di un mosaico, costruito per garantire agli esseri tutto ciò di cui hanno bisogno per poter vivere un’esistenza felice. Essere terra significa riconoscere la propria appartenenza, il vincolo che ci lega, che ci fa sentire membri di una condizione che ha costantemente bisogno di aiuto e comprensione. Nello spirito indiano si accende una luce che apre uno scenario poco praticato, ma ricco di sollecitazioni cognitive, culturali e filosofiche. L’uomo delle grandi praterie avverte la sua dipendenza, la necessità di affidarsi al Grande Spirito, si sente figlio di una realtà molto più grande di cui non conosce l’entità, ma di cui avverte la presenza nelle sue forme materiali. Il cielo, il bisonte, il fiume, il grande albero, l’uccello, il cervo, la neve, il vento, l’erba, sono tutti elementi che riconducono il pensiero umano alla sua fonte primaria. La materia trascende, e cerca la via accessibile alla conoscenza, per fondersi in un consapevole rapporto parentale con il tutto di cui si sente parte. L’indiano avverte la sua subalternità, il suo sentirsi responsabile protagonista di una storia vissuta su un orizzonte infinito, dove l’unica certezza è quella di esistere, di essere, di sentirsi figlio nella maternità e nella paternità, felice interprete di una natura che provvede alle necessità dei suoi figli. “Io sono la terra”. Non è un atto di presunzione come chi negando ogni forma di rispetto brucia o inquina o  impone con la forza del denaro il potere o distrugge. Essere terra significa riconoscere la finalità di un destino, incontrare correlazioni, porsi domande, dare risposte, investigare, cercare una verità nel racconto del vecchio, nell’animale che è compagno di un disegno più grande nel quale ogni essere vivente ha un ruolo, una responsabilità, una qualifica, un fine, un compito, un padrone. Nell’umanità indiana vibra il senso della fraternità, dell’amicizia, della condivisione, della reciprocità dei rapporti. Tutto è di tutti. Il Grande Spirito ha creato il pianeta perché gli uomini di ogni razza e di ogni colore potessero vivere in pace, assaporando le gioie della libertà, del rispetto, della contemplazione e della preghiera, della poesia della vita e della morte. La filosofia indiana della vita scaturisce come per incanto dalla poesia di Francesco d’Assisi, dove la terra sublima la sua maternità nel vincolo fraterno di tutte le creature. La natura ha sempre stimolato la gioia di un ritorno, la felicità di una scoperta, la pura semplicità delle cose, sentimenti a tratti indefiniti e romantiche sensazioni. La filosofia indiana non è speculazione, è amore vero per tutto ciò che vive dentro e attorno alla creatura umana, rispetto di regole semplici, francescane, votate a una irresistibile tensione spirituale. “L’uomo non è stato creato per dominare, ma per essere un buon amministratore”. Nelle grandi praterie il pensiero abbraccia l’universo e si fonde con esso, superando le categorie di tempo e di spazio, di proprietà e di dominio. Nulla è possesso, perché tutto appartiene allo Spirito, a un’Entità assoluta cui competono le leggi della vita e della morte, a cui l’uomo torna dopo il suo viaggio sulla terra dei padri e dei fratelli. La civiltà indiana vive la propria dimensione naturale della vita in un meraviglioso cammino di condivisione. Era difficile per la semplicissima natura indiana capire l’intrigo e l’intolleranza, la violenza e la sopraffazione. Per chi aveva conosciuto l’immensa bellezza di un tramonto rosso, di un’alba, lo scorrere lento e metodico di un fiume, la transumanza dei bisonti, l’alternarsi delle stagioni, il soffio del vento, il calore di una tenda, gli altalenanti giochi del sole e della luna tutto diventava preghiera, poesia e ringraziamento. conseguenze. Oggi l’aria è una immensa rete di onde elettromagnetiche, bacino di gas velenosi, veicolo di inquinamenti. Il suolo è contaminato, ma l’impeto distruttivo non si ferma. Le città sono invivibili, le campagne semi abbandonate, i paesi ricettacoli di veleni prodotti dalla civiltà dei consumi, ma la corsa all’inquinamento non ha termine. Si parla di energie alternative, ma è solo un tentativo illusorio di gettare acqua sul fuoco. Le foreste bruciano, i boschi bruciano, i rifiuti sono sparsi ovunque, immensi patrimoni di benessere vengono spazzati via. La legge ha perso la sua autorità, la coscienza è un fantasma usato per intimorire i cuori, i governi pensano in proprio, cercando di sfruttare i livelli di forza. Nulla può fermare un sistema che non conosce più il valore come elemento qualificante di una convivenza . Ricerca o prevenzione? Entrambe sono importanti, ma per esercitare un ruolo decisivo hanno bisogno di governi che rappresentino realmente gl’interessi dei cittadini. Dalla storia ci arrivano messaggi chiari, inequivocabili. Il rispetto è la vera sorgente delle compatibilità, l’unica via che conduce ad un mondo responsabile, cosciente, capace di rispondere con fermezza ai problemi.

L’ACQUA, UN ELEMENTO INDISPENSABILE PER LA VITA DEL PIANETA.

Si concede alle necessità umane senza distinzione, senza chiedere nulla in cambio. Scorre per la vita di un fiore, di un albero, di un bambino, di un animale. Non si dà arie. Figlia del pianeta, consolida la sua presenza e non si lascia corrompere. Reagisce alle provocazioni con l’irruenza che la contraddistingue, dimostrando che la natura è un bene prezioso. Governa la vita e si concede. Potrebbe disquisire sulle povertà, sulla sete, sulle malattie, sulla fragilità umana. Lo farebbe col garbo di un ruscelletto di montagna. Punterebbe il dito contro l’eccesso di cementificazione, l’abusivismo edilizio, contro i piani regolatori e, soprattutto, contro l’indifferenza. L’acqua è umile, utile, preziosa e casta, come affermava Francesco d’Assisi. Ne sanno qualcosa vaste regioni del nostro pianeta, dove rimane un sogno proibito per milioni di uomini, donne e bambini.

La CARTA EUROPEA, all’articolo 3, recita: “Alterare le qualità dell’acqua significa nuocere alla vita dell’uomo e degli altri esseri viventi che da essa dipendono”.

CAPITOLO 8

L’ACQUA NELLA POESIA DEGLI ADOLESCENTI

Acqua,

limpida e cristallina,

uggiosa e triste.

Acqua,

tintinnio leggero

di una pioggia primaverile.

Acqua che scalpita,

che freme,

acqua che esplode

e distrugge.

Acqua che dà la vita

 e che la toglie.

Acqua,

elemento purificatore,

che rende la vita, migliore.

Acqua,

pura come la verità,

fresca come il vento,

armoniosa come il sorriso di un bimbo.

Acqua,

gentile come la pace,

utile come l’amore,

leggera e soave come il canto di un usignolo.

Acqua,

ribelle contro chi non ti rispetta,

rapida a distruggere.

Acqua,

dentro di te scorre la saggezza infinita della vita,

della storia passata,

urna di memorie,

che induce l’uomo a ritrovare se stesso.

Acqua che canti

tra i rumori del bosco,

candida come la neve,

fonte di vita

e di luce.

Acqua che rallegri il mondo

con la tua infinita armonia.

Acqua,

gioia immensa,

anima di mille sorrisi,

anima infinita di mille arcobaleni,

anima di mille fiori.

Tu rispecchi i nostri volti

incapaci di sorridere

allo splendore del mondo.

Tu rispecchi la natura,

sorella e madre del genere umano.

L’acqua ci assomiglia.

Tortuosa di rabbia,

a tratti calma e serena

come una mattina d’estate.

Rispecchia la nostra immagine,

è il fiume della saggezza,

il torrente dell’anima,

il mare dei sogni,

è la nostra vita,

Non si conosce la sua meta,

non si sa quali strade percorrerà.

A volte qualcuno l’aiuta, continuando con lei

il magico viaggio della vita,

senza sapere quando o dove si fermerà.

2003 : L’ANNO DEDICATO ALL’ACQUA

CARTA EUROPEA DELL’ACQUA - CONSIGLIO D’EUROPA (STRASBURGO, MAGGIO 1968).

1. Non c’è vita senza acqua. L’acqua è un bene prezioso indispensabile a tutte le attività umane. L’acqua cade dall’atmosfera sulla terra dove arriva principalmente sotto forma di pioggia o di neve. Ruscelli, fiumi, ghiacciai sono le grandi vie attraverso le quali l’acqua raggiunge gli oceani. Durante il suo viaggio essa è trattenuta dal suolo, dalla vegetazione, dagli animali.

L’acqua fa ritorno all’atmosfera principalmente per evaporazione e per traspirazione vegetale. Essa è per l’uomo, per gli animali e per le piante un elemento di prima necessità. Infatti l’acqua costituisce i due terzi del peso dell’uomo e fino ai nove decimi del peso dei vegetali.

Essa è indispensabile all’uomo come bevanda e come alimento, per la sua igiene e come sorgente di energia, materia prima di produzione, via per i trasporti e base delle attività ricreative che la vita moderna richiede sempre di più.

2. Le disponibilità di acqua dolce non sono inesauribili. E’ indispensabile preservarle, controllarle e, se possibile, accrescerle.

In conseguenza dell’esplosione demografica e del rapido aumento delle necessità dell’agricoltura e dell’industria moderne, le risorse idriche formano oggetto di una richiesta crescente. Non potremo soddisfare questa richiesta, né elevare il livello di vita, se ciascuno di noi non imparerà a considerare l’acqua un bene prezioso, che occorre preservare e razionalmente utilizzare.

3. Alterare la qualità dell’acqua significa nuocere alla vita dell’uomo e degli altri esseri viventi che da essa dipendono.

L’acqua nella natura è un mezzo vitale che ospita organismi benefici i quali contribuiscono a mantenere la qualità. Contaminandola, rischiamo di distruggere questi organismi, alterando così il processo di auto depurazione e modificando in maniera sfavorevole e irreversibile il mezzo vitale.

Le acque di superficie e le acque sotterranee devono essere preservate dalla contaminazione. Ogni scadimento importante della  quantità o della qualità di un’acqua corrente o stagnante rischia di essere nocivo per l’uomo e per gli altri esseri viventi animali e vegetali.

4. La qualità dell’acqua deve essere mantenuta in modo da poter soddisfare le esigenze delle utilizzazioni previste, specialmente per i bisogni della salute pubblica.

Queste norme di qualità possono variare a seconda delle diverse destinazioni dell’acqua, e cioè per l’alimentazione, per i bisogni domestici, agricoli e industriali, per la pesca e per le attività ricreative. Tuttavia, poiché la vita nei suoi infiniti diversi aspetti è condizionata dalle molteplici qualità delle acque, si dovrebbero prendere delle misure volte ad assicurare la conservazione delle proprietà naturali dell’acqua.

5. Quando l’acqua, dopo essere stata utilizzata, viene restituita all’ambiente naturale, deve essere in condizioni tali da non compromettere i possibili usi dell’ambiente, sia pubblici che privati.

La contaminazione è una modifica, provocata generalmente dall’uomo, della qualità dell’acqua, tale da renderla inadatta o dannosa al consumo da parte dell’uomo, all’industria, all’agricoltura, alla pesca, alle attività ricreative, agli animali domestici ed ai selvatici.

Lo scarico di residui di lavorazione o di acque usate, che provoca contaminazione d’ordine fisico, chimico, organico, termico o radioattivo, non deve mettere in pericolo la salute pubblica e deve tener conto della capacità delle acque ad assimilare, per diluizione o per auto depurazione, i residui scaricati. Gli aspetti sociali ed economici dei metodi di trattamento delle acque rivestono a questo riguardo una grande importanza.

6. La conservazione di una copertura vegetale appropriata, di preferenza forestale, è essenziale per la conservazione delle risorse idriche.

E’ necessario mantenere la copertura vegetale, di prefernza forestale, oppure ricostituirla il più rapidamente possibile ogniqualvolta essa è stata distrutta. Salvaguardare la foresta costituisce un fattore di grande importanza per la stabilizzazione dei bacini di raccolta e per il loro regime idrologico. Le foreste sono d’altra parte utili tanto per il loro valore economico che come luogo di ricreazione.

7. Le risorse idriche devono essere accuratamente inventariate.

L’acqua dolce utilizzabile rappresenta meno dell’1 per cento della quantità d’acqua del nostro pianeta  ed è molto inegualmente distribuita. E’ indispensabile conoscere le disponibilità di acqua di superficie e sotterranea, tenuto conto del ciclo dell’acqua, della sua qualità e della sua utilizzazione. Per inventario si intenderà il rilevamento e la valutazione quantitativa delle risorse idriche.

8. La buona gestione dell’acqua deve essere materia di pianificazione da parte delle autorità competenti.

L’acqua è una risorsa preziosa che ha necessità di una razionale gestione secondo un piano che concili nello stesso tempo i bisogni  a breve ed a lungo termine.

Una vera e propria politica si impone nel settore delle risorse idriche, che richiedono numerosi interventi in vista della loro conservazione, della loro regolamentazione e della loro conservazione, della loro regolamentazione e della loro distribuzione. La conservazione della qualità e della quantità dell’acqua richiede inoltre lo sviluppo e il perfezionamento delle tecniche di utilizzazione, di recupero, di depurazione.

9. La salvaguardia dell’acqua implica uno sforzo importante di ricerca scientifica, di formazione di specialisti e di informazione pubblica.

La ricerca scientifica sull’acqua, dopo il suo uso, deve essere incoraggiata al massimo. I mezzi di informazione dovranno essere ampliati e gli scambi di notizie estesi a livello internazionale e facilitati dal momento che si impone una formazione tecnica e biologica di personale qualificato nelle diverse discipline interessate.

10. L’acqua è un patrimonio comune il cui valore deve essere riconosciuto da tutti. Ciascuno ha il dovere di economizzarla e di utilizzarla con cura.

Ciascun individuo è un consumatore ed un utilizzatore di acqua. In quanto tale egli ha una responsabilità verso gli altri consumatori. Usare l’acqua in maniera sconsiderata significa abusare del patrimonio naturale.

11. La gestione delle risorse idriche dovrebbe essere inquadrata nel bilancio naturale piuttosto che entro frontiere amministrative e politiche.

12. L’acqua non ha frontiere.

Essa è una risorsa comune la cui tutela richiede la cooperazione internazionale.

I problemi internazionali che possono nascere dall’utilizzazione delle acque dovrebbero essere risolti di comune accordo fra gli stati, al fine di salvaguardare l’acqua tanto nella sua qualità che nella sua quantità.

DA : 1° FORUM ALTERNATIVO MONDIALE DELL’ACQUA - DICHIARAZIONE CONCLUSIVA - PER UN’ALTRA POLITICA DELL’ACQUA - PROPOSTE E IMPEGNI - “MANIFESTO DEL FORUM ALTERNATIVO MONDIALE SULL’ACQUA.

Le cifre parlano da sole :

- 2,4 miliardi di persone vivono senza accesso ai servizi sanitari

- 1,5 miliardi vivono senza accesso all’acqua potabile sana

- per conseguenza, 30.000 persone al giorno muoiono per malattie dovute all’assenza d’acqua potabile e di servizi sanitari

600.000 agricoltori bianchi dell’Africa del Sud consumano per scopi irrigui 60% delle risorse idriche del paese, mentre 15 milioni di cittadini di colore non hanno accesso all’acqua potabile

- la metà dei villaggi palestinesi non ha acqua corrente, mentre tutte le colonie israeliane ne sono provviste

- 85% del volume delle acque dei fiumi in Francia è inquinato

- il consumo giornaliero medio della popolazione dei paesi “in via di sviluppo” si aggira sui 20 litri. In Italia è di 213 litri, negli USA di 600 litri

- il Brasile rappresenta l’11% delle risorse idriche dolci del pianeta ma 45 milioni di brasiliani non hanno ancora accesso all’acqua potabile

- gli sprechi d’acqua sono enormi in tutto il mondo: 40% dell’acqua usata per l’irrigazione si perde per evaporazione; le perdite dell’acqua immessa negli acquedotti vanno dal 30 al 50%, anche nei paesi detti “sviluppati”; una lavatrice standard consuma in media 140 litri a ciclo, lo sciacquone tra 10 e 20 litri alla volta, un lavastoviglie 60 litri.

IL DEGRADO DELLE CITTÀ’

Passeggiare nelle vie e nelle piazze delle città e dei paesi era un modo piacevole di recuperare energie fisiche, ritrovare la comunicazione come elemento socializzante e il silenzio come terapia della riconciliazione. Lontano dai rumori delle fabbriche, dai fumi tossici e dalle ripetitive gestualità industriali, l’uomo metteva finalmente in campo la sua umanità. Le persone si conoscevano, si salutavano e si raccontavano storie di lavoro, di affetti, di crisi e di felicità, lasciandosi coinvolgere da un garbato pettegolezzo. Era rasserenante sedersi al tavolo di un bar per una consumazione. La città era spazio per tutti. La gente preferiva parlare sottovoce. Amava la riservatezza, viveva senza prevaricare la libertà altrui. Tra giovani e adulti c’era molto rispetto, il più vecchio doveva essere amato. Le strade erano ordinate e pulite, l’ambiente era al primo posto: parchi come salotti, aiuole fiorite,  balconi ridenti di fiori, alberi curati per  far compagnia ai racconti dei vecchi e alle promesse d’amore dei giovani. La depressione e l’ansia, figlie del malessere industriale,  si profilavano in galassie lontane. La città e i paesi erano a misura d’uomo. I mezzi motorizzati servivano l’uomo, lo supportavano nelle difficoltà. Oggi la città piange e si dispera. L’hanno invasa suoni e rumori di tutti i generi. Prevaricazione e violenza sono solo alcuni dei fenomeni che si sono impadroniti della nostra libertà, sottraendo al diritto le sue leggi, alla giustizia la sua credibilità. In alcuni casi paesi e città si trasformano in pattumiere maleodoranti, luoghi dove cani, gatti e uomini manifestano i loro bisogni e la loro aggressività. Ci sono quartieri dove si ha paura passare, stazioni che brulicano di venditori di morte, case abbandonate prese di mira da gente senza identità, sagrati diventati luoghi di spaccio, dove si consuma ogni forma di nequizia. Frenate, accelerate improvvise, impennate, sono soltanto una minima parte del disagio che affligge la nostra vita. Tutti vedono, tutti sentono, molti si lamentano, ma il potere supera di gran lunga le regole della democrazia, al punto che verrebbe da chiedersi in che tipo di democrazia viviamo, se le regole esistano ancora, oppure se siano scomparse del tutto. Il cittadino è andato oltre misura, si è appropriato di una liceità che non gli spetta. Quale il motivo? L’ignoranza. Non è assolutamente vero che la scuola dell’obbligo abbia elevato i livelli cognitivi dei giovani, infatti tutti i media parlano di crisi regressiva, di italiani che non sanno  parlare la lingua italiana, che commettono un sacco di errori, che non sanno scrivere una lettera decente alla fidanzata. La cultura contadina aveva pochi valori, ma quei pochi erano pilastri in cemento armato, capaci di sostenere un’intera società. Dalla quinta elementare uscivano ragazzi che sapevano scrivere in modo chiaro, in bella calligrafia. L’ordine era disciplina, costume, educazione, rispetto del lettore. Chi scriveva o studiava lo faceva consapevole che si sarebbe trovato davanti un maestro o un professore, figura amata e difesa dalla famiglia. Oggi l’educazione è invenzione, strategia, gioco e la famiglia è quasi sempre pronta a difendere il proprio figlio, anche quando è un emerito mascalzone. Ci sono docenti che subiscono l’aggressività di adolescenti maleducati e non possono rispondere per le rime, per paura di trovarsi sul banco degl’imputati. Si pretende di costruire la società del rispetto, quando gli unici ad avere il coltello dalla parte del manico sono proprio loro, quei ragazzini che mettono i chiodi nelle gomme delle macchine, che insultano e che distruggono, mentre il docente è stato trasformato in uno zimbello. Dire a un ragazzino di raccogliere una carta significa sentirsi rispondere: “Lo faccia lei, non sono stato io a buttarla!”. Come se la pulizia dell’ambiente fosse un problema di pochi. Viviamo in una società senza regole, dove non esiste il rispetto del ruolo e dove il denaro distrugge gli ultimi sentimenti rimasti. Non occorre andare in Africa per insegnare a vivere, possiamo tranquillamente ricominciare da quella che è stata la quinta potenza industriale del mondo, una potenza in cui i “grandi” uomini fanno i conti senza conoscere realmente i problemi dei loro paesi, senza parlare con la gente, senza un minimo di altruismo. Vivere nella realtà educativa italiana significa, in qualche caso, mettere a repentaglio ogni giorno la propria incolumità per servire lo stato. Nella patria del dio denaro si ripresentano le sacche della povertà. Sono sempre più frequenti gli anziani soli, le condizioni di povertà estreme, la situazione di persone che non arrivano alla fine del mese, pur lavorando con grande impegno e serietà. Le mamme non possono più seguire i loro figli perché lavorano, vivono fuori casa tutto il giorno e la sera sono stanche. I nostri giovani  si perdono davanti alle playstation. L’emancipazione si rivela in molti casi un vero e proprio fallimento, la frantumazione familiare è all’ordine del giorno. Viviamo una situazione molto precaria, dove basta poco perché anche un semplice rimprovero si trasformi in un boomerang dagli effetti indesiderati. Ci sono persone che soffrono in silenzio la prevaricazione violenta di chi fa tutto quello che vuole perché tanto sa che la legge ha perso la sua autorità e che si può offendere, molestare e prevaricare con il concorso dell’omertà, della paura e della impossibilità di far valere la legalità. La nostra è una società perdente, una società che non sa più proporsi come custode e promotrice di sicurezza, di cultura, di difesa e promozione del diritto inteso come simbolo di maturità morale e costituzionale. Uno dei problemi più gravi è il progressivo svuotamento della dimensione sociale, quella che fa del cittadino il garante della vita civile, il vero pilastro di una democrazia seria e matura. Essere cittadini è in molti casi un peso, un aggravio fiscale, una colpa e sono sempre più rade le persone disposte a mettersi in gioco per difendere e promuovere la vita civile con atti di coraggio. Tutto corre sull’onda di un calibrato perbenismo che riconosce l’errore ma che non fa niente o quasi per controbatterlo con cognizione di causa, nel rispetto della legalità. Si tende sempre a far finta di niente, a dire e a pensare che tanto tutto si accomoderà e che a nulla serve dimostrare che la verità è un’altra, più convinta, più determinata, più consona a una democrazia vera. C’è gente che per aver combattuto la disonestà ci ha rimesso la salute, è stata presa di mira da varie forme di aggressività e ha pagato prezzi elevatissimi. Il cittadino in molti casi è vittima di una società che preferisce difendere le iniquità per continuare a prosperare, per continuare a difendere quel patrimonio di disonestà che è riuscita a mettere da parte col tempo. In molti casi il vero nemico del riscatto è proprio la gente comune, quelle che dovrebbe avere a cuore il benessere fisico, morale e mentale della propria gioventù, quella che incontri tutti i giorni alla fermata dell’autobus o al supermercato o sotto i portici di una piazza, con la quale pensi con certezza di poter condividere e apprezzare quelle virtù che hai appreso dai tuoi genitori, dalle persone che ti hanno voluto bene. Essere educatori oggi, in una società ampiamente cieca e sorda, incapace di prendere le difese di valori fondanti, è un atto di eroismo che si consuma quasi sempre con la sconfitta dell’eroe, condannato al pubblico ludibrio da una umanità diventata incapace di vedere, di ascoltare, di capire, di obbedire e di dichiararsi pubblicamente a favore della rettitudine contro le iniquità di un’esistenza gretta e senza scrupoli.

UNA CITTÀ’ A MISURA D’UOMO, PER TUTELARE I DIRITTI DEI CITTADINI.

Il sovraffollamento e l’invivibilità delle grandi città sono stati denunciati da poeti e scrittori come Giacomo Leopardi, Parini, Marziale, Giovenale e Stazio. Sono problemi che hanno stimolato la critica di intellettuali di ogni epoca, sensibili ai problemi dei diritti dei cittadini e, in particolare, della salute, in rapporto alle condizioni sociali, urbanistiche, strutturali e infrastrutturali degli ambienti descritti. E’ sempre esistito un vincolo esistenziale tra ambiente e salute, vincolo che è andato deteriorandosi con l’avvento di una industrializzazione selvaggia, molto poca attenta alla qualità della vita e alla condizione morale e materiale del cittadino lavoratore. Le ferree leggi del profitto, la mancanza di piani regolatori adeguati, le secolari carenze legislative, la progressiva decadenza di una cultura urbanistica non sempre fondata sul rispetto dell’ambiente e della storia, la cementificazione irrazionale e aggressiva, il triste fenomeno della speculazione edilizia, la mancanza di considerazione nei confronti dell’ambiente, la corsa a un consumismo eccessivo, la corruzione e le mafie hanno determinato situazioni di grave rischio per il cittadino e per l’ambiente stesso, situazioni che si perpetuano aggravando sistematicamente il livello della qualità della vita delle persone. Un calo generale dell’impianto educativo e una cultura media di scarso peso operativo e generativo hanno favorito una proliferazione  disarticolata e squilibrata delle risorse. Così l’uomo è cresciuto  pensando con sempre maggiore insistenza al benessere personale, in una sorta di autismo elaborativo di forme e di stili di comportamento. Le città, in generale, sono lo specchio di un malessere radicato e profondo, espressione di un’inquietudine che invade edifici, vie, strade, piazze, monumenti. In molti casi l’uomo è prigioniero del rumore, vittima di una motorizzazione selvaggia, che tende a isolarlo e a invadere gli ultimi spazi di verde. La città nevrotizza, sprigiona cariche ipertensive, crea le condizioni opposte a quelle del primo novecento, quando i contadini abbandonavano le campagne per cercare l’oro in città. Oggi viviamo il processo inverso. Il cittadino fugge il caos cittadino, per recuperare una dimensione umana a contatto con un mondo più a misura d’uomo, dove il silenzio, la vegetazione e la comunicazione sono ancora dei valori reali. A cosa serve la cultura? A ricostruire uno stile, modalità e comportamenti compatibili. L’uomo deve assolutamente ritrovare se stesso, creare un nuovo rapporto, ricucire uno strappo, sviluppando un sistema di solidarietà sentimentali e culturali. La città deve essere della persona, deve garantire la sua incolumità esistenziale, deve proporgli modelli ed equilibri sostanziali. Oggi è spesso stimolatrice di solitudini, alienazioni, depressioni, trascuratezze urbanistiche e amministrative, negatrice dei più elementari diritti. Non solo le città, ma anche paesi con un passato ecologico e turistico muoiono nel generale abbandono di una reale cultura della vita. Ci sono centri storici, ville d’epoca, monumenti che sopravvivono in uno stato di vergognosa trascuratezza. La cultura italiana, nota in tutto il mondo per la qualità della sua genialità e della sua creatività, si è lasciata assorbire dalla ruggine del tempo, da sviluppi compatibili solo per pochi eletti, che distruggono le più elementari norme del garantismo. La modernizzazione ha il dovere di ruotare attorno ai bisogni e alle necessità del genere umano, deve saper interpretare la storia, riconducendola alla sua identità, deve rispettare la vita in tutte le sue forme, mettendola al centro dell’interesse della comunità. Per troppo tempo la speculazione ha dominato le scenografie urbanistiche, creando scempi architettonici e disastri ambientali, sottoscritti da volontà che hanno fatto prevalere l’interesse privato. Viviamo in città senza regole e il malessere cresce ovunque. Il cittadino si sente sempre più solo, sempre meno accolto, sempre più trascurato. Avverte il distacco delle istituzioni, l’incapacità di pensare con criteri di umanità. Occorre assolutamente rimettere l’uomo al centro della storia, delle scelte politiche, favorendone la salute fisica e mentale, creando le condizioni di una dimensione più giusta e umana dell’esistenza. E’ tempo di abbandonare la via dell’egoismo e dell’illegalità. La democrazia esige verifiche e controlli. E’ costruzione quotidiana a cui tutti devono concorrere, ciascuno con le proprie abilità e le proprie competenze, nel rispetto del dettato costituzionale e delle leggi.

CAPITOLO 9

OCCORRE SAPER PASSARE DALLA SINTESI DELLE VOLONTA’ ALLA CONCRETA UNITARIETA’ DEGL’INTERVENTI.

Forse molti non sanno che l’Europa si è attivata da tempo per quanto concerne la conservazione della natura e delle risorse naturali. Il Consiglio d’Europa, fondato nel 1949, con sede a Strasburgo, si occupa dei principi generali della democrazia parlamentare e del miglioramento della qualità della vita degli europei. Con la Raccomandazione 284 si è proposta di istituire un sistema di cooperazione permanente sulle questioni riguardanti la protezione della natura in Europa. Con la Risoluzione (61) 21, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha creato un Comitato di esperti ad hoc con il mandato di definire il modo migliore per proteggere la natura nei Paesi membri del Consiglio. Con la Risoluzione (62) 31, il Comitato dei Ministri ha costituito un Comitato permanente di esperti per la salvaguardia della natura e del paesaggio, per la salvaguardia della natura e delle risorse naturali (CDSN), con la partecipazione di 21 Paesi membri del Consiglio. Il mandato è il seguente “ Favorire in maniera generale la conservazione della natura e delle sue risorse, la tutela degli ambienti naturali, dei paesaggi, dei siti, in particolare di quelli che offrono particolari valori scientifici o che possiedono bellezze di eccezionale interesse, come pure la creazione di nuove riserve naturali, di parchi nazionali e euro internazionali”.

Carta Europea del suolo.

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1. Il suolo è uno dei beni più preziosi dell’umanità. Consente la vita dei vegetali, degli animali e dell’uomo sulla superficie della terra.

2. Il suolo è una risorsa limitata che si distrugge facilmente.

3. La società industriale usa i suoli sia a fini agricoli che a fini industriali o d’altra natura. Qualsiasi politica di pianificazione territoriale deve essere concepita in funzione delle proprietà dei suoli e dei bisogni della società di oggi e di domani.

4. Gli agricoltori e i forestali devono applicare metodi che preservano le qualità dei suoli.

5. I suoli devono essere protetti dall’erosione.

6. I suoli devono essere protetti dagli inquinamenti.

7. Ogni impianto urbano deve essere organizzato in modo tale che siano ridotte al minimo le ripercussioni sfavorevoli sulle zone circostanti.

8. Nei progetti di ingegneria civile si deve tener conto di ogni loro ripercussione sui territori circostanti e, nel costo, devono essere previsti e valutati adeguati provvedimenti di protezione.

9. E’ indispensabile l’inventario delle risorse del suolo.

10. Per realizzare l’utilizzazione razionale e la conservazione dei suoli sono necessari l’incremento della ricerca scientifica e la collaborazione interdisciplinare.

11. La conservazione dei suoli deve essere oggetto di insegnamento a tutti i livelli e di informazione pubblica sempre maggiore.

12. I governi e le autorità amministrative devono pianificare e gestire razionalmente le risorse rappresentate dal suolo.

CONSIGLIO D’EUROPA

Carta europea dell’acqua.

1. Non c’è vita senza acqua. L’acqua è un bene prezioso, indispensabile a tutte le attività umane.

2. Le disponibilità di acqua dolce non sono inesauribili. E’ indispensabile preservarle, controllarle e se possibile accrescerle.

3. Alterare la qualità dell’acqua significa nuocere alla vita dell’uomo e degli altri esseri viventi che da essa dipendono.

4. La qualità dell’acqua deve essere mantenuta in modo da poter soddisfare le esigenze delle utilizzazioni previste, specialmente per i bisogni della salute pubblica.

5. Quando l’acqua, dopo essere stata utilizzata, viene restituita all’ambiente naturale, deve essere in condizioni da non compromettere i possibili usi dell’ambiente, sia pubblici che privati.

6. La conservazione di una copertura vegetale appropriata, di preferenza forestale, è essenziale per la conservazione delle risorse idriche.

7. Le risorse idriche devono essere accuratamente inventariate.

8. La buona gestione dell’acqua deve essere materia di pianificazione da parte delle autorità competenti.

9. La salvaguardia dell’acqua implica uno sforzo importante di ricerca scientifica, di formazione di specialisti e di informazione pubblica.

10. L’acqua è un patrimonio comune il cui valore deve essere riconosciuto da tutti. Ciascuno ha il dovere di economizzarla e di utilizzarla con cura.

11. La gestione delle risorse dovrebbe essere inquadrata nel bacino naturale piuttosto che entro frontiere amministrative e politiche.

12. L’acqua non ha frontiere. Essa è una risorsa comune la cui tutela richiede la cooperazione internazionale.

CONSIGLIO D’EUROPA

Carta ecologica delle regioni di montagna in Europa.

1. Le regioni di montagna in Europa costituiscono un patrimonio naturale comune il cui vero valore deve essere riconosciuto da tutti. Tutti hanno il dovere di operare per la sua conservazione.

2. Gli ambienti di montagna costituiscono ecosistemi fragili e sono da considerarsi fra i sistemi biologici più minacciati in Europa.

3. Le regioni di montagna devono conservare le loro funzioni di ambienti in cui si sviluppa la vita.

4. Come regola generale i biotipi di montagna e i loro ecosistemi devono beneficiare di una protezione generale.

5. Ogni regione di montagna deve essere oggetto di una vera politica di pianificazione e gestione, nonché di promozione delle popolazioni montanare.

6. Lo sviluppo del turismo, dei trasporti e dell’industria deve essere basato su una gestione razionale delle risorse naturali.

7. Devono essere prese efficaci misure di prevenzione contro i rischi naturali come valanghe, inondazioni torrenziali, frane, caduta di pietre.

8. I paesaggi e gli ambienti naturali, semi-naturali e culturali devono essere salvaguardati.

9. Si deve costituire una rete di riserve biogenetiche di montagna.

10. La vita rurale di montagna è indispensabile al mantenimento dell’ambiente vitale sulle montagne: dovranno pertanto essere prese disposizioni efficaci per conservare la sua originalità.

11. Il pascolo eccessivo come l’abbandono dei pascoli dovranno essere sostituiti da un pascolo ottimale.

12. Si deve interdire severamente l’impiego del fuoco per l’utilizzazione del territorio nelle regioni montuose.

13. Il mantenimento della copertura forestale ed il rimboschimento devono essere attuati utilizzando le piante indigene.

14. Fauna e flora devono essere protette, salvo deroghe speciali; dove è possibile le specie indigene scomparse devono essere reintrodotte.

15. E’ necessaria un’adeguata gestione ecologica della selvaggina.

16. La salvaguardia del patrimonio naturale delle montagne e dei loro ecosistemi richiede una cooperazione scientifica più larga possibile.

17. L’informazione e l’educazione del pubblico e la formazione di specialisti devono essere oggetto di appropriati programmi.

18. I problemi umani, ecologici ed economici che si presentano per le diverse regioni di montagna nei vari Paesi, hanno caratteristiche fondamentali analoghe.

19. Le regioni montuose dell’Europa possono costituire unità naturali ma divise dalle frontiere. Nei limiti del possibile esse devono essere gestite in comune, da parte dei paesi interessati, secondo i principi ecologici.

EUROFORESTA

Carta della foresta.

1. La foresta è uno dei più preziosi e insostituibili fattori di equilibrio della vita nel mondo.

2. La vita della foresta regola i meccanismi della composizione fisica e chimica dell’atmosfera : forma, arricchisce e protegge il suolo, purifica le acque e ne regola il deflusso, e come tale è indispensabile per un regolare equilibrato sviluppo dei vegetali, degli animali, dell’umanità e delle sue attività.

3. La foresta e il patrimonio di vita animale che essa ospita devono essere saggiamente gestiti per assicurarne la perenne rinnovazione.

4. L’irrazionale sfruttamento delle risorse forestali è una causa importante della desertizzazione di gran parte del mondo, fenomeno che continua a svilupparsi in modo preoccupante in vari continenti.

5. La foresta è fonte di energia e di prodotti che in parte coincidono con quelli ricavati dal petrolio. La rarefazione e il non lontano esaurimento di quest’ultimo costituiscono una prossima reale grave minaccia per il patrimonio forestale mondiale.

6. La salvaguardia, la gestione razionale, la ricostituzione e l’incremento del patrimonio forestale mondiale sono di fondamentale importanza per la sopravvivenza e l’equilibrato sviluppo dell’umanità.

7. E’ necessario evitare ogni spreco e ogni indispensabile utilizzazione di prodotti ( legno, carta, ecc.) ricavati dalla foresta.

8. La protezione delle foreste contro attacchi degli organismi nocivi dovrà essere attuata col minimo impiego di prodotti chimici per evitare inquinamenti dell’atmosfera, del suolo, delle acque, nonché l’alterazione degli equilibri biologici naturali necessari per il mantenimento della foresta stessa.

9. Per la salvaguardia e l’incremento e la razionale gestione del patrimonio forestale è indispensabile il potenziamento delle ricerche scientifiche e delle applicazioni pratiche di protezione biologica e integrata favorendo in ogni modo i mezzi naturali di difesa.

10. La ricostituzione e l’incremento del patrimonio forestale mondiale dovranno in ogni modo, ove possibile, tenere conto delle esigenze di sviluppo dell’umanità, della vocazione territoriale naturale e della necessità di integrazione della foresta con tutti gli elementi di naturale corteggio faunistico e floristico.

11. La foresta, ovunque si trovi, è un bene comune all’umanità e come tale richiede politiche nazionali coordinate in una politica di gestione internazionale.

12. Un censimento globale del patrimonio forestale mondiale e delle minacce che incombono su di esso, dei territori che possono essere oggetto di rimboschimento, del loro possibile sviluppo e delle conseguenti prospettive per la vita sulla Terra, dovrebbero costituire un impegno urgente per i singoli Paesi e le grandi organizzazioni internazionali, al fine di acquisire le basi conoscitive di una politica forestale mondiale.

CONSIGLIO D’EUROPA - COMITATO DEI MINISTRI

RISOLUZIONE (71) 14 SULL’INTRODUZIONE DELLE NOZIONI DI CONSERVAZIONE DELLA NATURA NELL’INSEGNAMENTO.

(omissis)

Si decide di raccomandare ai Governi degli Stati membri :

1. di introdurre le nozioni di conservazione della natura e di ecologia nei loro programmi di insegnamento a tutti i livelli e in tutte le discipline interessate;

2. di tener conto, quando si fa l’elaborazione o la revisione dei loro programmi, dei principi enunciati nel documento annesso alla presente risoluzione, relativi alla scelta delle materie in funzione delle discipline e dei livelli di insegnamento.

(omissis)

CONSIGLIO D’EUROPA - COMITATO DEI MINISTRI

RACCOMANDAZIONE N° R ( 81) 9 RELATIVA ALL’EDUCAZIONE AMBIENTALE

( omissis)

Si raccomanda ai Governi degli Stati membri del Consiglio d’Europa di ispirarsi ai principi seguenti nella elaborazione delle loro politiche di educazione in materia ambientale :

1. Considerare l’ambiente nella sua totalità naturale e costruita, tecnica e sociale;

2. Promuovere l’educazione nel settore ambientale come un processo continuo che inizi a livello prescolare e che continui per tutta la vita a tutti i livelli scolastici ed extrascolastici compresa la formazione degli insegnanti;

3. Fare il punto dello stato attuale e futuro dell’ambiente non dimenticando le prospettive storiche;

4. Sviluppare a tutte le età la sensibilità, le conoscenze, l’attitudine a risolvere i problemi, l’evidenza dei valori nel settore ambientale, considerando tuttavia in modo particolare la sensibilità del bambino nella propria sfera di attività;

5. Sottolineare le complessità dei problemi dell’ambiente in relazione alle attività che vi si svolgono e la necessità di sviluppare lo spirito critico e la capacità di capire i problemi;

6. Utilizzare i vari problemi e una vasta gamma di metodi pedagogici compresi quelli basati sull’ecologia e la storia, per familiarizzare gli allievi con l’ambiente facendo adeguatamente ricorso anche alle attività pratiche e all’esperienza diretta;

7. Sottolineare che per evitare di dover dare troppe spiegazioni bisogna che  gli allievi trovino sufficienti occasioni per scoprire autonomamente certi fenomeni;

8. Considerare che esiste un legame permanente fra gli elementi naturali e culturali che si dovrebbero quindi esaminare congiuntamente;

9. Riconoscere il carattere complementare degli elementi conoscitivi e affettivi nell’educazione in materia ambientale come nell’interpretazione dell’ambiente:

10. Sottolineare che l’efficacia della partecipazione del pubblico alla pianificazione e all’educazione in materia ambientale esige la realizzazione di reti di comunicazione a tutti i livelli in modo da poter sviluppare la reciproca comprensione che è essenziale per un dialogo fruttuoso;

11. Conferire un’alta priorità nel campo dell’educazione ambientale all’utilizzazione di attrezzature esistenti, potenziali o da creare che converrebbe integrare pienamente nel processo educativo al fine di arrivare a risultati ottimali e specialmente :

- i giardini scolastici e le attrezzature urbane appositamente sistemate compresi gli spazi verdi e le zone industriali;

- i giardini botanici;

- i giardini nel paesaggio;

- i giardini zoologici;

- le riserve di vita selvatica;

- i musei;

- i centri di informazione e altre attrezzature o materiale;

- i centri rurali diurni;

- i campeggi di soggiorno rurale;

- i centri di studio rurale e urbano;

- i sentieri educativi e per l’interpretazione urbana e rurale;

- i quartieri rinnovati;

- i sistemi archeologici e etnologici.

CULTURA TRA PROGRESSO E CIVILTA’

Quando si parla di progresso di uno stato, si fa riferimento all’ordine economico, al livello di benessere raggiunto, alla sua potenzialità consumistica, alle sue scoperte, alle invenzioni, alle applicazioni tecnologiche, alla sua imprenditorialità, alla capacità di sviluppare risorse operative, conversioni e riconversioni, alla sua tenuta di mercato, alla filosofia della concorrenza. Il progresso parla quasi esclusivamente il linguaggio della tecnologia, della progettazione, della sperimentazione, dell’organizzazione e della prassi realizzativa. L’Italia, dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi ha compiuto passi da gigante. Ha ricostruito, recuperato, consolidato e potenziato risorse che sembravano scomparse. Il progresso nasce e cresce quando le volontà convergono, solidarizzano, si uniscono con l’unico scopo di dare via libera alla creatività, alla genialità imprenditoriale, alla realizzazione di opere e strumenti che migliorino la qualità della vita, che creino le condizioni per una ripresa economica a largo raggio. Essere stati tra i nove paesi più industrializzati del mondo significa aver raggiunto un primato ragguardevole, ancora più stimabile se si tiene conto che il nostro paese, a differenza di molti altri, è assai carente di materie prime, in particolare di quelle che hanno determinato  la rivoluzione industriale, come il ferro, il carbone, il petrolio e i minerali radioattivi. Eravamo un paese esclusivamente agricolo, un paese di contadini, abbiamo conosciuto il dramma dell’emigrazione, che pure si è trasformata in una proficua fonte di guadagno, in una risorsa individuale e collettiva. Abbiamo saputo mettere a fuoco la nostra intelligenza, spingendola in varie direzioni, sia in Italia che all’estero. Abbiamo preparato una classe di persone intellettualmente molto preparate, grazie ad una scuola efficace sul piano dell’efficienza e della tradizione. Non dimentichiamo che la scuola italiana è sempre stata tra le meglio preparate sul piano dell’istruzione e della formazione. Abbiamo saputo passare dalla fase agricolo/artigianale a quella industriale, mantenendo vive l’attenzione e la creatività, il genio individuale e la professionalità. Le nostre industrie hanno invaso i mercati di tutto il mondo, hanno saputo guardare avanti, senza mai crogiolarsi sui risultati raggiunti. Vale per tutte la FIAT, il fiore all’occhiello dell’industria italiana nel mondo, che ha saputo competere con i colossi europei e americani e che purtroppo oggi è finita altrove. La nostra forza è stata la piccola e media industria, quella che ha mantenuto i caratteri dell’artigianato nostrano. Piccole e medie aziende hanno invaso letteralmente il paese, soprattutto il nord, mentre il sud è stato per anni ancorato ad un assistenzialismo immobilistico, dettato da condizioni di abbandono, povertà, emigrazione, delinquenza organizzata. Ma come spesso accade abbiamo inseguito il progresso senza preoccuparci degli effetti e delle conseguenze negative che avrebbe avuto sull’ambiente. Abbiamo lasciato correre, non siamo stati abbastanza previdenti, ci siamo lasciati travolgere dal profitto e da un’euforia da rinascita. Così abbiamo avvelenato l’aria, l’acqua, il terreno, abbiamo robotizzato l’essere umano e abbiamo riempito la terra di cemento, deviando il corso del buon senso. Abbiamo rubato gli spazi verdi ai bambini per incrementare il processo abitativo, abbiamo condannato il silenzio a subire rumori d’ogni genere e intensità, abbiamo incentivato le malattie croniche, il tumore, la depressione, la solitudine, la violenza, l’azione degenerativa di un benessere che ha trasformato l’uomo in predatore. Abbiamo trascurato l’edilizia scolastica, l’istruzione, la diffusione di una cultura della vita. Abbiamo pensato di risolvere tutto con l’efficienza economica, sviluppando al massimo livello il potere delle banche, tradizionali punti di forza dell’economia popolare, quella del lavoro e del risparmio. Abbiamo fatto in modo che la finanza governasse il mondo e che l’umanità ne diventasse schiava. Così facendo abbiamo delegato la nostra fortuna e le auto sono diventate padrone delle città. I gas di scarico iniettano veleni d’ogni sorta, il paesaggio cede sotto l’incalzare di gente senza scrupoli, l’ambiente è diventato invivibile, irrespirabile, la droga uccide la nostra gioventù. Le strade pullulano di prostituzione, lo smog colora di nero i nostri monumenti, la televisione e il computer pianificano le dinamiche motorie. Le puzze delle fabbriche, dei compostaggi e delle discariche, costruiti a due passi da centri residenziali, penetrano nelle case, cancellando i dolci profumi della primavera. La schiavitù è la nostra condanna, la nostra dipendenza. Forse è arrivato il momento di fermarsi a riflettere, di pensare ai bambini, alle mamme, ai vecchi, alla vita, al verde, alle piccole gioie della vita quotidiana, che bilanciano le nostre distruzioni. Forse è arrivato il momento di dire basta, di riconsegnare all’educazione il suo diritto, all’uomo la sua umanità, alla terra la sua innata bellezza. E’ tempo di nuova civiltà.

LA CERTIFICAZIONE AMBIENTALE, UN PASSAPORTO PER LA CONSERVAZIONE E LA PROMOZIONE EUROPEA DEL PATRIMONIO ITALIANO.

Sarebbe davvero magnifico se tutti i paesi e le città italiane avessero la certificazione ambientale europea di Varese Ligure, la cittadina fiore all’occhiello della Liguria. Varese Ligure è il simbolo di un ambiente dove l’uomo vive con intensità il suo rapporto quotidiano con la materia, nella consapevolezza che abbia un’anima e che, come tale, debba essere trattata e considerata. Aria pura, strade ordinate e pulite, case ben conservate, acque non inquinate, ottimo livello manutentivo del patrimonio storico e monumentale, perfetta intesa tra natura e spazio residenziale, sviluppo delle bio-tecnologie, raccolta differenziata. Varese Ligure ha superato l’esame di una commissione internazionale, estremamente attenta al rispetto di tutte le procedure esistenti in campo ambientale ed oggi vanta un primato che fa onore non solo ai suoi amministratori e ai suoi cittadini, ma al nostro Paese. Per intraprendere il cammino della certificazione, occorre sviluppare una fortissima tensione educativa, una vocazione che si trasformi in atti, azioni e comportamenti quotidiani, l’acquisizione di una elevata coscienza civica e tanto amore per il pianeta che ci accoglie. L’uomo sottovaluta spesso le ricchezze che madre natura gli offre, in cambio di un dovuto rispetto. Si lascia trascinare dalla smania del profitto, pensa di poter disporre a proprio piacimento della creazione, distribuendo a larghe palme i semi della malattia e della morte, per poi piangere sui propri errori. Sembra davvero strano come ciò che viene acquisito in una parte del nostro paese non possa diventare patrimonio culturale comune, eppure se da un lato si gioisce, dall’altro si urla e si combattono battaglie giuridiche, si grida allo scandalo, si è spettatori angosciati di situazioni che non hanno più nulla di umano. Nel Sud, in  alcune zone, il problema rifiuti non viene risolto. Spesso i rifiuti superano le frontiere, alla disperata ricerca di luoghi dove depositare il loro carico di morte. I mass-media hanno parlato spesso di materiale radioattivo proveniente dall’estero, uranio impoverito ad esempio, sepolto in luoghi al di sopra di ogni sospetto. Si è più volte accennato a scempi compiuti in prossimità dei nostri amati laghi italiani.  Si consumano atrocità ambientali, nel nome di una perfetta industrializzazione, di uno straordinario progresso tecnologico, di metodi ineccepibili, di vantaggi sociali ed economici, salvo poi morire di leucemie, linfomi e mielomi, malattie divenute sociali. Mentre da una parte si procede ad una assunzione di grande responsabilità ambientale, dall’altra si mira a trarre il massimo vantaggio dal commercio di rifiuti di ogni ordine e di ogni tipo, esibendo progetti di morte come assolute sicurezze, frutto di una sofisticatissima programmazione e progettazione tecnologica. Fumate bianche e fumate nere si alternano nel cielo azzurrino di primavera,  odori nauseabondi alterano i profumi trasportati dalle prime brezze, mentre da più parti si procede alla decontaminazione. E’ la dimostrazione che in molti casi parole come libertà e democrazia esistono solo per chi ha il potere del comando e della ricchezza economica, mentre il cittadino è costretto a subire le conseguenze di strategie assassine, di contrattazioni delinquenziali, che contrabbandano dosi di morte con regalie e benefici degni del più abietto oscurantismo. Varese Ligure è il frutto di una volontà comune, che vuole conservare quel meraviglioso patrimonio naturale che l’uomo ha avuto in consegna all’atto della Creazione, con l’impegno di passare il testimone ai posteri, a quei figli nei quali riponiamo ogni nostra gioia e speranza. La certificazione deve coinvolgere il senso di responsabilità di tutti, in particolare delle istituzioni preposte alla tutela dell’ordine ambientale, perché la volontà di una parte diventi Volontà universale.

CAPITOLO 10

POLITICA E AMBIENTE

La politica è chiamata ad un attento esame per verificare leggi, comportamenti, sistemi, che hanno contraddistinto le scelte e gli stili operativi. Deve rivalutarsi, evitando di cadere nella faziosità  e nelle strumentalizzazioni che l’hanno in parte contraddistinta, facendo prevalere l’interesse privato rispetto alla dimensione pubblica della sua rappresentatività popolare. In questi  anni abbiamo assistito a una catastrofe inquisitoria, a intrighi e connessioni, a misteri mai svelati, a tutta una serie di atteggiamenti e comportamenti che hanno sviluppato il seme della discordia. La politica ha perso di vista la sua rappresentatività. Molti politici si sono dimenticati che il popolo è sovrano e che  sono stati eletti dai cittadini con un atto di profonda fiducia, per interpretarne i bisogni e le necessità. Non ci si può permettere di combattere per le poltrone mentre il mondo vive la drammatica condizione delle povertà estreme, dei bambini che muoiono di fame, della gente che s’imbarca su carrette del mare affidando la propria vita a un destino, di gente che non riesce a condurre una vita dignitosa per l’egoismo di una società indifferente, che getta l’anziano nelle case di riposo. La politica non può rimanere indifferente  alle catastrofi ambientali che distruggono il pianeta, non può e non deve farsi la guerra per vincere le elezioni in nome di simboli o di interessi di partito o di gruppo. L’istituto della democrazia comporta assunzione di responsabilità chiare e precise, che non ammettono padronanze arbitrarie. Occorre ritornare a pensare, a elaborare, alla dialettica e al confronto, mettendo da parte alibi obsoleti, adatti solo a perpetuare il potere fine a se stesso. E’ necessario che la politica apra le porte alla meritocrazia, all’uomo nuovo, interprete delle più pure rappresentatività popolari e che rimetta in moto il meccanismo della legislazione parlamentare, come strumento di creatività istituzionale. E’ tempo di riforme sostanziali, che introducano elementi di certezza, di verifica costante, di controlli che allontanino l’incapacità, per fare posto all’impegno, alla cultura, alla trasparenza, alla novità. Non è possibile che confraternite sparse impediscano la realizzazione della città dell’uomo. E’ tempo di osservare il passato non come strumento di lotta, ma come tempo di obiettività e di ricchezza, che aiuti la nazione ad affrontare i grandi temi che l’attendono, in un clima di collaborazione e di convergenze. Le contrapposizioni strumentali frenano lo sviluppo del paese, tradiscono le attese e distruggono gli ultimi bagliori di democrazia. Imprenditori e sindacati devono diventare, ognuno nel proprio ordine, promotori di sicurezze, di sistemi compatibili, che rispettino ciò che ci è stato donato con abbondanza di caratterizzazioni. La politica si deve proporre come spinta collaborativa tra le istituzioni del paese, come una madre che raccoglie attorno a sé i propri figli, indicando loro la strada, nel rispetto delle diversità. Politica come elaborazione e proposta, come interpretazione e comunicazione, come orientamento sul tema delle necessità popolari, come elemento di fiducia nelle istituzioni del paese, politica come meritocrazia, come intelligenza di proposte, come impegno e collaborazione, stimolo educativo che trova spazi costruttivi nell’ansia di cambiamento delle maggioranze e delle minoranze. E’ ridicolo constatare come ci si combatta ancora su temi e problemi di una filosofia che è stata abbondantemente superata dalla storia. Troppa gente la sfrutta  senza sapere quante guerre e quante lotte si siano combattute per consegnarle una dignità, la possibilità di diventare costruttrice e arbitra della condizione umana. Burocrazia e studiate benevolenze hanno distrutto l’integrità ambientale di intere popolazioni, di intere città, solo ed esclusivamente per ragioni di egoismo e strapotere  personale. La politica purtroppo non riesce a sviluppare forme accettabili di rispetto ambientale, suffragate da precisi orientamenti legislativi e da una Costituzione che, in parte, non risponde più ad una storia che sta mutando rapidamente e che richiede soluzioni e interpretazioni adeguate ai tempi e alle necessità. Abbiamo un parlamento dove si consumano quotidianamente scontri e contrapposizioni, dove Fascismo e Resistenza dominano la scena in modo ripetitivo e strumentale e dove i rappresentanti eletti dai cittadini si contendono incarichi e presidenze, senza pensare che i terremotati dell’Umbria vivono ancora in situazioni di grande calamità fisica e mentale, senza pensare che ci sono categorie deboli della società che non hanno neppure i soldi per trovare posto nelle case di riposo, dove ci sono giovani che non hanno palestre, scuole e strutture decenti per crescere in un ambiente adeguato e dignitoso. Mentre la politica salottiera tiene banco sui palcoscenici televisivi, pavoneggiandosi e dilaniandosi in paradossali disquisizioni di piazza, i fiumi esondano, le colline franano, portando con sé case e persone. Le scuole cadono a pezzi, diventando macabre tombe per giovani scolari, l’educazione ha lasciato il posto a manifestazioni paradelinquenziali, il rumore e l’inquinamento soffocano le città e i paesi, un tempo regno della salute e del benessere. La politica si è dimenticata di essere prima di tutto e soprattutto un servizio reso alla comunità. Si parla di grandi opere che lascino un segno tangibile, ma non si tiene conto del fatto che è dalle piccole cose che si misura il livello di civiltà di un paese. E’ stata svuotata dei suoi caratteri, per essere più malleabile, più facilmente assoggettabile ad uno sfrenato individualismo, perdendo ogni connotazione etica e culturale. Appare sempre più di frequente sui banchi delle aule dei tribunali a rendere conto dei suoi misfatti veri o presunti, è diventata una condannata perenne, soggiogata al potere di una magistratura a volte inflessibile e a volte altalenante. Le vere riforme istituzionali sono state messe in un cassetto, in modo tale che a nessuno venisse in mente di porvi mano, perché sarebbe la fine del potere del privilegio della politica. La stagione delle riforme è morta e sepolta. Ci sono sindaci e assessori che sono diventati piccoli dittatori, nessuno li può toccare, anche quando le loro inadempienze sono conclamate e palesi. L’ infeudazione  della politica è un tema ricorrente che passa attraverso parole come federalismo, di cui si parla molto, ma di cui non sono chiari i confini e le finalità istituzionali. Qualcuno pensa che decentrando il potere scompaiano i tradimenti e gl’intrallazzi, gl’intrighi di palazzo e i compromessi. Il vero cambiamento della politica sta nel costume stesso della politica, negli uomini che la rappresentano, nella sua capacità di affrontare onestamente e correttamente i problemi. Mentre il mondo si allarga,  qualcuno pensa di restringerlo. La presunta nuova via parla il linguaggio della legalità, della trasparenza, di una giustizia super partes, di legislatori che sappiano anteporre gl’interessi della nazione ai loro e a quelli dei partiti di provenienza, ma il cambiamento nasce nell’interiorità, nella volontà di cambiare prima se stessi, per cambiare il mondo. In Italia ci sono persone che faticano ad avere un lavoro ed uno stipendio, mentre ce ne sono altre che intascano quattro o cinque stipendi, infischiandosene delle povertà degl’Italiani, di cui si erigono rappresentanti. Quale potrebbe essere il rapporto ottimale tra la politica e l’ambiente? E’ difficile dirlo, ma credo che se le leggi fossero chiare e fatte rispettare senza mezzi termini, forse ci sarebbero meno approfittatori pronti a distruggere pur di veder realizzati i propri interessi. Vedremmo meno camini versare nuvole di fumo nell’atmosfera, vedremmo meno discariche a cielo aperto, meno persone che di notte riversano le loro immondizie e la loro inciviltà attorno ai cassonetti della raccolta differenziata, meno fabbriche che si sono trasformate in bruciatori di sostanze tossiche, meno corruttori di apparati amministrativi. Una buona politica ambientale deve innanzitutto essere una buona educatrice, severa e pronta ad applicare le sanzioni in caso di prevaricazione accertata. Deve dare orientamenti precisi e leggi che non possano essere circuite o interpretate secondo il demagogo di turno. La politica deve curare l’ambiente come la madre un figlio, perché da un buon rapporto, rispettoso e costruttivo, potrebbe nascere un equilibrio reale. La politica deve saper dare indicazioni adeguate, anche a costo di far saltare i privilegi castali. Deve tutelare il territorio, lo deve difendere, conservare e preservare  con fermezza e decisione. Deve avere il coraggio di mandare a casa chi non fa il proprio dovere, chi si approfitta di un ruolo creato ad hoc per trarre vantaggi economici, chi non dimostra di avere capacità gestionali, chi si presta facilmente a mediazioni delinquenziali. La politica deve cambiare non solo i nomi delle persone o quelli dei partiti che la rappresentano, quanto la forza da imprimere alla propria azione, al proprio coraggio, alla propria capacità di coinvolgere i cittadini in scelte a misura d’uomo. Per questo è estremamente importante che cambi il rapporto tra minoranza e maggioranza. Ci si deve misurare sulle risposte ai problemi dei cittadini, cercando, nella diversità, convergenze comuni, che facilitino il processo legislativo. E’ finita l’epoca delle guerre di religione e delle poltrone, ne sta nascendo un’altra, quella della rappresentatività democratica, di persone che vengono elette non perché eredi di una dinastia intoccabile, ma in virtù delle capacità, della rettitudine, dell’impegno e della serietà. La civiltà attende fiduciosa un segnale, si aspetta che la politica torni ad essere un osservatorio reale del mondo che ci circonda.

LA QUALITA’ DELLA VITA, UN BENE DA DIFENDERE

Parlare di ambiente significa vivere la materia come atto d’amore, che presuppone  un forte contenuto educativo. Oggi assistiamo alla mondializzazione del fenomeno e al tentativo di formare una coscienza universale. Ci sono stati che non accettano l’impegno collettivo e si rifugiano nella loro nicchia, evitando l’universalità di un problema che investe i sistemi politici, economici e sociali del pianeta. Manca una morale politica comune, nella quale l’uomo riconosca i propri limiti, la necessità di stabilire un dialogo serio con l’ambiente nel quale vive la propria esistenza. Per molti anni si è confuso il progresso con la civiltà. La faziosità dottrinale ha prevalso sulla propositività  politica, limitando di fatto la democrazia delle idee, il libero confronto, l’aspirazione costruttiva di cittadini e istituzioni. Si è pensato al pianeta come a una proprietà, con l’esplicitazione di forme di assolutismo territoriale. Imperialismi e dittature, colonizzazioni e istituzioni oligarchiche, hanno costruito orizzonti settoriali, parziali, compatibilità clonate da vocazioni finalizzate al raggiungimento di un ordine egoistico e individuale. E’ mancato soprattutto un ordine. L’ordine nasce da una sintonica convergenza collaborativa che deve coinvolgere tutti i paesi, nell’ambito di una strategia comune, tesa a conciliare forme compatibili di sviluppo. L’Europa ha di fronte a sé una grande opportunità politico culturale, la nuova Costituzione europea. Il riconoscimento di una morale collettiva, fondata su precisi indirizzi costituzionali, potrebbe convertire e riconvertire sistemi e orientamenti in una nuova coscienza della realtà nella quale viviamo e operiamo, potrebbe sviluppare interessanti confronti tra tutti gli stati impegnati nella difesa dello stato di salute del pianeta. E’ importante che le democrazie avanzate creino spazi di responsabilità che coinvolgano, in prima persona, l’uomo. Non è più possibile affrontare i problemi in modo settoriale. Occorre lavorare uniti sulla base di proposte, programmazioni, progettazioni e ricerche, secondo criteri sincronici. Le regole devono valere per tutti. E’ tempo di giustizia anche in campo ambientale. Non è più possibile che una visione oligarchica e lobbistica si appropri di paesaggi e li deturpi, trasformandoli in camere a gas. Le amministrazioni territoriali, pur nella loro sovranità,  devono rispondere a severe forme di controllo e di verifica, atte a garantire lo sviluppo dell’azione democratica sul territorio stesso di appartenenza. Occorre richiamare l’attenzione degli operatori sul diritto alla riappropriazione della costituzionalità politica nei confronti della licenziosità del mercato. Credo che la prevenzione sia la strada da seguire e che la libertà non possa e non debba diventare un alibi, per chi crede di poter imporre sempre e comunque la propria volontà. Libertà e democrazia sono beni che devono essere difesi contro ogni forma di prevaricazione. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti delle nuove generazioni, le quali guardano al futuro con ottimismo e passione, con lo spirito di chi vuole trasformare la scienza e la conoscenza in generosi atti d’amore. I giovani ci osservano e ci giudicano, vogliono che alle belle parole seguano esempi concreti, scelte precise, sostenute da una volontà reale, da modelli e da esempi. Disattendere le loro aspirazioni significa sottoporre ad un severo e inappellabile giudizio una generazione che ha in parte distrutto la dimensione giuridica e umana del diritto e del dovere. I giovani chiedono che il mondo adulto li aiuti a credere nell’assetto legislativo del paese, nella costituzionalità delle iniziative, nella compatibilità delle proposte e delle soluzioni. Chiedono soprattutto che l’uomo rispetti l’ambiente in tutte le sue forme e condizioni. La scuola deve avere uno spazio cognitivo e divulgativo di gran lunga maggiore rispetto al passato. L’educazione ambientale deve essere fonte di apprendimento e di progettazione. Gli alunni devono condividere il territorio con sollecitazioni che attivino la dinamicità del pensiero e la creatività della fantasia. Troppo spesso l’uomo ha deliberato e sviluppato iniziative arrogandosi il diritto di interpretare le aspirazioni degli altri, pensandoli come oggetti di decisioni elitarie e non come soggetti attivi di una costruzione nella quale tutti possano avere il diritto di esprimere la propria opinione, il proprio punto di vista, la propria visione del mondo. Abbiamo costruito troppi mondi diversi, fatti a nostra immagine e somiglianza. Abbiamo preteso di imporre il potere del denaro sulla forza della ragione e del sentimento. La politica deve guardare al futuro, non può rimanere schiava del presente. E’ tempo di democrazia vera, che rappresenti le istanze di tutti i cittadini, soprattutto di quelli che non hanno voce e che attendono un segnale positivo per esprimere democraticamente il proprio pensiero. Si può fare molto per l’ambiente, ma solo se diventerà parte integrante della nostra vita.

FAMIGLIA E AMBIENTE

La famiglia ha una funzione fondamentale nella comunicazione delle primissime regole di comportamento ambientale. Uno dei maggiori problemi del nostro tempo, infatti, è la carenza dell’impegno famigliare nell’orientamento educativo dei figli, vittime in molti casi di una solitudine esistenziale che li costringe a stare incollati per ore davanti al televisore o al computer, unici interlocutori di una giornata grigia, vuota di pensiero e di apprendimenti cognitivi. L’assenza di comunicazione produce danni irreparabili, che difficilmente verranno colmati in futuro. Ad esempio non si affrontano i temi attuali e spesso ci si limita ad una critica priva di orientamenti logici e costruttivi, lasciando sul campo un senso di frustrazione e di sospensione. Droga, scuola, ambiente, sono argomenti che dovrebbero tenere banco nelle occasioni domestiche, per richiamare l’attenzione di un intelletto lasciato sempre più in disparte. L’aspetto relazionale ha una funzione orientativa ed educativa che forma i primi segmenti di civiltà nel cuore e nella mente dei nostri giovani. Ma ciò che conta di più è sicuramente l’esempio. Se alle sollecitazioni di ordine teorico non fanno seguito modelli concreti di comportamento, è difficile che si possa generare un clima di fiducia e di solidarietà. Quasi certamente subentreranno diffidenza e incredulità di fronte a sermoni proferiti sull’onda di una consumata retorica. Gli adulti, in particolare i genitori, non danno l’esempio ed è sotto gli occhi di tutti: gettano mozziconi di sigaretta sul marciapiede, fumano anche quando non potrebbero farlo, non si chinano a raccogliere una carta per metterla nell’apposito contenitore, buttano oggetti dal finestrino dell’auto, dopo il pic-nic domenicale lasciano sul campo bottiglie di plastica, piatti e cartacce di ogni genere. Spesso non si attengono alle regole della raccolta differenziata, per trascuratezza o ignoranza, si liberano di vecchi oggetti abbandonandoli nei luoghi più impensati, non fanno neppure la fatica di allungare un braccio e una mano per deporre una bottiglia di vetro bell’apposito contenitore. La maleducazione è contagiosa, perché non impone regole, fatiche e costrizioni e così la libertà diventa strumento base che permette a tutti di fare ciò che vogliono. Il dialogo famigliare potrebbe essere il viatico per una riconciliazione dell’uomo con quella bellezza rigeneratrice d’idee e di pensieri, di valori e di azioni. Il concetto del bello si lega inesorabilmente all’ordine, alla pulizia, al comportamento, all’accensione di quei sensi che in molti casi sono segregati davanti al video di un televisore. Abbiamo disabituato l’udito, la vista, il tatto, l’olfatto, lasciandoci bombardare dai messaggi iniqui di una pubblicità  prevaricante e invasiva, dai rumori assordanti delle discoteche, dalle illusioni di paradisi artificiali. Non parliamo più con il cuore e i ragazzi lo sentono. Avvertono la nostra misurata malizia, le nostre contraddizioni, le nostre illusioni, la nostra aridità, sono troppo sensibili per assuefarsi alle  nostre bugie. Non possiamo comunque rinunciare alla straordinaria bellezza del nostro pianeta, dei nostri paesaggi, dobbiamo sentirci parte in causa, soldati di un grande esercito che combatte per difendere la vita in tutti i suoi aspetti; dobbiamo dimostrare ai nostri figli che amiamo l’ambiente in cui viviamo e che per lui siamo pronti a sacrificare il nostro egoismo, la nostra paura, quell’indifferenza che ci trasforma in persone senz’anima. Un fiore, un albero, un sentiero, una casa, un torrente, un fiume sono un dono immenso, parte integrante di un amore che supera ogni tipo di discriminazione, per regalare all’uomo la pace, la tranquillità, la forza di rigenerarsi, di ritrovarsi e di credere nell’universo, nella ineguagliabile bellezza del pianeta che ci ospita. I genitori  dovrebbero insegnare propri figli che la terra è una grande casa ospitale, che non fa distinzioni di religioni, di razze, di partito politico, di lingue e culture, è una grande madre che accoglie nel suo grembo tutti i suoi figli, per sfamarli, dissetarli, per creare le condizioni di una vita  dispensatrice di gioia e curiosità. Siamo ospiti e come tali abbiamo il dovere di curare l’integrità della materia con la forza dello spirito, per consegnare un’eredità credibile al futuro. Oggi non è così e i giovani ci condannano per non aver avuto il coraggio di opporci alle iniquità e allora li troviamo nelle piazze e nelle vie arrabbiati a rompere vetrine, a liberare quell’energia negativa che la società non ha saputo orientare. Ci preoccupiamo di loro quando li abbiamo persi, quando siamo ormai sicuri che le nostre falsità li hanno condannati ad un vita ribelle, quando non possiamo più confutare le illusioni che  abbiamo regalato loro e allora cerchiamo di entrare nel vivo della nostra coscienza per cercare una ragione che possa salvarci. L’uomo cerca alibi per trovare conforto e rigenerazione, ma trova morte e malattia, sofferenza e dolore. Ha perso il senso della misura e si spinge sempre più in là, cercando di dimostrare a se stesso e al mondo che la ragione può tutto, persino creare esseri uguali, vite in provetta, manipolazioni genetiche di ogni sorta. La sua visione del mondo lo condanna alla divinazione di sé, alla cancellazione di ogni limite. Tutto diventa possibile, ma nel frattempo la natura si ribella e lo pone di fronte alla sua fragilità, alle sue responsabilità. Mentre da una parte si cura il tumore dall’altra lo si produce. Tutto e il contrario di tutto. Se frequentassimo le corsie degli ospedali vedremmo bambini con gli occhi spenti e le teste calve, colpiti dalle leucemie provocate dalle radiazioni di Chernobyl, dalle onde elettromagnetiche delle antenne, dall’uranio impoverito o arricchito, distribuito sulla terra dalla follia di una imprenditorialità senza regole. L’unità della famiglia è la condizione essenziale per cercare di ricostruire un mondo senza forza e senza volontà, sempre più schiavo di venditori di morte. Dobbiamo dimostrare che insieme si può combattere meglio l’ignoranza che affligge l’ambiente, dobbiamo ricostruire quei valori che sono stati l’asse portante della nostra civiltà. Ripartire dalla famiglia significa tentare di ripristinare un ordine di fondamentale importanza, un ordine che è prima di tutto morale e che, come tale, coinvolge l’essere in tutta la sua essenza. Non dobbiamo dimenticare che tutto avviene dentro di noi, nel nostro cuore e nella nostra mente e che dal nostro comportamento dipende il futuro dell’educazione. Se sapremo difendere la famiglia dalle insidie dei malesseri del terzo millennio, riusciremo a ricreare quel mondo nel quale hanno creduto i nostri padri e i nostri nonni, quando l’amore per la natura dominava le speranze della gente comune e il rispetto per l’ambiente era una condizione essenziale dell’armonia esistenziale.

SCUOLA E AMBIENTE

Mai come in questi anni il territorio, nelle sue articolate espressioni, si è trovato ad essere al centro di un vasto e radicato interesse da parte dell’istituzione scolastica. Progetti e laboratori hanno creato momenti di vera e propria cultura ambientale. Attività teorica e attività pratica si sono alternate in un apprezzabile esercizio di riappropriazione di valori che stanno alla base della convivenza civile. La scuola compie una fondamentale opera di ricostruzione educativa, soprattutto là dove la famiglia ha cessato di essere controparte educante, dove i giovani navigano tra frammenti di verità strappati all’egoismo umano, senza una guida sicura che li orienti. Assolve anche un altro oneroso compito, quello di ricreare spazio e tempo per tutti, non solo per chi ha avuto la fortuna di poter navigare in acque sicure. L’ambiente esercita un fascino straordinario sui giovani, sempre più attratti e incuriositi dalle trasformazioni che li circondano e sulle quali esprimono i loro punti di vista. I paesi e le città hanno mutato aspetto, in molti casi hanno sottratto spazi proprio a loro, a quei giovani che vivono per esteso la loro energia socializzante. La cementificazione selvaggia, l’aggressione al patrimonio boschivo e collinare, l’annientamento delle aree verdi, l’ubicazione di edifici scolastici immersi nei rumori e nei fumi delle città, l’impossibilità di disporre di spazi verdi per l’educazioni fisica, condannano la vita umana a varie forme di schiavitù. Gli effetti collaterali sono ampiamente documentati e la ricaduta globale è drammatica. Lavorare sui temi ambientali, in ambito scolastico, significa far prendere coscienza ai giovani che esiste un’altra realtà, quella attiva e propositiva, quella che non vuole cancellare il passato e che guarda al futuro con ottimismo, significa soprattutto avviarli al metodo della ricerca sul campo, mettendoli a confronto con la realtà.  Viviamo in una scuola che fa il proprio dovere, ma che viene costantemente contraddetta da una società che si comporta al contrario, per questo i giovani non sanno più a chi credere e a cosa credere. La scuola disegna le sue strategie e i suoi progetti, crea una vasto meccanismo di compensazione alle frustrazioni sociali, ma in cambio riceve indifferenza e mancanza d’immagine. Si parla spesso di rapporti tra scuola e territorio, tra scuola e ambiente, si costruiscono politiche autonomistiche imperniate sulla interattività, ma il territorio risponde in modo del tutto soggettivo e parziale, anteponendo la propria storia e le proprie ragioni alle ragioni comuni. Le istanze giovanili non sono tenute in alcun conto e gran parte dell’impegno educativo si riduce a dimostrazioni e a drammatizzazioni limitate nel tempo e nello spazio. Il territorio agisce in modo autonomo rispetto alla cultura scolastica . Nella maggior parte dei casi il sistema industriale detta le proprie leggi, costringe la cultura ad un livello di subalternità, imponendo il proprio strapotere, la propria visione meccanica e tecnologica della realtà. Non esiste interscambio. Lo stato di fatto impone alla cultura di assoggettarsi al sistema, subordinando la persona umana alle necessità e ai bisogni della tecnologia. In questo modo cadono tutti i presupposti per una evoluzione compatibile tra civiltà e sistema industriale, tra scuola e territorio. La scuola dovrebbe essere una grande palestra di ricerca di metodologie, di contenuti, di sistemi alternativi, di comportamenti, un divenire che arricchisce l’uomo di nuove idealità. Com’è possibile generare fiducia e ottimismo? Com’è possibile pretendere senso di responsabilità se i modelli sono pressoché inesistenti? La società civile si deve interrogare e deve ritrovare un giusto equilibrio con l’istituzione scolastica, se vuole rigenerare il pensiero giovanile. Occorre rimettere tutto in discussione, dare spazio all’intervento critico e al confronto dialettico, privilegiando il sistema della ricerca. Ricercare è collaborare, creare un vincolo relazionale tra il sistema scolastico e quello territoriale, con tutte le implicazioni di carattere economico, sociale e culturale. La formazione della personalità è un passaggio educativo fondamentale, ma presuppone un’apertura totale verso le tematiche sociali, evitando settorializzazioni dell’apprendimento che impediscano uno sviluppo armonico e complessivo della persona. Lavorare nell’ambiente e per l’ambiente significa diventarne parte attiva, creare una solidarietà aperta che conduca alla presa di coscienza dei problemi, cercandone soluzioni. L’europeizzazione dell’apprendimento potrebbe essere estremamente utile nella fase di confronto tra le diverse culture presenti nel nostro continente e potrebbe portare al conseguimento di risultati positivi per le generazioni future. Il compito dell’istituzione scolastica è fondamentale se i pubblici poteri capiranno che per lavorare bene e in modo costruttivo occorrerà avere a disposizione strumenti adeguati e spazi adeguati. Per queste ragioni è necessario che si arrivi ad una riforma scolastica che crei le condizioni per un lavoro serio e concreto e che il docente abbia una considerazione culturale migliore di quella attuale, sotto tutti i punti di vista. La scuola ha un elevato compito formativo. E’ tempo di riconsegnare all’ambiente la sua carta d’identità, nella quale i dati siano chiari e leggibili. Il tentativo di industrializzare la scuola è assurdo, perché limita di fatto la formazione. I ragazzi devono poter essere protagonisti.

La scuola deve sviluppare tecniche e strategie di apprendimento, sempre più adeguate. Deve proporsi come educatrice di una società che comprende sempre meno l’attività del pensiero, tesa com’è a soddisfare i propri bisogni materiali e i primi a doversi riconvertire sono proprio gli adulti, quel mondo che nella maggior parte dei casi pensa solamente alla soddisfazione dei propri istinti. Lavorare per l’ambiente significa formare dei cittadini che abbiano una chiara coscienza civile, una convinzione ferma e responsabile dei propri diritti e dei propri doveri.

SOCIETA’ CIVILE E AMBIENTE

Uno dei principali problemi del nostro tempo è la mancanza di coordinamento tra le diverse forze in campo, per cui assistiamo ad una dispersione che annulla la sinergia degl’interventi. Ognuno va per la propria strada, pensando che sia la strada giusta, senza chiedersi se non sia più semplice e produttivo riunire le forze e convergere sulle tematiche in questione. E’ un problema non facile da risolvere, perché rientra nella tipologia caratteriale di un paese e quando si entra nel dna i problemi non sono di facile soluzione. Capita di vedere all’opera una miriade di associazione che operano ognuna secondo strategie e orientamenti propri. Prendiamo ad esempio la Protezione Civile, le Guardie Forestali, gli Amici della Natura, gli Amici della Terra, gli Amici dei Funghi, Lega Ambiente, il W.W.F., gli Amici degli Animali, il Gruppo Antincendio. Nulla da obiettare sulle finalità di ciascuna, ma i problemi sorgono quando si tratta di coordinare tutte queste associazioni nelle fasi operative. Spesso si accavallano manifestazioni che potrebbero rientrare in una logica comune, distribuita senza pregiudizi o arrivismi di sorta. Spesso si creano competitività e discriminazioni di vario ordine e natura, che annullano la lucidità e la forza di un’azione congiunta. Siamo diventati un po’ tutti ambientalisti di comodo, partecipiamo alle giornate annuali per la difesa dell’ambiente, ma ci dimentichiamo che la sua salvaguardia fa parte del vivere quotidiano, è una forma di costante vissuto personale. Chiunque dovrebbe agire ricordandosi che un bosco, una via, una piazza o un quartiere non sono degli immondezzai, ma sono parte integrante del nostro tessuto sociale. L’ambiente è il nostro giardino, dove viviamo gran parte della nostra giornata. Se ciascun cittadino rispettasse veramente la costituzione del proprio paese e nutrisse un minimo di rispetto nei confronti dei propri simili, vivremmo una situazione di grande benessere per tutti. Sembra facile, ma non lo è, perché siamo bravissimi a fare il contrario di quello che ci viene imposto.  Abbiamo un’idea tutta nostra della regola, la vediamo sempre sotto forma di imposizione, di costrizione, di diminuzione della nostra personalità e così siamo diventati bravissimi a violarla. La nostra inciviltà si consuma quando parchi stupendi e piante secolari che danno lustro al nostro paesaggio, bruciano a causa di incendi dolosi. Patrimoni d’inestimabile valore ambientale vanno in fumo a causa di gravissime forme delinquenziali. Le leggi non vengono fatte rispettare con la puntualità e la fermezza necessarie. La società civile dunque è viva, ricca di vocazioni ambientaliste, ma ha bisogno di orientamenti precisi, di forme umanitarie di solidarietà e di indirizzo politico, che trovino nell’unione delle forze e delle energie lo strumento per realizzarsi.

SICUREZZA E AMBIENTE

Il problema della sicurezza ambientale occupa una posizione preminente, non solo nel continente europeo, ma in tutto il mondo. L’uomo deve cercare di ricomporre un equilibrio nel delicato rapporto con l’ambiente. Le prevaricazioni e le trasgressioni di questi anni, favoriti da leggi ambigue, da legislatori accomodanti e da ambigue tolleranze, hanno trasformato il paesaggio in un potenziale esplosivo che mette in ginocchio paesi e città, creando gravissimi danni all’uomo, alle coltivazioni, agli edifici, ai monumenti, alla vita umana e animale, a tutto ciò che costituisce patrimonio dell’umanità. Bastano due giorni di pioggia torrenziale per gettare nella più completa disperazione intere popolazioni, per riproporre, in tutta la sua gravità, il tema della sicurezza ambientale. Premesso che il tanto sbandierato progresso sia stato in molti casi un éscamotage per definire meglio l’interesse individuale o di parte, risulta chiaro che sia inesatto parlare di progresso se poi il costo da pagare è la distruzione delle condizioni che lo hanno generato. La forzatura è stata lenta ma inesorabile. Il corpo del pianeta è stato colpito in varie parti, subendo gravissime lacerazioni e alterazioni che ne hanno determinato lo squilibrio. L’uomo si è arrogato il diritto di manipolare la natura, dimenticando che la terra è un orologio svizzero che scandisce il tempo con puntualità sincronica. Oggi tutti parlano di sicurezza, si erigono a paladini per convincere e per convincersi che tutto procede secondo i piani, pur sapendo che di sicuro, nell’odierna realtà, non c’è nulla. Viviamo l’epoca del relativismo a tutto campo. Conviviamo con la quotidianità del sospeso, con progetti spacciati per sicuri, risolutivi di problematiche, con chi vorrebbe diventare arbitro della vita e della morte, giocando con la buona fede delle persone. Il dopo Chernobyl ci ha regalato una serie infinita di morti per tumore, malattia destinata ad avere un ruolo drammatico nei prossimi anni. La radioattività della cittadina russa non si è dissolta nel nulla, ma prospera attiva a qualche metro di profondità nei nostri terreni, quelli che dissodiamo e coltiviamo con immensa cura, pensando che nulla sia cambiato. Quello che più lascia perplessi è che un certo tipo di informazione sia perfettamente allineata con gli scempi ambientali. La sicurezza è un’invenzione creata da chi persegue con insistenza il proprio interesse. Ci si domanda allora perché siano stati spesi tanti miliardi per alterare equilibri già molto delicati. L’unica sicurezza possibile è quella legata allo sviluppo compatibile, ma questo tutto ciò comporta un radicale cambiamento di comportamenti e di stili, comporta una vita più sobria e meno consumistica.

RELIGIONE E AMBIENTE

Credo che anche l’educazione religiosa debba orientarsi concretamente verso l’ambiente. E’ indubbio che l’opera rieducativa debba vedere coinvolte tutte le agenzie interessate, la chiesa innanzitutto. Penso che su questo argomento abbia tutte le carte in regola, potendo contare sul menestrello più ambientalista che sia mai esistito, San Francesco d’Assisi. Francesco ha insegnato al mondo ad amare la terra come una madre, esprimendo sotto forma di lauda la gioia di questa straordinaria maternità. L’assolutismo sentimentale di Francesco non lascia dubbi su cosa significhi realmente amare l’ambiente, sentirlo fisicamente e spiritualmente madre e fratello, coinvolto in un amore filiale unico nella sua straordinaria complementarietà. Anche la materia ha un’anima e vive nella dimensione primaria o nelle forme che l’originalità creativa dell’uomo le ha trasferito, in un connubio d’amore e passione fraterni. Dio lo si può amare in tanti modi, ma, forse, il modo migliore è proprio quello di rispettare la Creazione, tutti gli esseri e le creature che ha voluto distribuire sulla terra nella sua infinita tolleranza e magnanimità. Il catechismo del rispetto ambientale è il miglior catechismo possibile, ma solo se è supportato da esempi concreti. Ne abbiamo pochi e quei pochi sono continuamente messi in discussione da intolleranti che vorrebbero dipingere il mondo a loro immagine. Francesco attirava a sè nobili e straccioni, intellettuali e cavalieri con la forza dell’esempio. Non si può insegnare il rispetto se non siamo noi i primi ad edificarlo, pietra su pietra, con buona volontà e fatica. Francesco insegnava ad amare la natura vivendola, condividendo con essa le lodi al Creatore. Da lei otteneva tutto senza estorcere nulla e di lei amava tutto, persino gli esseri meno belli, solitamente relegati in ruoli reconditi e subalterni. Non aveva bisogno di comunicati stampa, di orazioni da piazza, di cartelloni pubblicitari, di confinare gli esseri viventi in spazi definiti, il concetto di spazio di Francesco superava le barriere legislative e politiche, le diatribe tra pubblico e privato, tra estinzione e sopravvivenza, perché lui era convinto che l’ordine divino fosse già straordinariamente perfetto e non avesse bisogno di interventi riparatori. L’amore è una realtà complessa che comprende tutto, perché il Tutto è il principio e l’origine delle cose, l’uomo è solo un frammento piccolissimo di un preziosissimo mosaico. Nasce dalle piccole cose, da forme di rispetto guidate dal cuore sensibile di un educatore, la cui parola passa attraverso l’esempio quotidiano.

Tenere pulita una casa, una classe, una scuola, una via, una piazza, un oratorio è espressione e acquisizione di coscienza civica, passaggio di contributi educativi individuali e collettivi al benessere della società, significa anche rispettare quel bene prezioso che è “sora nostra matre terra”, nel grembo della quale trascorriamo la nostra vita. L’educatore deve saper giocare tra il divertimento e la consapevolezza, tra l’idea e la concretezza, la libertà e il diritto, il diritto e il dovere. Nello sviluppo dell’opera educativa non esistono recinti o barricate, ideologie o strategie che dividano, esiste solo la buona volontà di comunicare all’uomo le sue responsabilità, nelle modalità e nelle forme più consone a ciascuno. Chi non rispetta l’ambiente in cui vive e chi non educa al rispetto compie una gravissima mancanza nei confronti della comunità e diventa complice della maleducazione, servo di prevaricazioni e trasgressioni, negatore dei principi più elementari che governano i rapporti relazionali all’interno dell’ambiente in cui viviamo.

GLI STATI E L’AMBIENTE

Dopo i disastri mondiali del secolo scorso abbiamo messo il cuore in pace, pensando che tutto fosse finito e che l’uomo avesse finalmente riacquistato la pace e, con essa, la voglia di ricostruire, di guardare al futuro con fiducia, nel rispetto di una Volontà universale. Gli Stati hanno creato organismi internazionali come garanti del nuovo patrimonio di volontà, sicuri che la collaborazione su tutti i fronti fosse una diga sicura alla follia. Ma l’uomo non conosce pace e in molti casi non la cerca, non la vuole, preferisce costruire armi e usarle o farle usare per incrementare il proprio patrimonio di distruttivo. La storia dimostra che l’umanità non sa apprezzare la terra con le sue ricchezze, afferma l’incapacità dell’intelligenza di dominare gl’istinti. Lo strumento che veniva additato come distintivo di una specie eletta, è diventato un macchiavellico sortilegio di effetti speciali, creato da menti perverse, votate all’autodistruzione. Varrebbe la pena di soffermarci sul significato odierno della parola intelligenza, capacità di capire, di comprendere la meravigliosa bellezza della vita in tutte le sue forme. Non è stato sufficiente aver disseminato il pianeta di mine e bombe inesplose, di aver distrutto l’integrità fisica di donne, uomini e bambini, di aver armato la mano della follia, di aver distrutto civiltà stupende, legate ai bioritmi del pianeta, allo spirito che anima lo straordinario mistero della vita. Nel nome della pace l’uomo combatte le sue guerre, additando al mondo la giustizi e la speranza, mentre di fatto dissemina la terra di morti, feriti, tristezze e angosce profonde. Per troppo tempo una parte dell’umanità ha pensato che la pace dipendesse dall’equilibrio degli armamenti in campo, dalla forza dei contendenti, dalla capacità di tenere sotto controllo chi poteva compromettere lo strapotere economico, politico, religioso e militare. E così abbiamo assistito alla guerra fredda tra America e Unione Sovietica, le due superpotenze che, con strategie e obiettivi diversi, hanno tenuto sotto il peso politico e militare della forza, il pianeta, ponendo il problema in un ordine etico mondiale, il bene e il male, la democrazia e la dittatura, la libertà e la schiavitù. Il mondo è stato diviso in due e ha dovuto schierarsi, dopo le follie hitleriane della seconda guerra mondiale. Ma si sa che i massimi sistemi, per quanto confortati da filosofiche ideologie, siano soggetti alle inversioni di tendenza di una storia che muta motivazioni e obiettivi, caratteri e peculiarità, con molta rapidità e in modo travolgente. L’Unione Sovietica è crollata sotto il peso della sua stessa utopia, l’America resiste protocollando il suo concetto di democrazia, ergendosi a paladina indiscussa della libertà del mondo, ma l’11 settembre è una data tristissima, che impone una valutazione molto seria e profonda degli equilibri americani e mondiali. Una cosa è comunque certa, l’ultima superpotenza ha dimostrato la sua vulnerabilità, la fragilità di un mondo che deve ripensare radicalmente i propri sistemi di convivenza. Partire da modelli preconfezionati mi sembra oggi davvero utopistico, anche perché la storia contemporanea dimostra come gli uomini non amino le omologazioni, le dipendenze, le sovrapposizioni religiose, economiche e politiche, rivendicano di fatto una propria autonomia, la capacità di costruirsi un modello di vita compatibile con esigenze autoctone. Occorre trovare una nuova energia che faccia convergere gli orientamenti e gl’indicatori. Credo che si debba partire dal riconoscimento delle diversità, dal rispetto delle culture, dalla capacità di stabilire legami di ordine economico-operativo che sradichino i fenomeni delle povertà estreme, della fame e delle malattie. Ogni stato deve riconoscere i propri limiti, deve imparare a comprendere che la propria libertà ha termine dove inizia la libertà dell’altro. Per troppo tempo abbiamo considerato il mondo come una proprietà, è tempo di considerarlo come un dono che ci è stato dato per conservarne la bellezza, la generosità, la suggestione, un mondo che è nato per ispirare i poeti e gli scrittori, gli scultori e i pittori, la religione e la scienza, ma nell’assoluto rispetto del Creatore e della creazione. L’uomo deve ritrovare  la giusta misura, il suo essere ospite di un universo infinito, nel quale cerca disperatamente le risposte ai suoi quotidiani interrogativi esistenziali. Gli stati devono mettere da parte gl’interessi economici, devono sentirsi impegnati in una grande opera di conservazione e di promozione umana, per fare in modo che tutti, soprattutto i più poveri, possano gustare in santa pace i doni. Arrogarsi oggi l’unicità di un equilibrio mondiale è assurdo. L’imperialismo determina il formarsi di milioni di piccoli imperialismi, di velleità represse, di stati che rivendicano una loro rappresentanza nel consesso mondiale delle nazioni. Non nella unicità o nell’individualismo speculativo sta la soluzione dei problemi, quanto nella collaborazione e nel dialogo, nella comprensione e nella rinuncia. Rinunciare non significa sempre essere perdenti, in molti casi diventa un atto di fede nella speranza che il bene prevalga sul male, senza perdere la visione del campo. Il terrorismo non cesserà fino a quando non cesseranno le oppressioni, fino a quando i cittadini saranno trattenuti nell’infida rete dell’ignoranza e della sudditanza. Occorre ricreare le basi di una convivenza civile che abbia come obiettivo primario la pace, la tolleranza, il benessere di tutta la popolazione del globo e, soprattutto, il ritorno alla natura come madre, all’ambiente come luogo di crescita umana, sociale, civile e culturale. Le distanze politiche cessano là dove iniziano i problemi comuni, quelli che esigono il massimo dell’unione per la loro soluzione. Il futuro è nella tolleranza e nel rispetto, nell’unione e nella solidarietà, nella vita umana come massima risorsa dell’universo. Se non capiremo il significato della vita tutto diventerà possibile, anche un’ autodistruzione finale.

RIFIUTI, IL GRANDE PROBLEMA DEL TERZO MILLENNIO

Qualcuno li definisce il business del terzo millennio. Non c’è dubbio che costituiscano un grande movimento di capitali in tutto il mondo. La parte ricca del pianeta scarica su quella povera il peso dei propri rifiuti. C’è chi usa e getta e chi subisce. Occorre ridimensionare i consumi, riqualificare le strategie industriali, riorganizzare i piani di smaltimento individuali e collettivi, ristrutturare un sistema che opera senza regole precise, affidandosi ad un piano nazionale e internazionale. E’ tempo di pensare e di operare in termini di collaborazione mondiale, creando, se necessario, una unità permanente di crisi, che raccolga ricercatori e scienziati di tutto il mondo. E’ tempo di ridurre il consumismo, sviluppando nuove forme e nuovi modelli di smaltimento e di contenimento. Cosa può fare il cittadino? Innanzitutto deve capire che l’esempio, in ogni modello di società, è trainante. Ci sono rifiuti che possono essere smaltiti dal cittadino stesso, come ad esempio la frazione umida ( ramaglie, erba, vegetali, etc.), con vantaggi economici, come già succede in alcuni comuni e città italiani. Costruire un piccolo impianto di compostaggio  permette di smaltire una bella porzione di rifiuti domestici. Il verde si trasforma in concime naturale e può essere utilizzato per fiori e piante, sia nella stagione invernale sia in quella estiva. Nella società contadina, ad esempio,  la bottiglia di vetro non si buttava mai. C’era chi la usava per il vino, per l’aceto, per la candeggina, per l’olio e la bottiglia durava anni. L’opera di plastificazione planetaria ha creato numerosi problemi. Altamente inquinante, difficile da smaltire, comporta problematiche non indifferenti, soprattutto a causa della quantità prodotta. Il macroscopico aumento dei detersivi e delle bombolette spray, ha minato la salubrità dell’aria e dell’acqua, con gravi conseguenze per la salute umana. La gente ha perso la buona abitudine di conservare, di non lasciarsi sopraffare dalla smania di sbarazzarsi in fretta e furia dei rifiuti. Un problema è sicuramente la mancanza di educazione da parte delle fasce adulte, quelle che dovrebbero dare l’esempio. Nei boschi s’incontrano sacchi neri abbandonati, macchine usate, frigoriferi, televisioni e sedie da giardino. Chi cammina per le vie dei paesi e delle città s’imbatte in cartacce, mozziconi di sigaretta, lattine di aranciata e di coca cola, escrementi di animali, in macchine parcheggiate sui marciapiedi, in sottopassaggi trasformati in servizi pubblici. L’educazione è il punto di partenza, la base sulla quale costruire la civiltà. Occorre quindi sviluppare forme di smaltimento non inquinanti, costruire impianti sempre più sicuri e ridurre al minimo gli errori, facendo in modo che paesi e città siano in grado di risolvere i propri problemi, in piena autonomia. Educazione e sicurezza devono essere i valori trainanti di una riconversione lenta ma efficace, che permetta di guardare al futuro con maggiore tranquillità.

Una forza imprevedibile domina le contraddizioni della natura umana

In pochi secondi il paradiso diventa inferno, l’ambiente si trasforma in un cimitero di morti e macerie. Un’incredibile energia travolge tutto. L’asse terrestre s’inclina, l’uomo diventa cosciente della propria impotenza. Le divisioni politiche e religiose non hanno più senso, non ha senso l’egoismo di chi sfrutta il benessere calpestando i diritti dei poveri. Un cupo relativismo s’impossessa dei cuori e delle menti, ci si interroga. Rispuntano la filosofia e la teologia, i grandi temi e problemi che hanno caratterizzato il cammino della storia. Si cerca disperatamente di dare una risposta ai misteri che circondano la  vita, riconoscendo i limiti dell’intelligenza e le incertezze della fede. La scienza si pone al centro di un dibattito serrato, che si conclude quasi sempre con l’interdizione di strategie insufficienti e con la proposta di tecnologie sempre più avanzate. La ricerca marcia a velocità supersonica, l’uomo gioca sui tempi, cerca disperatamente la prevenzione, l’innovazione, ma non sa né come né quando la terra manifesterà la sua intolleranza, la sua voglia di cambiamento, la sua rabbia. La terra segue un istinto primordiale, con selvaggia violenza, quasi volesse affermare il proprio primato sull’umanità. I suoi cambiamenti arrivano repentini, scortati da un cielo turchino e da un mare  popolato di rossi coralli. Scarica la sua ira e lascia sul campo terrore e morte. Lo Tzunami ci ricorda che siamo ospiti temporanei, appesi a un filo. Ha ricondotto l’intelligenza ai suoi limiti, ha riproposto con energia la dimensione del tempo e dello spazio, la bellezza degli affetti, ha suggerito all’uomo di impegnare le sue forze per un attimo di felicità, evitando ogni forma di sfruttamento, di cattiveria e di superbia. Ancora una volta l’uomo deve fare i conti con l’infinito, con il mistero, con la propria vita e con l’ambiente che lo circonda. Più della scienza, forse, serve la poesia, un verso di speranza per continuare a credere che tutto sia come prima, come il sogno di un bimbo che esplora, stupito, un cielo grondante di stelle.

LAUDATO SI’, MIO SIGNORE…LA NUOVA ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO

Potremmo dire: “Finalmente”, la voce è arrivata puntuale al momento giusto e ha colto nel segno. Una voce dolce e suadente, ma assolutamente ferma e determinata a risvegliare la voglia di credere nel cambiamento. Quando la politica nazionale, europea o mondiale sonnecchia e non sa più da che parte girarsi per risolvere i problemi dell’umanità, ci pensa lo Spirito Santo, cercando spazio nel cuore e nella mente di un papa venuto da lontano per ricordarci dove dobbiamo guardare per capire cosa dobbiamo fare. C’è chi dice che la Chiesa, sempre in virtù dello spirito, abbia la vocazione naturale a cogliere l’anima dei tempi per cambiarli, per renderli più vicini e attenti ai bisogni della gente. Fortunatamente è andata così: da una parte un mondo in preda a una schizofrenia congiunta, dall’altra Francesco con la sua tranquillità morale, capace di oltrepassare i muri con la sua politica delle cose normali, quelle che non muoiono mai perché sono parte integrante del capitale umano, ereditato dai padri delle chiesa e dai santi. E come dubitare dell’attualità dei santi, dell’universalità del loro messaggio?. E’ proprio così che sant’Ignazio di Loyola e Francesco d’Assisi hanno riunito le loro forze. Forze uniche e straordinarie, che hanno cambiato la faccia del mondo con il loro contenuto di risveglio umano. Come non capire quindi che la felicità è a portata di mano e che basta poco per prelevarne almeno una fetta. E’ così che il “parroco” argentino, mezzo italiano, rispolvera la storia, andando al cuore del problema nel momento in cui la storia stessa sembra proporre le sue parti peggiori legate alla guerra, alla violenza, alla corruzione, a prevaricazioni di ogni ordine e grado. E’ così che da una curia romana un po’ allo sbando spunta fuori la figura immensa di un papa ecologista che s’immerge nello spirito del mondo uscendone con una speranza che va oltre le speculazioni  e gl’interessi. Se ne esce con un’ enciclica che coglie le aspirazioni universali e le converte in un’ idea di mondo e di vangelo assolutamente grandiosa, mai tentata prima, neppure da papi giramondo che avevano fatto del loro peregrinare una missione evangelizzatrice e consolatrice. Un’idea in cui il mondo non è più solo quello uguale a noi, ma una realtà circolare nella quale ognuno riveste un compito preciso, indipendentemente dal colore della pelle o dalla lingua parlata. Francesco ha disegnato un cerchio includendo tutti, impegnati nell’immenso restauro della casa comune, quella che il padre eterno ha consegnato all’uomo perché potesse goderne  la straordinaria bellezza. Nello spirito del santo di Assisi, il papa argentino colloca un’immensità da restaurare, uscendo da schemi usuali di divisioni politiche, religiose, economiche e finanziarie. E’ come se, con la nuova enciclica,  Francesco dicesse all’uomo: basta con gli spazi protetti, con i muri e le diversità, basta con l’idea che ci possano essere razze elette e razze bastarde, la razza è quella umana e a lei spetta il compito di mettere mano al buon senso perché si senta protagonista di una grande trasformazione e insieme possiamo cambiare il mondo, restituendolo alla sua bellezza. La nuova enciclica è un monito all’ indifferenza, alla negazione dei problemi, alla rassegnazione comoda, alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Neppure il più grande dei filosofi avrebbe potuto avere una simile intuizione, così ampia, così bella, così nuova, così rigenerante. Si tratta di una filosofia che non ha bisogno di grandi costrutti speculativi, di avvitamenti strani, di particolari interiorizzazioni culturali, perché corre nelle aspirazioni umane, nella voglia di mettere fine a tutto ciò che è muro, distruzione, negazione e inciviltà.  Nella nuova summa ambientale Francesco delinea le motivazioni che lo hanno spinto a ridisegnare il pianeta della rinascita, partendo dalla preoccupazione per la natura, da una maggiore giustizia verso i poveri, da un impegno nella società, dal ritrovare una pace interiore. Rimette tutti in movimento e non c’è aspetto della vita comunitaria che non rientri nel suo ambizioso progetto di rigenerazione ambientale, per regalare a ciascuno una speranza in più. E’ come se all’improvviso respirassimo quel sapore  fatto di umanità risorta, capace di camminare per le vie del mondo senza dover elemosinare la propria condizione di vita. Papa Francesco chiama dunque alla sinergia mondiale. Niente più steccati o pregiudizi, ma avanti per una solidarietà universale, per uno sviluppo sostenibile e integrale, per una sempre più stretta collaborazione tra scienza e religione, in nome di una ritrovata centralità degli esseri umani e delle loro necessità. Ecco la vera forza di una grande religione, quella di sapersi rinnovare per rinnovare il mondo.

Queste riflessioni vogliono essere un contributo personale alla bellezza di un mondo che spesso viene sfregiato e maltrattato, ma soprattutto vogliono essere uno stimolo a fare qualcosa di buono per proteggerlo e valorizzarlo come merita, perché è la nostra casa, quella in cui viviamo quel preziosissimo dono che ci è stato concesso: la vita umana.

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