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Giovanni Battista Montini, un dialogo aperto sul mondo.

Le sue idealità e le sue speranze

di Felice Magnani

A chi mi domanda perché ho scelto di scrivere di Montini rispondo che è stato capace di farmi riflettere sulla mia condizione umana in uno dei momenti più difficili della storia, quello in cui diventa difficile essere coerenti, attenti, umanamente ancorati a valori che abbiamo appreso da genitori seri e da educatori ricchi di fede e di speranza. Paolo VI mi ha insegnato a pensare, a chiedermi il perché delle cose, mi ha fatto capire che la storia non è sempre scontata, inamovibile, ma è fonte di stupore e di conoscenza, di ricchezza e di conoscenza continua, mi ha insegnato che l’amore di Dio non è cosa dogmatica, ma scoperta , capacità di entrare in sintonia con la sua intelligenza, con la sua bellezza, perché non c’è nulla di scontato nella sua rivelazione. Grazie a Montini ho capito quanto grandi siano i doni che abbiamo ricevuto, quanto grande sia l’azione conciliativa di una Chiesa che cammina al passo con l’uomo e la sua ansia di scoperta e di rinnovamento. Ho capito la fragilità umana, ma anche la forza di una fede straordinariamente bella, capace di introdurci nell’intelligenza divina e nelle sue leggi. Di Montini ho apprezzato la modernità del suo pensiero, sempre proiettato verso il futuro senza mai negare il presente, la sua capacità di saper cercare risposte a un mondo in costante evoluzione sotto l’aspetto umano, scientifico, razionale e religioso. Un uomo e un papa che ha saputo impostare una Chiesa meno legata al potere, meno vincolata ai suoi privilegi, un papa che ha voluto portare fino in fondo il Concilio Vaticano II con le su riforme sostanziali al servizio del popolo, mantenendo saldo il timone di una fede proiettata verso il futuro.  

 “I rapporti tra gli uomini devono essere rapporti di amore..”.

“...Lasciamo in questo momento che un flusso di carità inondi i nostri spiriti e li renda buoni e felici. Purifichiamo il nostro cuore da ogni rancore, da ogni spirito di astiosità e di vendetta, di emulazione e di odio. Di odio soprattutto, perché questo ci è stato predicato come se fosse una forza costruttiva e indispensabile; per agire fortemente, si è detto, bisogna odiare. Non è vero. Quando si è predicato l’odio si è predicato l’egoismo, si è preparata la lotta, si è accettata la guerra. Quando si è accettato che il più forte possa prevalere sul più debole; si è autorizzato l’uomo a mettersi il suo simile sotto di sé. Quando si è predicato l’odio si è stabilito che i rapporti tra gli uomini debbano essere rapporti di forza, cioè si è predicata la legge violenta e selvaggia della prepotenza. I rapporti tra gli uomini devono invece essere rapporti di amore, di fratellanza, di solidarietà, di bontà e di pace; la carità sola non è capace di generare tali rapporti...”.

Sono le Parole di Giovanni Battista Montini, pronunciate al Sacro Monte di Varese ai lavoratori delle ACLI, nel decennale della loro associazione. E’ il 4 settembre 1955, ma è come se fosse oggi. Sulla montagna di S. Ambrogio e di S. Carlo Borromeo, dedicata al culto della Madonna nera, aleggia lo spirito profetico di un prelato ambrosiano che guarda oltre l’orizzonte delle Prealpi e delle Alpi, a indicare i contorni di un mondo che dovrà costruire il suo futuro sulla forza rigeneratrice di valori come l’amore, la fratellanza, la bontà e la pace, convinto che la carità da sola non sia sufficiente a compiere il miracolo. Dal Sacro Monte il messaggio è scandito con quella fermezza che è stata la caratteristica dominante del suo magistero. Contro la lotta di classe, contro chi alimenta l’odio, chi semina zizzania, contro una politica incapace di guidare gli uomini verso forme di paterna benevolenza e di reciproca comprensione per la realizzazione del bene comune, si leva la parola di un vescovo destinato a reggere i destini del mondo cattolico in uno dei periodi più complessi della sua storia. E’ un Montini che parla a dei lavoratori giovani, a persone che vivono le contraddizioni di una vita non sempre in sintonia con le loro aspettative, persone che incontrano quotidianamente le incongruenze umane dell’esistenza, in molti casi subendole. Parla da un luogo consacrato al culto mariano, che ha rilanciato i valori di un cristianesimo umanizzante in uno dei momenti più difficile della sua storia. Sant’ Ambrogio: l’argine all’eresia ariana. San Carlo Borromeo: la Controriforma cattolica. Due pilastri delle virtù cristiane ambrosiane che sono partiti dal Sacro Monte di Varese per riannodare i fili di un cristianesimo depredato delle sue spinte sacramentali. Giovanni Battista Montini continua l’opera di organizzazione della Chiesa post-conciliare, alla luce di una storia che si rinnova e che rinnova. Il lavoro è il punto di partenza di una rete di relazioni che ha sviluppi di vario ordine e grado nella vita dei cittadini e delle società. In una Varese caratterizzata da una spinta imprenditoriale geniale e creativa, Montini stimola e comprende, consiglia e si domanda, cerca di orientare perché non ci si lasci irretire dalle innumerevoli sfumature negative che il mondo del lavoro porta con sé. L’odio ha sempre generato violenza, ha messo l’uomo contro l’uomo. E’ contro questa ascesa progressiva del male che il futuro papa oppone quei valori umani che la fede conserva puri e inossidabili dall’erosione degli eventi. Partire dal passato per organizzare meglio il presente, vivere la modernità in tutti i suoi aspetti, caricandola sempre di nuovi stupori e di illuminazione divina. E’ così che Montini, mantenendo fermi alcuni punti istituzionali del sistema borromaico, passa alla riflessione sulla storia che corre e che ha assolutamente bisogno di essere compresa, ascoltata, rispettata e collocata. Varese con la sua creatività e con la sua ben conosciuta civiltà del costume diventa un punto di partenza per ricomporre un mondo attraversato dal vento di un profondo e radicale cambiamento.

Ecco come Giovanni Battista Montini definisce il termine “cristiano”:

“...Cristiano vuol dire fratello: ogni offesa alla fraternità è un torto che deve essere rimediato. Cristiano vuol dire libero; vuol dire uomo sottratto alla schiavitù dell’oppressione, della fame, del timore. Questa libertà vi è dovuta. Cristiano vuol dire civile; e perciò voi siete chiamati alla conquista del progresso, della scienza, della prosperità, della vita moderna. In altri termini: non un freno, ma un impulso a voi è dato dalla vostra professione religiosa; e ciò che si è chiamato <la formazione> del popolo lavoratore trova nell’osservanza della dottrina cattolica la sua via giusta, la sua forza migliore...”.

Il cristianesimo non è freno, ma forza rigeneratrice. Essere cristiani non significa retrocedere di fronte alle nuove frontiere della conoscenza e della storia, ma esserci con la convinzione di chi coltiva dentro di sé la maturità della libertà cristiana, la visione profetica del mondo. Montini riparte dalla missione dei padri della Chiesa, che hanno saputo trasformare la schiavitù fisica e mentale in una condizione di armonia e di libertà vera e profonda. Il riferimento è a quel Cristianesimo nato per liberare l’uomo e umanizzare le società, per restituire all’essere la sua dignità, il senso profetico di una storia che diventa rivelazione quotidiana e che come tale richiede costantemente di essere visitata, verificata, interpretata e promossa. Montini parla di formazione del popolo lavoratore, consapevole che le sfide si vincono se c’è una forte preparazione di base, se chi le sostiene ne comprende l’importanza, la consistenza, la finalità. Si tratta di un Cristianesimo perfettamente inserito nella storia, non timoroso, difensivo, ma capace di sostenerne le spinte, di qualificarne i cambiamenti. Montini parla di un Cristianesimo che sa cogliere le innovazioni della scienza, che si misura, che non indietreggia, che non si lascia sopraffare, che vive le sue nuove identità senza dimenticare mai di essere l’interprete principale delle virtù divine. E’ un nocchiero che sa orientare la Chiesa proprio mentre l’uomo tenta di sottrarla alla sua rinascita conciliare. C’è in lui il senso vero e profondo dello spirito che informa e sospinge, che apre le porte di una storiografia nuova, capace di camminare con la gente e le sue aspirazioni, di andare oltre le barriere e gli steccati che ne hanno impedito l’evoluzione.

Ecco come Giovanni Battista Montini delinea l’essere cattolici:

“...Mostrate ai vostri avversari, ai nostri critici, ai nostri stessi concittadini, pieni di pregiudizi verso i cattolici e pieni di esigenze verso di loro, che appunto i cattolici sono uomini diritti, galantuomini coscienti, incapaci di mentire e di nascondere sotto il paravento religioso discutibili interessi privati; fate vedere che i cattolici sono leali, sono intransigenti per sé e per gli altri, quando si tratta dei principi e del bene pubblico; ma sono comprensivi, rispettosi, tolleranti, per chi non ha avuto la fortuna di condividere le loro idee. Fate con la vostra vita integerrima e benefica la difesa del nome cattolico; e poi, se occorre, vantarvi, che col chiamarvi clericali il mondo mostri d’intuire che dalla vostra fede e dalla vostra adesione alla Chiesa voi attingete la vostra forza e nobiltà morale...”.

Montini è educatore sempre, soprattutto nei momenti difficili, quando l’uomo pensa di sostituirsi a Dio, richiamandolo all’umiltà della condizione umana. L’appello all’idea come sviluppo umano del pensiero, come certezza trainante, come strumento d’indagine e di conoscenza, come fonte di libertà, si oppone al dilagare del perbenismo e del qualunquismo, al passivo asservimento al materialismo e alle sue utopie. Di Montini sorprende la positività che antepone sempre al giudizio, la capacità di trovare sempre l’aspetto buono della verità, anche quando è scomoda e sostenerla richiede coraggio. Nella sua profetica visione della vita c’è l’idea, la sua forza rigeneratrice, la certezza che la libertà dell’uomo è tutta nella sua capacità di credere, di portare avanti con coraggio quei valori che hanno contraddistinto la rivoluzione cristiana della storia. Conferma questo concetto parlando ai giovani lavoratori varesini al Sacro Monte di Varese:

“...E’ l’idea che guida l’uomo. E’ l’idea che gli dà la nozione delle cose e degli scopi da raggiungere. E’ l’idea che genera la forza dell’uomo. E’ l’idea che fa l’uomo militante. Un uomo senza idea è un uomo senza personalità. E’ l’idea la fonte della libertà. Non dimentichiamo la parola di Cristo: la verità vi farà liberi. Per l’idea si vive, per l’idea si combatte, per l’idea si muore...”.

Fa appello a un Cristianesimo capace di portare fino in fondo la propria cultura e la propria fede, animato dallo spirito combattivo di chi non si lascia travolgere dal male, di chi lo combatte a viso aperto, soprattutto quando lottare significa pagare di persona, affrontare in campo aperto il deserto, la solitudine, l’incomprensione, l’odio, per affermare la bellezza dell’amore di Dio, il grande mistero della salvezza. La libertà – afferma Montini – è dentro di noi, perché Cristo ce l’ha restituita con la sua morte in croce. La libertà è nel cuore dell’uomo, nella perseveranza cristiana, nell’essere se stessi sempre, senza mai cedere alle lusinghe dell’ambizione e del potere. Cristo ha liberato l’uomo dalla schiavitù del peccato, lo ha reso libero dal male e dalle sue persecuzioni. E’ alla figura di Cristo e alla tenerezza di Sua madre che Giovanni Battista Montini affida le speranze del mondo. Credo che il prelato bresciano abbia voluto sottolineare il valore fondante dell’idea come principio, come elemento costituivo e distintivo della natura umana, della sua volontà di dare sempre e comunque un senso vero e profondo alla vita.

LO STUPORE DI GIOVANNI BATTISTA MONTINI

“Chi sono io?”.

“Cosa faccio?”.

“Cosa dovrei fare?”.

In un mondo che perde di vista i valori, si tende in tutta la sua genuina e vibrante freschezza la voce di Giovanni Battista Montini, il papa che ha sempre cercato di trovare una via d’uscita ai drammi e alle preoccupazioni del mondo, senza mai perdere la fiducia nell’uomo e nella forza rigeneratrice della fede. La sua profetica vocazione alla speranza è espressione di una natura attenta, confortata dalla fede in un cattolicesimo che sopravvive ai crolli esistenziali. Montini non si sente maestro, ma discepolo. A trentaquattro anni dalla morte la sua voce resta un autorevole richiamo alla paternità di Cristo e alla maternità di Maria, invito ad osservare e a vivere il mondo con religioso realismo. E’ in questa visione che prendono forma i suoi stupori e i suoi perché. E’ il Montini umano che piace alla gente comune, quella che rimane ancorata alla fede anche quando soffia il vento del pessimismo. Ecco l’umiltà della condizione umana del sacerdote:

“Perché più che essere maestro in questa materia io mi sento ancora tanto, tanto bisognoso di apprendere e tanto impari all’immensità del compito ed alla gravità dei doveri che mi sono imposto così che tremo sempre tutte le volte che devo leggere nella mia anima chi sono io, che cosa faccio, che cosa dovrei fare”.

Queste parole, proferite in una omelia nella Basilica di San Vittore a Varese il 26 maggio del 1963, sono espressione di una Chiesa in cammino alle prese con le contraddizioni di una società che muta rapidamente.

“Chi sono io?”.

Montini si pone delle domande. Avverte la difficoltà umana della conoscenza, sente la necessità della relazione, è mosso dalla volontà di comprendere i segni dei tempi. Fa capire che essere umili non vuol dire essere deboli, ma ritornare alle radici della fede, ritrovare e riannodare lo spirito dei tempi con quello della rinascita cristiana e che l’indecisione può essere il primo passo verso una nuova e più alta forma di conoscenza. C’è una forte reminiscenza socratica, il richiamo a quel conosci te stesso che ha posto in essere lo spirito nuovo della filosofia greca, la sua ansia di trovare rapporti e relazioni tra la condizione umana e la sua collocazione spazio/temporale. L’umiltà di Montini è energia intellettuale, approccio etico di chi sa vivere la grande missione, pur nel riconoscimento umano dei propri limiti e dei propri errori. A tratti si sente impreparato all’immediatezza di una risposta, ma questa sua ricerca ce lo fa amare e questo sua immensa fatica lo rende uomo tra gli uomini.

“Cosa faccio?”.

E’ l’interrogativo nobile di un prelato che si interroga sulla via da seguire per rispondere al rapido susseguirsi di eventi in un mondo che corre, in molti casi senza lasciare neppure il tempo di pensare. Montini avverte tutto questo con grande stupore e si chiede drammaticamente come sia possibile dare risposte certe. E’ lo smarrimento materiale che prelude al rilancio di una spiritualità che si lega alla materia per arricchirla di nuova sostanza. Il soffio innovativo del Concilio Vaticano Secondo è quello di offrire al mondo una lettura della storia che permetta alla Chiesa e al mondo di poter definire meglio il sostegno elettivo ai nuovi cambiamenti. Giovanni Battista Montini s’ interroga continuamente e in questo personalissimo percorso introspettivo c’è tutta la forza temporale del suo smarrimento.

“Cosa dovrei fare?”

Vive uno dei momenti più complessi e difficili della vita della Chiesa e della società italiana, quello in cui tutto sembra sfuggire di mano, così repentinamente soggetto a trasformazione. La visione profetica della Chiesa dibatte all’interno di una temporalità ampia e articolata, dove spesso l’uomo rivendica forme improvvise e arbitrarie di libertà personale. Ci troviamo di fronte a un conflitto di libertà, a una ricerca costante di mediazione tra verità di fede e verità scientifiche, tra evoluzione, progresso e tradizione. Ci sono innovazioni che rompono armonie prestabilite, che mettono in discussione l’organizzazione stessa di alcuni capisaldi della cultura cattolica. La Chiesa è costretta a rincorrere una realtà che muta rapidamente e che in molti casi trova impreparati persino gli stessi suoi ministri. Il Concilio giovanneo ha segnato un cambiamento radicale nella cultura, nei comportamenti e nei modi di insegnare e di vivere la religione. La Chiesa avvalla la sua universalità di pensiero e idealità, accentua il suo slancio missionario, spostando fuori dai confini dello Stato Vaticano lo spirito e la sostanza della sua vocazione evangelizzatrice. Il pensiero religioso è costretto a confrontarsi con il pensiero laico globale, cercando di dare un senso nuovo alle aspirazioni umane. La società italiana esprime i suoi fermenti ponendo in essere una dialettica dell’incontro/scontro che campeggia nei vari settori e campi della società: scuola, università, famiglia, lavoro, società civile, stato e nella politica, proponendo situazioni in molti casi contrastanti con la tradizione piuttosto dogmatica della tradizione. Molta parte della nuova condizione umana si gioca nel sociale, dove le diversità spesso si impregnano di faziosità, di demagogia politica, di ideologizzazioni estreme. E’ in questa turbolenza che Montini si muove, pensa e opera, cercando di stemperare le contrapposizioni e le incomprensioni alla luce della nuova evangelizzazione post-conciliare. Diventano più ravvicinati i suoi rapporti con il mondo del lavoro, nei confronti del quale mantiene una comunicazione ed un interesse molto elevati. L’espressione “arcivescovo dei lavoratori” non è un’invenzione politica per accaparrarsi le simpatie della classe operaia, ma espressione della meraviglia umana che Montini prova nei confronti di chi lavora quella materia che è figlia del principio divino della creazione. C’è in Montini la preoccupazione che un eccesso di euforia da conquista possa far passare in secondo piano il livello etico e morale o addirittura che il materialismo possa sottomettere la forza umanizzante della spiritualità, permettendo all’uomo di rompere quell’armonia sulla quale la cultura cristiana ha costruito la salvezza. Il tema dello stupore si riafferma nel suo discorso alla festa della Leva del lavoro aclista il 20 luglio 1958, al Sacro Monte di Varese, dove ricordava come, entrando nel mondo del lavoro, fosse importante:

“…vedere il fatto che sorprende la vostra vita alla vostra giovanissima età...Dove andrete? Come si qualificherà la vostra esistenza entrando nel mondo del lavoro? Cosa fate, che cosa farete?”

Afferma il cardinale Carlo Maria Martini in <Lavoro ed economia in G.B. Montini arcivescovo di Milano (a cura di Adriano Caprioli - Luciano Vaccaro – Morcelliana>:

“Per Montini, quindi, l’approccio al mondo del lavoro, dell’economia e dell’impresa – che egli anzitutto “ama” conoscere – è caratterizzato da un’appassionata attenzione ai suoi risvolti personalistici e umani, presi in esame sempre confidando nella capacità e nell’importanza della ragione, come luogo meno inadeguato di dibattito della questione sociale e di promozione della pace sociale. Nella medesima linea , il suo atteggiamento pastorale si fa anche riconoscimento commosso del lavoro svolto dalle persone...”.

1MdL, p. 110

Il lavoro dunque è sorgente di ricchezza: ricchezza materiale e ricchezza spirituale. Nel lavoro l’uomo realizza una parte fondamentale dei suoi bisogni umani, col lavoro consolida la sua vita famigliare, il suo bisogno di esprimere la propria vocazione creativa. Montini sa perfettamente che non sempre il lavoro risponde alla domanda di libertà dell’essere umano, in molti casi infatti è subordinazione, alienazione, distacco, violenza, schiavitù morale e materiale. Montini sa che i pericoli di un condizionamento esistono. Il lavoro può esaltare le qualità umane o abbruttirle, può nobilitare la persona o trasformarla in una creatura senz’anima. Il pericolo di una robotizzazione dell’essere umano, di una sua materializzazione sono molto presenti nelle sue preoccupazioni ed è per questo che viaggia nelle fabbriche, che parla di lavoro agli operai e ai giovani, sapendo che proprio i giovani sono le creature più esposte alla prepotenza della demagogia imprenditoriale, politica e sindacale. E’ verso i giovani che estende la sua paterna benevolenza, consapevole che possano perdere i loro entusiasmi, la loro passione, le loro idealità, la loro libertà e la loro spontaneità. E’ ai giovani che rivolge spesso le sue parole più calde e vibranti, per metterli in guardia, per salvaguardare la loro innocenza e la loro generosità. E’ contro il mondo della massificazione e della sottomissione ideologica che Giovanni Battista Montini conduce la sua battaglia, portata avanti sempre con il suo nobile rispetto per gli uomini e le loro scelte. Montini sa perfettamente che il lavoro può essere il miracolo vero di una rinascita, ma è altrettanto convinto che uomo e lavoro debbano armonizzarsi, debbano trovare il giusto equilibrio, dignità reciproca, quel rispetto che garantisca a ciascuno un’ evoluzione positiva che ravvivi l’umanità nell’esercizio dei diritti e dei doveri. Montini sa che il mondo delle relazioni sociali non sempre è sorretto da comportamenti di reciproca stima, di rispetto della condizione umana, di una condivisione umanitaria della vita. Spesso le relazioni risentono di pregiudizi che ne frantumano l’armonia. E’ in questa direzione che la sua filosofia alza il “tono”, pur sempre persuasivo, amorevole e attento. Si tratta della preoccupazione morale di chi si batte perché nella città degli uomini si lavori per costruire la città di Dio. Montini è l’uomo della Provvidenza, l’educatore che vede con gli occhi dell’anima e del cuore, ma anche animato dallo spirito di una ragione attenta, capace di andare oltre, di parlare il linguaggio fermo e rassicurante di un padre che ama moltissimo i suoi figli, soprattutto quelli più lontani. Sa che i tempi sono difficili, che i cambiamenti non sempre sono dettati da una visione chiara, pacata e coerente, che bisogna cancellare ogni forma di schiavitù e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sa che il lavoro si presta a vari tipi di strumentalizzazione. Per questo si batte. Per questo va nei luoghi di lavoro e cerca il confronto diretto per intensificare la forza persuasiva della comunione cristiana, per stabilire un’armonia tra mondo del lavoro e mondo religioso, per tentare di dimostrare che i nostri mondi s’incontrano anche quando sembrano lontani. Crea un dialogo aperto con gli operai, con gl’ imprenditori e con le forze sociali che si occupano di lavoro sotto il profilo materiale, morale, educativo, politico e sindacale. Parlando ai giovani esprime il suo dubbio:

“Come si qualificherà la vostra esistenza entrando nel mondo del lavoro?”.

E’ seriamente preoccupato per come i giovani sapranno gestire la loro vita durante l’esperienza lavorativa. Nella Milano del lavoro, l’arcivescovo cerca di contemperare le diverse spinte che si agitano nel cuore dell’uomo. Lo fa con quella propensione maieutica e propedeutica che è parte integrante della sua formazione umana e religiosa. Il lavoro deve sviluppare le risorse e i talenti, deve dare spazio all’intelligenza creativa, ma non deve far perdere di vista i valori che stanno alla base dell’avventura umana, in particolare la famiglia. Ieri come oggi varie forme di sfruttamento minano gli entusiasmi, i licenziamenti piovono sulle famiglie senza pietà alcuna, lasciandole nella tristezza e nella disperazione. In molti casi gli atteggiamenti imprenditoriali non sono coerenti con la filosofia dello spirito cristiano. Montini cerca di trovare risposte sagge e adeguate. Si trasforma lui stesso in “imprenditore” con l’istituzione di opere e servizi a protezione del lavoratore. E’ rileggendo le sue meraviglie e i suoi stupori che impariamo a capire quanto sia importante l’essere umano e quanto la cultura cattolica sia stata e sia determinante al sostegno materiale e morale del mondo. Montini sa che i giovani vanno capiti, aiutati, esortati, onorati, valorizzati, condotti con cura ad amare il lavoro come strumento di edificazione morale e materiale, come base sulla quale appoggiare il sogno profetico delle virtù cristiane. E’ bellissima la sua espressione alla Festa della leva del lavoro aclista, del 20 luglio 1958 (in MdL, pag.112; il discorso occupa le pp. 110-114):

Che cosa vi serve chiamarvi col tal nome o col tal altro, entrando nel campo del lavoro? Si potrebbe dire: “Non serve a niente”, e invece voi sentite che portando il vostro nome nel campo del lavoro portate la vostra coscienza, la vostra persona, il ricordo della vostra famiglia, e i collegamenti che voi avete con la società”.

E poi ancora (Ibid., pag. 113):

“Troverete tanta amarezza, tanto rancore, alcune volte della rabbia, alcune volte dello sdegno, quasi sempre della volgarità nel mondo del lavoro in cui entrate; specialmente dove il lavoro è materiale e pesante troverete tante insidie; ebbene, se conservate l’anima luminosa di fede e di speranza cristiana, voi invece potrete diffondere in tutto questo vostro nuovo campo di vita, una certa serenità, una certa allegria, una certa gioia: la gioia di lavorare non soltanto per dei fini immediati ed economici, ma di lavorare per la vostra vita, di lavorare per il vostro perfezionamento, proprio per compiere questo dovere che vi allinea sopra il cammino che conduce da questa terra al destino eterno a cui la vostra esistenza è destinata e diretta”.

Profetiche le parole di Montini. Spesso chi entra nel mondo del lavoro incontra amarezza, rabbia, umiliazione, solitudine, odio, invidia, trascuratezza, sfruttamento, sottovalutazione, volgarità e mancanza di rispetto. In molti casi i lavoratori vengono trattati con disprezzo, inseriti e poi licenziati senza giusta causa. I nostri ragazzi entrano animati da fede e speranza e a volte ne escono abbruttiti, depressi e frustrati. Entrano sperando di costruirsi una famiglia, una vita dignitosa e ne escono con la certezza che dovranno mettere da parte i loro sogni e le loro speranze. Entrano con il sorriso sulle labbra e ne escono con i visi segnati dallo stupore della crudeltà. Spesso il lavoro, invece di essere consolidamento e potenziamento della dignità umana, diventa omertà, privazione, incertezza, impossibilità, coercizione e violenza. In molti casi l’uomo torna ad essere quello delle caverne, che vede nel suo simile un nemico, barriera da aggirare e da abbattere, ostacolo alle sue ambizioni. Ieri come oggi si avverte con prepotenza la mancanza di una cultura della vita umana, di una cultura del lavoro, di una cultura del rispetto, quella stessa cultura che Montini cercava con forza di capire e valorizzare nelle sue varie forme. L’uomo sfida Dio. La vita non è più il bene assoluto. Viene a mancare l’anello di congiunzione e ognuno vive una propria identità, sospeso nell’effimero quotidiano, come se il mondo finisse da un momento all’altro. Alla cultura dell’eternità si sostituisce quella della provvisorietà, alla forza della legge divina si sostituisce la precarietà della legge umana. Secondo Giovanni Battista Montini il lavoro dovrebbe infondere entusiasmo e speranza, essere ponte tra la terra e il cielo, cammino di perfezionamento morale, ma l’uomo si perde, vende la parte migliore di sé al potere, alla crudeltà e al denaro. Il mondo si lascia troppo spesso irretire dalle strategie dell’economia. Nello sviluppo analitico della realtà, il prelato bresciano si domanda: “Ci si è mai chiesti come mai si è arrivati a questo punto? Come mai i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi? Come mai l’uomo perde di vista l’onestà, l’umiltà, il senso della misura, la solidarietà e si comporta come se i fratelli fossero sudditi da spremere e da utilizzare per scopi e fini assolutamente contrari ai valori educanti del Vangelo? Come mai in questa società il materialismo consuma quell’immenso patrimonio di spiritualità che accompagna l’uomo fin dalla nascita? Come mai chi ha il compito di governare lo fa trascurando gl’ investimenti umani e non detta norme ed esempi che possano ricreare un clima di solidarietà umana e di speranza? Come mai l’immobilismo etico pervade la natura umana? Come mai l’uomo non viene invitato a rafforzare la sua facoltà pensante, la sua vocazione alla comprensione, alla conoscenza e alla relazione? Come mai in questi tempi così difficili la voce della Chiesa rimane spesso confinata in spazi gerarchici e istituzionali, invece di camminare e di predicare nelle vie, nelle strade, nelle piazze, in tutti i luoghi dove l’uomo esercita direttamente o indirettamente la sua azione sociale?”. Si tratta di molti interrogativi che aprono le porte di un’ analisi che deve essere introspettiva, retrospettiva e di attualità. Giovanni Battista Montini si rende conto dell’importanza della comunicazione mediale e ne caldeggia il potenziamento, certamente un modo moderno di arrivare lontano, di abbreviare la conoscenza e la relazione. Esiste dunque il problema di una comunicazione che chiama in causa il suo rapporto con la cultura, con le attese della gente, con i suoi problemi, i suoi bisogni e i suoi disorientamenti. E’ il tempo delle nuove elaborazioni, il tempo di capire se chi governa dà risposte adeguate ai problemi concreti della gente. Quali sono le vere necessità dell’uomo di oggi? Forse quelle di recuperare fiducia in se stesso e nelle istituzioni, dalle quali in molti casi si è sentito tradito. Certo il sistema economico ha avuto le sue colpe, ma occorre andare più a fondo, per cercare di capire quali siano realmente le cause scatenanti di questo sistema di corruzione e di disorientamento generale, come mai siano saltati tutti quei valori educativi che sarebbero dovuti essere i pilastri portanti di una comunità forte e matura. E’ anche in questa ottica che occorre posizionare il pensiero moderno di un grande uomo di Chiesa che ha saputo interloquire, vivere, subire e rilanciare in un momento molto difficile della storia italiana. Cosa avrebbe detto e fatto Montini per richiamare in vita il senso della storia, scrollandosi di dosso inutili e alquanto estemporanee preoccupazioni di posizionamenti gerarchici? Forse avrebbe continuato il suo dialogo profondo, libero, serrato, dialettico con il mondo. Proviamo a ripercorrere il senso della cultura cattolica attraverso le parole di Giuseppe Colombo, nel libro, LE DUE CULTURE: UN INCONTRO MANCATO? Con il Chronicon di Villa Cagnola (1947-1996) a cura di Ferdinando Citterio – Luciano Vaccaro – edito da Morcelliana):

“...E’ da riconoscere che la cultura cattolica non si risolve nella teologia; ma d’altro lato, è pure da riconoscere che senza teologia non si dà cultura cattolica. Che cosa è da intendere per cultura cattolica? Pregiudizialmente è necessario riferirsi alla nozione-base di cultura, che notoriamente ha vissuto un’evoluzione, passando dalla nozione <colta> del passato, alla nozione<antropologica> della modernità. Nell’accezione antropologica o moderna, per cultura cristiana è da intendere lo stile di vita e quindi le forme di vita conformi ai principi cristiani; nell’accezione colta, o antica, è da intendere la conoscenza riflessa e coerentemente <critica>, della <verità cristiana>, che le consenta di proporsi al confronto, perché in grado di esibire le ragioni che la legittimano, cioè legittimano la verità cristiana. E’ evidente che lo stile e le forme di vita della cultura cristiana postulano, in linea di principio, la conoscenza delle ragioni della vita cristiana, cioè postulano la teologia, perché proprio della teologia è fornire le ragioni della fede e quindi dell’esistenza/verità cristiana: In questo senso non si dà cultura cristiana senza teologia; mentre la teologia è, in questo senso, finalizzata alla cultura cristiana. Coerentemente con questa prospettiva la vicenda di Gazzada appare emblematica. Non è casuale il fatto che solo intorno al 1960 riesca a definire la propria finalità. Suggerisce che solo allora la cultura cattolica e quindi in radice la teologia cattolica, è nella condizione di fare il salto di qualità, comunque da determinare, che le consente di confrontarsi utilmente con la cultura laica...”.

Continua:

“...L’estraneità di cui soffre la teologia, la espone facilmente e quasi inevitabilmente alle incomprensioni e/o riduzioni; Che cosa è infine la teologia? E’ la visione della realtà – cioè del mondo, dell’uomo, della storia – alla luce della rivelazione e quindi della fede. Nella sua onnicomprensività incontra necessariamente tutte le visioni della realtà – cioè del mondo, dell’uomo, della storia – comunque elaborate dalla intelligenza umana, teorica e pratica; e sulla visione della realtà – del mondo, dell’uomo, della storia – è da fare, almeno secondo l’esigenza intrinseca della cultura cristiana, il confronto con le altre culture e in particolare con la cultura laica...”.

ESISTONO VARIE FORME DI IDENTITA’ TRA CULTURA RELIGIOSA E CULTURA LAICA?. E’ POSSIBILE CHE ESISTANO CORRELAZIONI EDUCANTI NELLE DUE CULTURE?

Come si sarebbero inseriti il pensiero e la voce di Giovanni Battista Montini in questa alternanza di idee e di prese di posizione?

Rileggendo Montini ci si domanda come mai non sia stato possibile conservare o correlare le diverse interpretazioni, che cosa non abbia funzionato nella comunicazione, come mai un mondo fortemente acculturato si sia lasciato irretire da una generalizzazione del concetto di libertà, come mai il tema della famiglia abbia rotto l’unità del mondo cattolico, come mai il mondo cattolico in taluni casi abbia preso le distanze dalla Chiesa e abbia agito sull’onda di una visione politica personale della morale e dell’etica. Forse il pensiero laico ha incontrato una cultura cattolica a tratti confusa e impreparata. In alcuni casi è venuto meno uno dei simboli della cultura cattolica, quel valore della sacralità che aveva impregnato la catechesi cristiana del dopoguerra, che aveva dato un senso superiore alla realtà, proponendola come qualcosa di più importante rispetto alla quotidianità del pensiero materiale. C’è stato forse qualcosa che non ha funzionato nel passaggio dal cattolicesimo pre-conciliare a quello post-conciliare? Resta il fatto che la famiglia, da sempre asse portante del cristianesimo attivo, ha perso il suo potere contrattuale. E’ diventata fragile, incerta, confusa, non ha più saputo ritrovare la sua coesione interna. Il matrimonio e la famiglia sono diventati preda di una legislazione accomodante, avallando varie forme di individualismo. Giovanni Battista Montini ha difeso ad oltranza la famiglia, concedendole il valore umano della storicità. Ha cercato in tutti i modi di arginarne la dissoluzione, aprendo le porte della Chiesa ad una interpretazione più adeguata ai tempi. Montini uomo di cultura è profondamente prete. Sente vibrare dentro di sé quella vocazione pastorale del servizio che lo porta a scegliere di lavorare insieme alla gente, per la gente. E’ soprattutto pastore quando spera che il mondo religioso scenda nelle strade per respirare le attese e le aspirazioni della gente comune, quella che cerca disperatamente una via di fuga alle iniquità perpetrate da coloro che strumentalizzano i valori per sottomettere e opprimere, per impedire che la condizione umana si evolva e si riconosca. Giovanni Battista Montini è grande perché riconosce la sua fragilità, la sua condizione, il suo incessante bisogno di Chiesa. Ogni volta che si approccia al mondo lo fa con la benevola autorevolezza del padre che osserva, vede e comprende che l’umanità ha bisogno di un’armonia e che l’armonia nasce e si sviluppa solo quando ragione e fede si fondono per ritrovare un equilibrio, quando l’essere umano riconosce i propri limiti e si affida alla speranza cristiana come unica e vera forma di emancipazione. Certo non deve essere stato facile per Montini accettare il male e ogni forma di violenza, sorprendersi ogni volta che la storia ha capovolto o stravolto le sue convinzioni e le sue speranze. Come uomo soffre quando deve rimproverare o esercitare la sua cura in nome di Cristo. E’ la parte più drammatica, ma anche più bella della sua pastorale, quella che si lega ai problemi e alle perversioni di una umanità in molti casi preda del fanatismo, della faziosità e dell’arroganza. Soffre e comunica la sua preoccupazione. Afferma che l’unica vera pace è quella dell’anima, quella che sorge dal sacrificio della croce, quella che non si lega al materialismo umano. La grandezza di Montini è nella sua capacità di mantenere saldo il timone della Chiesa in uno dei momenti più difficili della sua storia, che è anche e soprattutto storia umana, storia di uomini e donne che cercano disperatamente una risposta sicura ai loro perché. Anche come successore di Pietro continuerà il suo dialogo umano con i fratelli, vivendo le loro pene e i loro entusiasmi, le loro speranze e le loro delusioni, con l’amore e con l’autorevolezza di un padre e di un fratello maggiore. Anche quando prende posizione lo fa non con l’arroganza di chi sfodera gli artigli del comando o del potere, ma con la razionale ponderatezza di chi deve assolvere un compito speciale e delicato in difesa di quell’ umanità che gli è stata affidata. Un compito ingrato, ma grande nella sua dimensione pastorale. Cercare sempre la via del bene in un mondo versato nella condivisione del male è una grande prova di umanità. Giovanni Battista Montini è un riformatore che va oltre gli ideologismi, le culture, perché sa che quella storia e quelle culture stanno dentro quel grande abbraccio che è l’amore di Dio per le creature. E’ in questa dimensione cosmica che Giovanni Battista si muove, richiamando l’uomo alla sua natura, al suo rapporto con la creazione e con il creatore. Montini spalanca le porte della Chiesa, esce dai confini dello Stato vaticano, per comunicare direttamente al mondo il dono di una fede che promette salvezza, che dà agli uomini la speranza della risurrezione. Drammatica è la Milano delle lotte studentesche e delle lotte sindacali. Montini attraversa come un nocchiero l’oceano delle tempeste: gli anni di piombo, l’uccisione di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e grande amico degli anni della FUCI. Il suo papato è tra i più imprevedibili e turbolenti della storia. Ha condotto con amore e intelligenza la sua nave, è stato un nocchiero abile e generoso. La sua voce profonda ha sempre cercato tutti anche nei momenti peggiori, ha fatto sentire a tutti il sostegno della parola di Cristo. E’ il Papa che viaggia sulle orme di San Carlo Borromeo. Come afferma Giorgio Rumi in LAVORO ED ECONOMIA IN G.B. MONTINI ARCIVESCOVO DI MILANO a cura di Adriano Caprioli e Luciano Vaccaro:

“Quando G.B. Montini inizia il suo servizio episcopale in terra ambrosiana, non può non misurarsi con il suo più illustre predecessore, Carlo Borromeo. E’ infatti nella tradizione religiosa e civile della terra ambrosiana, Carlo Borromeo ha rappresentato da quattro secoli un punto di riferimento sicuro, da cui si può trarre, in ogni situazione, un ammaestramento decisivo ed una norma certa. Mentre Ambrogio si colloca in un passato ben più remoto, quasi fisicamente legato alla prima successione apostolica, alla evangelizzazione stessa dell’area cisalpina, il grande vescovo del Cinquecento lombardo ci parla direttamente, attraverso un’infinità di memorie artistiche ed edili, di prescrizioni liturgiche e pastorali, di segni lasciati nel ricordo popolare...Davvero, in moltissimi luoghi si può dire san Carlo è passato di qui. Egli è stato portatore di un modello compiuto di convivenza, che si estende dalla vita religiosa all’urbanistica, dai rapporti produttivi alle strutture sociali. Quella che ha avuto in mente era una nuova civica, che si apparenta, a questa stregua, a svariate città ideali del suo secolo. E in ogni caso, a lui i successori si sono potuti rifare: la sua ecclesiologia – almeno in linea di principio – è rimasta intatta, insuperata la libertas Ecclesiae da mantenersi, per quanto possibile nei confronti delle autorità civili variamente succedutesi nell’indifesa Milano; il clero stesso, perno dell’edificio borromaico, è stato forgiato, in sostanza, sul modello da lui elaborato, fino ai giorni nostri. Ancora a metà del Novecento, san Carlo ha rappresentato non solo il tipo ideale di vescovo, ma la fonte più importante della sostanza ecclesiale ambrosiana, la messa in atto più incisiva ed autorevole dei dettati della Riforma cattolica. E’ Giovambattista Montini a superarte il crinale dell’apologetica, ad inoltrarsi, con vigile risolutezza e con responsabile trepidazione, sul terreno di una commisurazione di quell’antico modello alla realtà contemporanea. Non è l’approccio montiniano, animato da quell’ansia di consenso attualistico, dalla penosa rincorsa epocale che deforma e guasta, irreparabilmente, le intenzioni migliori e la ricerca doverosa dell’intellegibilità e del mutamento esistenziale. La sua rilettura critica è fortemente segnata da rispetto ed affezione, senza traccia alcuna di quella sicumera con cui di recente, dopo tanto ripetitivo tradizionalismo, ci si è volti alla fede dei Padri. Montini vuole capire lo scenario complessivo su cui si dispiegava quell’azione episcopale, vuole valutarne i risultati con pacatezza, vuole ripensarne l’applicabilità, e addirittura la validità alle situazioni di questo secolo. Altro è dunque la comprensione storica di quella esperienza che dev’essere piena e approfondita, altro è l’adeguatezza ai problemi moderni. E’, insomma, un approccio metodologicamente corretto e insieme ineccepibilmente moderno, cui non fa velo l’ipoteca ideologica e il particolare progetto ecclesiale. La conclusione cui perviene è la sorprendente attualità della lectio borromaica. Certo, non più di norma si tratta: all’arcivescovo Montini interessa, ben più del dispositivo specifico della prescrizione carolina, lo spirito delle leggi, secondo una distinzione non opportunistica, tra forma e sostanza, accompagnata spesso da una lieve ma efficace ironia sul mutare delle condizioni storiche, dei costumi, delle mentalità collettive. E per quattro anni, fra 1955 e 1958, l’anniversario di san Carlo è ricordato con una riflessione senza precedenti sulla validità del suo insegnamento”.

 NELLA SPERANZA DI UN EDUCATORE C’E’ SEMPRE UN <PERCHE’?>

Perché?

Si dice che i bambini intelligenti chiedano spesso perché ai propri genitori, per capire meglio la realtà. Non è sempre facile dare risposte semplici, chiare ed esaurienti, ma il tentativo deve essere fatto, soprattutto per abituare i giovani ad approfondire, a capire, a entrare nel meraviglioso mistero di qualcosa che stupisce e sfugge.

Chiedersi perché, è compiere un primo passo, mettersi in cammino, cercare con la curiosità di chi vuole capire, rendersi conto di che cosa ci sia nella bellezza di un’ azione, di una parola, di un’ immagine, di un racconto o di una storia. E’ la volontà che si muove e che muove il mondo.

Perché?

E’ l’atteggiamento di chi vuole comprendere, di chi vuole ampliare la propria conoscenza, di chi non si ferma di fronte alla bellezza dei misteri, è la proiezione causale di un cuore che naviga nel mare della vita per continuare a credere nella sua immensa e straordinaria vitalità.

Il perché di Papa Montini è l’interrogativo causale dell’umanità, che conserva la giovanile purezza e il candore di un bambino che si stupisce di fronte alla realtà, una realtà che muta, si trasforma, evolve, cercando sempre nuove vie di realizzazione, organizzazione e affermazione. E’ l’incipit della storia, la chiave di lettura di una Chiesa che guarda al passato per vivere il presente e le sue proiezioni future. Tutto, nel pensiero e nell’opera di Montini si muove all’interno di un’ armonia nella quale l’umano e il divino si contendono, si distendono, si compongono, si cercano, s’ interrogano e si armonizzano, per preservare quei valori universali sui quali si fonda il magistero educante della Chiesa di Roma. Non è facile per un Papa armonizzare la storia umana, così come non è stato facile per Gesù Cristo accettare il giudizio severo degli uomini, l’offesa, il processo, la morte in croce, ma era il passo voluto per permettere all’uomo di potersi salvare. Il cammino di Giovanni Battista Montini è profetico, anche quando la profezia è passaggio di stupori e sorprese, di imprevisti che costringono a rivedere la storia, a fermarla, a inseguirla, a interpretarla, a evincere sensi e controsensi, passaggi difficili da individuare, conservare, restaurare e rinnovare. E’ la difficoltà umana che precede la liberazione dalla schiavitù, l’attimo di incertezza che precede la consapevolezza finale.

Il perché di Montini ci fa sentire più che mai in cammino, nel solco di una tradizione che accomuna le nostre vocazioni più elevate, quelle che si legano alla parte intima della natura umana.

Il perché di Montini è confortante, ci fa sentire bisognosi di sapere e allo stesso tempo accresce l’entusiasmo per la vita. E’ un perché che non lasciare nulla di umanamente intentato. E’ un perché a volte drammatico, che condanna l’uomo al dolore e alla sconfitta umana, per ritrovare Dio. E così Giovanni Battista Montini affronta la sua missione con la consapevolezza di chi è ben consapevole di avere grandi responsabilità verso l’umanità. Entra nel mondo con la curiosa fermezza di chi sa di dover portare la lieta novella del buon pastore che s’ interessa alla vita del suo gregge. Oggi più che mai i perché di Papa Montini assumono una valenza profetica nell’impegno di chi osserva e opera nel mondo con intraprendenza, audacia e determinazione, senza lasciarsi travolgere dal potere del progresso.

I <perché> di Giovanni Battista Montini nell’enciclica, GAUDIUM ET SPES:

“L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività dell’uomo, su di esso si ripercuotono, sui suoi giudizi e desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e di agire sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale che ha i suoi riflessi nella vita religiosa. E come accade in ogni crisi di coscienza, questa trasformazione reca con sé non lievi difficoltà. Così mentre l’uomo estende tanto largamente la sua potenza, non sempre riesce però a porla al suo servizio.

Si sforza di penetrare nel più intimo del suo animo, ma spesso appare più incerto di se stesso. Scopre man mano più chiaramente le leggi della vita sociale, ma resta poi esistente sulla direzione da imprimervi. Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica, e tuttavia una grande parte degli uomini è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini sono ancora interamente analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto si affermano nuove forme di schiavitù sociale e psichica.

E mentre il mondo avverte così lucidamente la sua unità e la mutua interdipendenza dei singoli in una necessaria solidarietà, a causa di forze tra loro contrastanti, violentemente viene spinto in direzioni opposte; infatti permangono ancora gravi contrasti politici, sociali, economici, razziali, ideologici, né è venuto meno il pericolo di una guerra totale capace di annientare ogni cosa. Aumenta anche lo scambio delle idee, ma le stesse parole con cui si esprimono i più importanti concetti, assumono nelle differenti ideologie significati assai diversi. Finalmente con ogni sforzo si vuol costruire un ordine temporale più perfetto, senza che cammini, di pari passo, il progresso spirituale. Immersi in così contrastanti condizioni moltissimi nostri contemporanei non sono in grado di identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli dovutamente con quelli che man mano si scoprono. Per questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra la speranza e l’angoscia, mentre si interrogano sull’attuale andamento del mondo. Il quale sfida l’uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta.

Il presente turbamento degli animi e la trasformazione che sul piano dell’intelligenza dà un crescente peso alle scienze matematiche, fisiche e umane, mentre sul piano dell’azione si affida alla tecnica, originata da quelle scienze. Questa mentalità scientifica modella in modo diverso da un tempo la cultura e il modo di pensare. La tecnica poi è tanto progredita da trasformare la faccia della terra e da perseguire ormai la conquista dello spazio ultraterrestre. Anche sul tempo l’intelligenza umana accresce in certo senso il suo dominio: sul passato attraverso l’indagine storica, sul futuro con lo sforzo di prospettiva e di pianificazione.

Non solo il progresso delle scienze biologiche, psicologiche e sociali dà all’uomo la possibilità di una migliore conoscenza di sé, ma lo mette anche in condizione di influire direttamente sulla vita delle società, mediante l’uso di metodi tecnici. Parimenti l’umanità sempre più si preoccupa di prevedere e controllare il proprio incremento demografico. Ne segue un’accelerazione tale della storia, da poter difficilmente essere seguita dai singoli uomini. Unico diventa il destino della umana società senza diversificarsi più in tante storie separate. Così il genere umano passa da una concezione piuttosto statica dell’ordine, a una concezione più dinamico ed evolutiva; ciò che favorisce il sorgere di un formidabile complesso di nuovi problemi, che stimola ad analisi e a sintesi nuove.

In seguito a tutto questo, mutamenti sempre più profondi si verificano nelle comunità locali tradizionali - come famiglie patriarcali, clan, tribù, villaggi - in gruppi diversi e nei rapporti della vita sociale. Si diffonde gradatamente il tipo di società industriale, che favorisce un’economia dell’opulenza in alcune nazioni, e quasi totalmente trasforma concezioni e condizioni secolari di vita. Parimenti si accresce il gusto e la ricerca della società urbana, favorito dal moltiplicarsi delle città e dei loro abitanti, nonché dalla diffusione tra i rurali dei modelli di vita cittadina. Nuovi e migliori mezzi di comunicazione sociale favoriscono nel modo più largo e più rapido la conoscenza degli avvenimenti e la diffusione delle idee e sentimenti, non senza suscitare reazioni a catena. Né va sottovalutato che moltissima gente, spinta per varie ragioni ad emigrare, cambia il suo modo di vivere. In tal modo e senza arresto si moltiplicano i rapporti dell’uomo coi suoi simili e a sua volta questa “socializzazione” crea nuove esigenze, senza tuttavia favorire sempre una corrispondente maturazione delle persone e rapporti veramente personali.

Un’evoluzione siffatta appare più manifesta nella nazioni che già godono del progresso economico e tecnico, ma mette in movimento anche quei popoli ancora in via di sviluppo, che aspirano ad ottenere per i loro paesi i benefici della industrializzazione e dell’urbanizzazione. E questi popoli, specialmente se vincolati da più antiche tradizioni, cercano parimenti un godimento più maturo e più personale della libertà. Il cambiamento di mentalità e di strutture spesso mette in causa i valori tradizionali, soprattutto tra i giovani che, non poche volte impazienti, diventano magari ribelli per lo scontento, e compresi della loro importanza nella vita sociale, desiderano assumere al più presto il loro ruolo. Spesso i genitori ed educatori si trovano per questo ogni giorno in maggiori difficoltà nell’adempimento del loro dovere. Le istituzioni, le leggi, i modi di pensare e di sentire, ereditati dal passato, non sempre si adattano bene alla situazione attuale; di qui un profondo disagio nel comportamento e nelle norme stesse di condotta.

Anche la vita religiosa, infine, è sotto l’influsso delle nuove situazioni. Da un lato un più acuto senso critico la purifica da ogni concezione magica del mondo e dalle sopravvivenze superstiziose ed esige sempre più una adesione più personale e attiva alla fede; numerosi sono perciò coloro che giungono a un più acuto senso di Dio. D’altro canto però moltitudini crescenti, praticamente si staccano dalla religione. A differenza dei tempi passati, negare Dio o la religione o farne praticamente a meno, non è più un fatto insolito e individuale. Questo infatti non raramente viene presentato come esigenza del progresso scientifico o di un nuovo tipo di umanesimo. Tutto questo in molti paesi non si manifesta solo nelle argomentazioni dei filosofi, ma invade larghissimamente il campo delle lettere, delle arti, dell’interpretazione delle scienze umane e della storia, anzi anche delle stesse leggi civili, cosicché molti ne restano disorientati.

 E’ lo sguardo lucido e indagatore di chi ferma il proprio pensiero analitico sulla realtà, di chi ammira il progresso e la sua forza, quella forza che esalta l’intelligenza creativa degli esseri umani. Il progresso meraviglia e stupisce Montini, suscita in lui la curiosità umana, il desiderio di sapere e di conoscere, insieme al turbamento di chi sa che non sarà facile armonizzare queste forze. Lavoro, libertà, progresso, razionalità e spiritualità, idealità e dottrina sono temi sui quali e attraverso i quali compie la sua opera di riconversione. E’ affascinato dalla capacità dell’uomo di sviluppare la sua conoscenza e di applicarla, ma è anche molto viva in lui la preoccupazione che la scienza e l’avvento delle nuove tecnologie possano enfatizzare il dominio della ragione sulle ragioni stesse della fede. Conciliare fede e ragione, armonizzare le varie forme di libertà, sviluppare una visione equilibrata e completa della persona umana, dove spirito e materia realizzino un punto di convergenza comune, è una sfida che Montini deve affrontare per essere presente nell’ evoluzione umana. I pericoli di cui parla sono quelli che hanno determinato e che determinano la crisi dell’uomo di oggi, sempre più preda di una libertà che cancella il senso di responsabilità, il valore etico della vita. Montini guarda con estremo interesse al lavoro, a chi lo progetta e a chi lo esegue, perché vede in esso la forza della dignità umana. Per questo lo segue, lo interroga, lo interpreta, lo vive, lo colloca, lo caldeggia , lo inserisce nella sfera dei beni da difendere e da promuovere. Esprime le sue preoccupazioni sulla possibilità che la libertà venga fraintesa, che si presti al gioco della strumentalizzazione, riconoscendo l’importanza di essere presenti concretamente nel sociale, portando lo spirito cristiano all’interno della complessa e articolata rete di rapporti e di relazioni con cui si evolve il mondo del lavoro. Si preoccupa perché il lavoro non diventi demagogia, materialismo, violenza intellettuale e morale, si batte perché diventi forza che realizza e completa la natura umana, le sue risorse e i suoi talenti.

Afferma in una omelia ai lavoratori delle ACLI di Varese, convenuti al Sacro Monte, per il decennale della loro associazione:

“...Ebbene, a noi la nostra fede dà la nostra idea, dà la nostra forza. Ci dà l’idea della vita, dell’uomo, del tempo, della libertà, della giustizia, dell’ordine, della responsabilità, del vero e del falso, del bene e del male, del merito e della vita futura. Ci dà il pensiero, ci dà la dottrina, ci dà la sapienza, ci dà la luce. Ci dà il perché dell’agire, del soffrire, del godere, dello sperare, ci dà l’inizio di una vita superiore; ci dà, potenzialmente, tutto...”.

Giovanni Battista Montini ha vissuto i grandi cambiamenti sociali che hanno attraversato la famiglia, la scuola, l’università, la politica nazionale, europea e mondiale. Ha dovuto orientare il timone della Chiesa cattolica tra acque procellose, cercando di cogliere i fermenti di un mondo in rapida trasformazione, interpretando e orientando le finalità, investigando una storia caratterizzata da spinte fortemente dinamiche, gettando le basi di nuove forme di presenza cristiana nella società.

Continua la sua esortazione, affermando:

“...Cristiano vuol dire fratello: ogni offesa alla fraternità è un torto che deve essere rimediato. Cristiano vuol dire libero; vuol dire uomo sottratto alla schiavitù dell’oppressione, della fame, del timore. Questa libertà vi è dovuta. Cristiano vuol dire civile; e perciò voi siete chiamati alla conquista del progresso, della scienza, della prosperità, della vita moderna. In altri termini: non un freno, ma un impulso a voi è dato dalla vostra professione religiosa; e ciò che si è chiamato <la formazione> del popolo lavoratore trova nell’osservanza della dottrina cattolica la sua via giusta, la sua forza migliore...”.

Riafferma e sottolinea il senso vero e profondo della cultura cristiana, che è diventata faro di civiltà, affermazione della centralità dell’uomo e della sua condizione. Sente in modo quasi drammatico l’incalzare del progresso, la trasformazione degli stili di vita, il dilatarsi di una libertà che spesso chiede spazi di realizzazione più ampi e adeguati, la voce di un mondo che tende ad essere sempre più laico e distaccato. E’ nel fiorire di un vasto patrimonio di gruppi, istituzioni, iniziative che la religione deve inserire le sue intuizioni, il suo vangelo, i suoi valori, la sua forza penetrante, è nella armonizzazione di spirito e materia, azione e contemplazione, pensiero e atto che si sviluppano le nuove linee di condotta. Nella diocesi più grande del mondo, dove la gente guarda al lavoro come affermazione della natura umana, Montini deve cercare di dimostrare che la ricerca del giusto benessere è importante, ma solo se mediata dalla forza di un cristianesimo socialmente impegnato a dimostrare che l’uomo è centrale rispetto a tutto e che in lui tutto si armonizza e si completa. Per questo contempla la realtà nella sua ampiezza, nella sua diversità, coglie le ansie e le contraddizioni della società, cercando di offrire un concreto contributo di idee e di iniziative. Montini è grande perché è grande la sua considerazione dell’umanità, è grande perché è profetico, sa andare oltre i limiti della storia, sa cogliere e interpretare le aspettative di un popolo in cammino, che non è più soltanto il popolo “predestinato”. Montini ha capito che non c’è storia senza Chiesa. E’ contro l’aridità del materialismo che conduce la sua battaglia, è contro l’estendersi dell’ateismo e della arbitrarietà umana che convoglia le sue certezze, nate da una fede profonda e consapevole. Grande è la sua percezione della realtà e dei suoi problemi. Porta in ogni ambito lo spirito dell’educatore. Lo è stato ai tempi della FUCI, quando istituzionalmente serviva la Chiesa, dimostrando le sue innate predisposizioni alla comprensione globale dei fenomeni, la sua forza morale, la sua capacità di saper parlare all’animo umano con la fermezza di chi crede nelle proprie idee, perché strettamente correlate alla sostanziale perseveranza della fede nella quale è nato e cresciuto e con la quale ha percorso tratti impervi della sua straordinaria esperienza umana e cristiana. E’ stato un moderno educatore perché ha saputo cogliere i problemi nella loro immediatezza, nella capacità di collocarli e di sollevarli da varie forme di materialismo portandoli in una dimensione più alta. Afferma con forza che l’uomo senza ideali vive una condizione di subalternità che non gli permette di mettere a frutto i doni ricevuti. Emerge spesso la generosità del suo cuore lombardo, la capacità di andare oltre le barriere, le gerarchie. Dà una dimensione mondiale all’intuito e alla perseveranza. Come l’educatore scandaglia, riporta luce dove c’è buio, riapre le porte dell’innovazione e dell’autostima, ritempra una umanità dominata da ribellioni, ideologie, sistemi che usano l’essere umano. E’ il sacerdote che sostituisce alla coercizione autoritaria l’autorevolezza della relazione. Anche nel suo rapporto con i preti, Montini apre le porte del suo cuore ed estende a loro il fremito nuovo della missione (Giselda Adornato, PAOLO VI Il coraggio della modernità – Ed. San Paolo):

“Non posizioni chiuse e impenetrabili sono le sue, non voci di minaccia e anatema partono dalle sue labbra (...). Ma carità apostolica è la sua legge (...). Una polemica protratta e astiosa, amara e sarcastica (...) non entra nel novero degli strumenti pastorali. Così io giudico inopportuna e controproducente una predicazione acida e aggressiva (...) non accompagnata da argomenti atti piuttosto a convincere, che a ferire. Oh! la predicazione, quanto dovrebbe essere studiata in ordine ai lontani!”. (In DS, pp. 2325-2328).

Un volo radente sulla predicazione, sui suoi effetti benefici, sulla sua capacità persuasiva, sulla necessità di risvegliare senza comprimere. Una magistrale lezione di visione comunicativa dei rapporti, dove la comprensione prevale sempre sull’aggressività. Montini dimostra il suo essere prete, il suo sentirsi presenza nel cuore della realtà che lo circonda, investendo sulla natura umana, sulla sua necessità di essere capita e coinvolta.

Nel libro di Giselda Adornato, Paolo VI, Il coraggio della modernità, l’autrice cita il commento conclusivo del giornalista Alberto Cavallari, nel corso dell’intervista rilasciata da Paolo VI al Corriere della Sera:

“La successione a Giovanni XXIII ha cristallizzato intorno a Paolo VI il gioco dei contrasti e i difetti dello psicologismo: Di qui la contrapposizione simpatia-rigore, allegria-amletismo, estroversione-angoscia (...). Infedeli certi mezzi di propaganda televisivi e fotografici che lo mostrano teso, freddo, pallido. Come umore non m’è parso posseduto da incubi o da nevrosi; ciò che pare angoscia m’è sembrata riflessività; ciò che si definisce amletismo m’è parso realismo, con le flessibilità che il realismo comporta; e ciò che si descrive come indecisione, forse corrisponde a gentilezza di modi, prudenza, gradualismo. Infine, direi Paolo VI un uomo del suo tempo, non desideroso del gesto facile (...); cosciente che il suo tempo comporta solitudine, dubbio, contraddizione, e il coraggio impopolare di esprimerli; un Papa, insomma che conosce la situazione storica in cui si muove, e la vive con una emozione segreta”. (da Insegnamenti di Paolo VI. II (1964), cit., pp. 420-421).

Giova riportare un altro interessantissimo passo di Giselda Adornato, nel suo libro PAOLO VI Il coraggio della modernità – Ediz. San Paolo – 25 G.B. Montini (Paolo VI). Lettere ai familiari, cit., vol. 4/1, pag. 104):

“Mi resta poco tempo per uno studio tranquillo e tutto congiura per imporre allo studio tasse sulle ore che gli sarebbero destinate. Ieri, per esempio, ho dovuto perdere un’ora ad attaccarmi non so quanti bottoni, e capite bene, per un diplomatico l’essere abbottonato è un requisito essenziale di carriera (...) Mandate le fibbie d’alpacca, non d’argento, che si possono togliere e mettere con sveltezza trasformistica”.

Come si può notare Montini è dotato di una finissima dose di ironia e di autoironia, di un’ acuta e perspicace capacità di mettersi in gioco, dimostrando quanto siano azzardati i giudizi che una certa stampa, in alcuni casi un po’ troppo frettolosa, ha voluto cucirgli addosso.

A VILLA CAGNOLA, A GAZZADA SCHIANNO IN PROVINCIA DI VARESE, SORGE LA FONDAZIONE AMBROSIANA PAOLO VI

Luciano Vaccaro, segretario della Fondazione Ambrosiana Paolo VI, nel libro LE DUE CULTURE UN INCONTRO MANCATO? Con il Chronicon di Villa Cagnola (1947-1996) a cura di Ferdianando Citterio – Luciano Vaccaro – ed. Morcelliana – scrive:

“ Premessa – Il 2 aprile 1941, su invito di Ernesto Bonaiuti, don Luigi Bietti, allora cappellano della Casa dei Veterani di Turate, incontrò a Gazzada il nobile Giudo Cagnola: fu l’inizio di una profonda amicizia, determinante per il futuro di Villa Cagnola. All’”amico”, che intendeva donarla per erigervi un istituto culturale, nel settembre dell’anno seguente don Bietti suggerì esplicitamente come destinatario la Santa Sede. La proposta venne a lungo vagliata dal Cagnola, che diede infine il suo assenso definitivo nel dicembre 1944. Sul finire di quell’anno e all’inzio del seguente si ebbero vari incontri, discussioni, visite a Gazzada che, oltre al Cagnola e al Bietti, videro coinvolti come protagonisti mons. Carlo Figini e don Carlo Colombo del seminario di Venegono e mons. Bernareggi, entusiasta della prospettiva, si fece portavoce a Roma – dove interlocutore era il sostituto alla Segreteria di Stato, G.B. Montini – e a Milano, presso il card. Ildefonso Schuster e la Conferenza Episcopale Lombarda. Quest’ultima, il 3 gennaio 1946, accettò la pregiudiziale richiesta del Vaticano di assicurare la propria diretta assunzione di responsabilità gestionale e amministrativa di Villa Cagnola. Il 2 maggio 1946, il nobile Guido Cagnola, dopo essere stato ricevuto da Pio XII. Firmò l’atto di donazione alla Santa Sede della villa con il parco e le pregiate raccolte d’arte, alla presenza del card. Rossi, di mons. Bernareggi, dell’avv. Pacelli, dell’avv. Radlinski e del rag. Pavesi. Nei mesi che seguirono Villa Cagnola fu visitata per la prima volta da mons. Montini e dal card. Schuster; si svolsero, inoltre, diverse riunioni organizzative al fine di elaborare il progetto di una nuova costruzione e della trasformazione della parte rustica della villa per creare stanze e luoghi di accoglienza per la futura attività. La Conferenza Episcopale Lombarda, per dare corpo all’istituto di Gazzada, costituì un apposito Comitato (2 giugno 1948) che, sotto la direzione di mons. Adriano Bernareggi, elaborò un piano generale di intervento, con un programma di studi delineato da don Carlo Colombo e con un progetto di ristrutturazione affidato all’arch. Ottavio Calbiati e all’ing. Arturo Danusso; inoltre inviò (28 aprile 1949)1 una lettera ai fedeli delle diocesi lombarde per la raccolta dei fondi necessari alla realizzazione dei lavori. Mentre l’attività culturale, avviata il 21 settembre 1947 ospitando un primo convegno dell’UCID, andò via via intensificandosi, la realizzazione sul piano strumentale e istituzionale registrò alterne vicende, dalla posa della prima pietra (8 giugno 1951, con discorso ufficiale di mons. Bernareggi) del nuovo edificio – completato dall’impresa Guffanti nel giro di alcuni anni e fin dall’inizio aveva vigilato e si era attivamente prodigato perché la volontà testamentaria del Cagnola avesse piena esecuzione. Finalmente, il 1° luglio 1959, si ebbe la prima riunione della Conferenza Episcopale Lombarda a Villa Cagnola: fu una “giornata storica” – come ebbe a sottolineare il card. Montini a don Bietti -, che segnò una svolta determinante nella realizzazione del “bel disegno” del donatore. Sotto la presidenza dello stesso card. Montini, alla presenza di tutti i vescovi lombardi e degli ausiliari, venne deliberata la costituzione a Villa Cagnola di una Accademia con scopi culturali (ed approvato un primo statuto). La solenne inaugurazione dell’Istituto avvenne il 2 giugno 1960, alla presenza del card. Montini e delle autorità civili e religiose. Negli anni successivi il Consiglio Direttivo dell’Istituto affidò a s.e. mons. Ferdinando Maggioni il compito di avviare le pratiche per la costituzione in “ente concordatario” e, dopo l’approvazione di un nuovo statuto da parte della Conferenza Episcopale Lombarda (8 maggio 1969), il card. Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, in data 30 maggio 1970 eresse canonicamente l’Istituto Superiore di Studi Religiosi.2 Dopo la metà degli anni Settanta . che registrarono un certo rallentamento nelle attività dell’Istituto – venne istituita la Fondazione Ambrosiana Paolo VI (decreto del card. Giovanni Colombo del 13 settembre 1976) allo scopo di rilanciare il ruolo culturale di Villa Cagnola. Il nuovo ente che, presieduto dal vescovo Carlo Colombo, dopo alcune riunioni preliminari per delineare temi e prospettive di studio, avviò ufficialmente la sua attività con il convegno “Euroa cristiana: progetto” (30 novembre- 3 dicembre 1978) individuando la riflessione sul problema europeo come prospettiva prioritaria di lavoro”.

1 La struttura organizzativa dell’istituzione era così composta: Consilgio d’Amministrazione: s.e. card. A.I. Schuster (presidente), s.e. mons. A. Bernareggi, mons. F. Petazzi, mons. C. Figini, nob. Guido Cagnola, prof. don C. Colombo (segretario); Comitato promotore: sen. Conte S. Jacini, sen. P. Bellora, prof. A. Danusso, sen. E. Falk, duca T. Gallarati Scotti, comm. A. Guasti, on. G.B. Migliori, gr. Uff. G. Mosca, avv. G. Radlinski, dr. M. Spada; Rappresentanti e promotori delle diocesi e province: on. G.B. Migliori (Milano), comm. L. Ciocca (Bergamo), comm. F. Minelli (Brescia), comm. G. Sacchi (Como), M. Telò (Cremona), avv. G. Crivelli (Crema), avv. E. Costantino (Lodi), avv. F. Emilio (Mantova), avv. G. Radlinski (Pavia), avv. G. Sironi (Varese).

2 L’Istituto Superiore di Studi Religiosi ottenne il riconoscimento civile come “fondazione di culto e di religione” con DPR n. 995 del 24 luglio 1971 (f.to dal presidente G. Saragat).

 UN “RICHIAMO” AL SUPERAMENTEO DELLE DISUGUAGLIANZE SOCIALI

“...La questione sociale nasce appunto dall’avvertire una grande disuguaglianza, prodotta dalla differente distribuzione di beni materiali. E certamente qui vi è qualche cosa che non va; che non può essere definitivo, perché vediamo subito per intuito che non è giusto che uno sia sempre soggetto e carico di lavori, e l’altro invece abbia ogni diritto e se la goda egoisticamente...; vi deve essere qualche disciplina che distribuisce meglio beni e diritti, bisogni e doveri; qualche regola, che tempera certe inutili ed eccessive disuguaglianze sociali: è, lo ripeto, la avvertenza della questione sociale...”.

(L’INSERTO è TRATTO DA: da: G.B. Montini – Discorsi e Scritti Milanesi – Istituto Paolo VI – Brescia – Per Gentile concessione del dottor Luciano Vaccaro, segretario della Fondazione Paolo VI di Villa Cagnola – Gazzada Schianno – Varese).

Dal Sacro Monte di Varese Giovanni Battista Montini rilancia il tema della questione sociale, a lui particolarmente caro per i risvolti umani e religiosi che lo caratterizzano. E’ un Montini profondamente preoccupato, perché vede nelle disuguaglianze sociali l’incipit di tensioni che pesano sul cammino della chiesa e della società civile. Avverte le contraddizioni presenti nella società, a causa di un lavoro che discrimina la condizione umana e sociale delle persone. Chiede ai responsabili che si affronti il tema delle diversità, perché il lavoro possa essere non motivo di lotta, ma strumento di concordia e di pace, di progresso e di armonia. E’ il tema secolare dei diritti e dei doveri, quello dei bisogni e delle necessità che irrompono sulla scena umana per richiedere legalità e giustizia. Il lavoro, secondo Giovanni Battista Montini, non può essere ricchezza per qualcuno e povertà per altri, perché tutti concorrono, in misura dei loro talenti e delle loro risorse, alla costruzione del benessere sociale. A questo proposito risulta estremamente interessante quanto afferma Giuseppe Angelini, in (LAVORO ED ECONOMIA IN G.B. MONTINI ARCIVESCOVO DI MILANO – a cura di Adriano Caprioli – Luciano Vaccaro p. 100 – ed. Morcelliana):

“...<Questione sociale> vuol dire, in prima battuta, questione del giusto rapporto tra le “classi” dei lavoratori (operai) e dei datori di lavoro (capitalisti); vuol dire poi più generalmente, a misura in cui l’identità e la polarizzazione delle due “classi” sfuma, questione dei giusti rapporti di redistribuzione dei prodotti del lavoro umano tra tutti i cittadini. La “questione sociale”, proprio in quanto questione di “giustizia”, e dunque questione etico-politica (l’uso dei due aggettivi dovrebbe essere superfluo, perché questione politica vuol dire di necessità questione etica, ma tale necessità è di fatto divenuta oggi assai poco ovvia), gode di un pervedibile privilegio nella considerazione della Chiesa e della coscienza cristiana in genere. Tale privilegio per altro non è esclusivamente proprio della Chiesa: esso si realizza anche nelle forme del generale confronto pubblico, e del conflitto conseguente alla dominanza dell’economia nella vicenda civile recente...”.

 Visitando le Acciaierie Falck nel marzo 1961, Giovanni Battista Montini confida: (dal capitolo di Ferdinando Citterio, p. 129 – LAVORO ED ECONOMIA IN G.B. MONTINI ARCIVESCOVO DI MILANO a cura di Adriano Caprioli e Luciano Vaccari – Morcelliana)

“Quante volte raccolgo il mio capo fra le mani, lo spirito in tutta la sua possibilità di riflessione, e sento il desiderio di aderire, di comprendere, di seguire, di assecondare maggiormente ogni cosa! Ma quella che soprattutto mi preme è il rapporto tra voi e me, cioè il rapporto religioso; come avviene, come sopravvive, come si svolge, quali problemi sorgono nella vostra anima religiosa, dato che siete tutti cristiani. A me preme di constatare come possa nascere in voi la volontà di arrivare, di congiungersi a Dio, come essa possa scaturire dal vostro lavoro, dai fenomeni dell’esistenza nei quali siete tanto impegnati”

Montini porta avanti con estrema perseveranza la pastorale del lavoro, cercando di mediare quella dicotomia che è all’origine di nuovi e antichi antagonismi. E’ assolutamente certo che partendo dal lavoro sarà possibile confermare una volta di più la grandezza di Dio. E’ per questa ragione che dà il via libera a quel procedimento maieutico che lo conduce ad un approfondito cammino introspettivo. Afferma Piero Bassetti in LAVORO ED ECONOMIA IN G.B. MONTINI, a cura di Adriano Caprioli – Luciano Vaccaro – ed. Morcelliana:

“...C’è in Montini – componente non ultima del suo fascino e della drammaticità dei dubbi dai quali apparve sempre combattuto – un misto di modernità, di coraggio nella ricerca del nuovo nei campi della carità e della dottrina, e di prudenza o addirittura diffidenza rispetto ai mutamenti di struttura e dei rapporti di forza nella società. L’episcopato di Montini a Milano è, insieme, un pezzo della storia della Chiesa e, in sintesi, la stessa storia della Chiesa. Ma cosa dice il ricordo per quanto riguarda la ricezione di tutto questo da parte del mondo imprenditoriale 0 “abbiente”? A un cardinale che gli si rivolgeva così...”:

“Chi fa della tecnica ed è occupato come voi a costruire degli stupendi strumenti; chi, come voi, è riuscito a scoprire forze segrete fino a pochi anni fa, e strapparle dal regno della natura, imprigionandole e domandole, spesso non può trattenersi dal dire: “Obbedisci natura a me: sono io che comando! Io uomo, io primo scopritore, io scienziato, io ingegnere, io tecnico, io operaio!HO potuto capire le tue forze silenziose e vaganti, le ho estratte dal tuo seno, le ho poste al mio servizio, me ne servo e sono diventato il padrone del mondo”. Questa padronanza, questa vostra stupenda abilità nel mettere le forze naturali a servizio dell’uomo può farvi credere di essere molto bravi; ma bravi al punto da dimenticare che le forze e le leggi di cui vi siete impadroniti non le avete create voi. Voi le avete trovate; voi avete saputo leggere dentro il regno della natura. Lo avete creato? Lo avete inventato voi? Da chi è stato creato? E’ una fantasia? E’ una poesia?E’ una cosa che germina nel vostro spirito? No! E’ una realtà a cui dovete obbedire per comandarla!”.

“la reazione qual’era? Nel mio ricordo era di stupita disattenzione. Quando invece diceva:

“pensando ed agendo, si voglia o no, si ricorre sempre a dei principi primi, a quei cardini che, debitamente o indebitamente, fissiamo nell’assoluto, nel centro del circolo della nostra mentalità, sia speculativa che pratica. Ora quando si vuole verificare quale fondamento abbiano questi cardini, ci si accorge che, in realtà, nella nostra alta borghesia italiana essi sono fragili, mobili, imprecisi. Ed allora possiamo dire intelligente un popolo, che pur vibra di tanta aspirazione verso il rinnovamento e verso la conquista d’una nuova civiltà, se cammina in tanta incertezza e in tanta difformità di principi basilari? E possono specialmente le nostre classi dirigenti essere incerte, agnostiche, scettiche sui supremi problemi? Non sentono il bisogno di uscire da questa prolungata incertezza? Non si avvedono che il popolo, se non vive delle certezze, che le classi dirigenti dovrebbero fornirgli, se le crea da sé, cieche e potenti, sì che finiscono per prevalere e travolgere chi doveva essere guida e non fu? Non è forse questo il momento di ridare al pensiero direttivo una chiarezza, una sicurezza?”.

“la risposta era di disagio. Al vescovo che diceva loro:

“Dare lavoro all’uomo è creare in lui e nella società una prima pace, un primo ordine. Chi provvede compie azione altamente benemerita. L’iniziativa privata giustifica socialmente se stessa ogni qualvolta crea nuova fonte di lavoro; e la comunità, che si impegna a non lasciare alcuno disoccupato, esercita uno dei suoi più impellenti e benefici doveri. Il beneficio non è soltanto pubblico, è altresì personale, psicologico; entra nell’animo di chi, impiegando le proprie energie, gode di sperimentare le proprie capacità operative e sente di formare e possedere se stesso: la fatica, che ha in sé qualche castigo, genera però in chi la compie un’esplicazione vitale, che la redime e la nobilita”.

“la reazione era di non dichiarata, ma netta ostilità. Oggi cosa direbbero? La mia impressione è che, paradossalmente, dove ieri c’era ostilità oggi ci sarebbe disattenzione. Dove c’era disagio oggi ci sarebbe attenzione e dubbio critico. Dove c’era disattenzione, oggi ci sarebbe ostilità (disturba farsi carico di scelte drammatiche). Vuol dire quindi che questi ambienti sono rimasti gli stessi anche se il mondo è così cambiato? E’ forse questa una possibile conclusione.

Nel dubbio Montini evince la certezza e nella storia umana legge la necessità di una forza educante superiore. Bellissima e paterna è la sua preoccupazione per chi è senza lavoro, per chi soffre l’impossibilità di una realizzazione personale. Quanta attualità nel pensiero e nella forza morale, quanto amore per la condizione umana, per le sue attese, le sue sofferenze e le sue necessità, quanta intuizione e impegno creativo. E’ un campanello il suo che suona fortissimo anche oggi, in una società che ha perso di vista le priorità, i valori supremi, quelli che danno un senso vero e profondo alla vita. E’ di quei giovani che cercano disperatamente una relazione che si sente sostegno e difesa, è della condizione di chi, senza lavoro, è costretto a trascinare a fatica la propria esistenza che il suo spirito si fa paladino e garante. Un uomo di Chiesa che ha la grande capacità di saper guardare nel cuore degli uomini, di leggere le loro fatiche, i loro impulsi, le loro aspirazioni, il loro desiderio di vivere con dignità l’esistenza che hanno ricevuto in dono. Sa quanto sia importante il lavoro nella costruzione della famiglia cristiana. Montini afferma che il disoccupato appartiene alla comunità e che è la comunità stessa che deve farsi carico delle sue pene delle sue aspettative, dei suoi bisogni e delle sue necessità. Il lavoratore in difficoltà non può essere lasciato solo. La solitudine è nemica della relazione, genera frustrazione e la frustrazione genera a sua volta forme di violenza su se stessi e nei confronti della comunità. E’ la comunità che ha il compito di essere attenta e garante della sopravvivenza morale e materiale dei suoi componenti. Non è lasciando l’uomo nella disperazione che una comunità matura afferma la propria identità. E’ in questa disposizione che si dispiega la giustizia sociale e l’amore per la legalità di Giovanni Battista Montini, sempre accanto all’uomo, sempre con l’orecchio pronto a raccogliere voci che implorano coerenza, carità, appartenenza sociale, dignità, sempre pronto a rilanciare la propria missione, senza far pesare mai la teologia del dogma o l’invadenza di una qualsiasi presa di posizione gerarchica. E’ l’immagine di un’ intelligenza che si delinea nella sua concretezza e compattezza umana, che cammina passo a passo con il cristiano ovunque si trovi, chiunque esso sia, perché il cristianesimo, come lo insegna Montini, è nobile forma di riabilitazione sociale e di avvicinamento a Dio. Vive in lui questa origine storica, questa appartenenza, questa speranza nata dalla rivoluzione di un sistema che tradiva la libertà dell’uomo, la sua naturale vocazione alla vita. E’ per questo che ragiona e si dispiega, è per questo che si domanda e domanda, è per questo che prende iniziative, che stimola la realtà, perché la realtà riconosca le sue necessità. Le sue parole sempre vibranti, sempre piene di calore famigliare anche nella loro fermezza, ci fanno entrare nel cuore dell’uomo che attende e che soffre, ci educano all’ascolto delle tribolazioni, ci orientano sulle iniziative da prendere, ci fanno capire che è attraverso un dialogo costante e sincero che si possono risolvere i problemi individuali e quelli collettivi. “Cristiano vuol dire libero”, con queste parole Montini esprime tutta la filosofia e la dignità della più grande rivoluzione salvifica della storia, quella che ha restituito all’umanità una sua dignità sociale, la forza della giustizia e della legalità, quella della fede e dell’amore. Inaugura un nuovo concetto di libertà, che si affranca dalla schiavitù, una libertà che fa sentire la persona nella sua completezza umana e cristiana, capace di vivere con intensità la propria appartenenza.

Nel capitolo intitolato, MONTINI E GLI ARTIGIANI, DA LAVORO ED ECONOMIA IN G.B. MONTINI ARCIVESCOVO DI MILANO, a cura di Adriano Caprioli – Luciano Vaccari, ediz. Morcelliana, si legge.

“...L’arcivescovo Montini in quei nove anni di intensa esperienza pastorale arricchì se stesso ed arricchì Milano, consapevole dell’opportunità che la Provvidenza gli aveva offerto, di trovarsi da protagonista in un crocevia d’Europa, dove la gloria e il peso della tradizione si incontravano e si scontravano con la rapida e a volte confusa dinamica di un mondo in continuo mutamento. Era uno straordinario banco di prova per un uomo come Montini. E noi ne siamo stati testimoni. Gli artigiani di Milano e dell’Arcidiocesi ambrosiana in quei nove anni hanno innanzitutto preso coscienza e consapevolezza di essere seguiti e capiti dal loro arcivescovo: non in modo formale, teorico o peggio ancora retorico, ma in maniera sostanziale, pratica. I punti-forza di questa comprensione furono: il riconoscimento del primato della persona, l’affermazione della dignità del lavoro, la centralità della famiglia come luogo di operosa ed affettuosa solidarietà: tutte virtù cristiane che l’artigiano quotidianamente pratica e vive. L’arcivescovo Montini era informato sempre sui tempi e sui modi della nostra attività organizzativa e sempre ci sostenne con grande rispetto della nostra autonomia, con forza d’esempio e di consiglio, tramite persona di esperienza e fiducia...”

E prosegue:

“...Montini comprese che occorreva proporre alla gente disorientata punti saldi di riferimento, centri di aggregazione solidale, valori non estenuati ma vivi di servizio che fossero in grado di ricostruire un tessuto comunitario. E ciò spiega il suo impegno nella costruzione di nuove chiese, il suo lavoro per una rianimazione sociale tesa a trasformare l’individuo isolato in persona che si unisce agli altri per farsi popolo, il suo interesse costante e positivo per la realtà artigiana, espressione corale di una ricchezza umana da sostenere ed ingrandire in sintonia con le certezze della fede, perché egli aveva compreso, come ha acutamente osservato Giovanni Paolo II nell’omelia della recente Messa in suffragio per il decimo anniversario della morte di G.B. Montini che la Chiesa doveva manifestare il suo autentico volto anche <al di fuori...con la rimarchevole conseguenza che gran parte della famiglia umana è diventata più cosciente di come ad essa sia veramente necessaria la Chiesa di Cristo, la sua missione e il suo servizio>...”.

“...Trasformare l’individuo isolato in persona...”. Pensiero straordinario, che denota una totale appartenenza alla storia del suo tempo, il suo fortissimo legame con la vita dell’uomo e con le sue aspirazioni, la voglia di essere parte fondamentale di una costruzione sociale e morale che riaccenda l’entusiasmo di vivere e di operare, che faccia sentire le persone protagoniste di un cammino comune. Montini ha saputo cogliere uno dei drammi esistenziali non solo del suo tempo, ma anche di quello di oggi, tempo in cui molti cittadini vivono una condizione di solitudine, di paura, in cui avanza con sempre maggiore crudeltà il tema della povertà fisica, morale e sociale. Montini non è solo il pastore di anime che deve condurre il suo gregge evitandone la dispersione, è anche l’imprenditore di idealità, il lavoratore di un pensiero che cerca di capire la condizione umana e di orientarla verso una dimensione più cristiana della vita. L’isolamento è anche uno dei temi della realtà odierna. Molte famiglie italiane, infatti, faticano ad arrivare alla fine del mese, i giovani non trovano lavoro, molti imprenditori licenziano, l’economia è ferma, la gente è sempre più sola e smarrita, prospera la violenza, mancano gli esempi e chi dovrebbe essere in prima linea per restaurare la fiducia non lo fa, continua a pensare a se stesso. E’ in questo clima di degrado e di inciviltà che si pone l’intelligenza lungimirante di Montini, la sua voglia di trasformare l’agonia in riscatto, la solitudine in partecipazione, la passività in riflessione, la povertà in dono. La Chiesa ambrosiana, quella fondata sulla giustizia del vescovo Ambrogio e sul riformismo di San Carlo Borromeo investe di autorità il magistero di Giovanni Battista Montini e la sua naturale propensione a interpretare e a risolvere i problemi della gente comune, quella che guarda alla Chiesa come a una madre, sul grembo della quale appoggiare i propri drammi, le proprie incertezze, le delusioni e gli affanni.

 C’è un passaggio bellissimo nel PENSIERO ALLA MORTE (estate 1965).

“...Ma in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell’uomo! Né meno degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. E’ un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità! Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, qui per Ipsum factus est, che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo. Ti saluto e ti celebro all’ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l’universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce lo hai rivelato, o Cristo Signore) sta l’Amore!...”. (Dal libro di Giselda Adornato – PaoloVI Il coraggio della modernità – ed. San Paolo)

 Nel Pensiero alla Morte incontriamo l’umanissimo stupore di un Montini che invita ad abbracciare la misteriosa bellezza dell’universo. E’ l’invito gioioso di un’anima riconoscente, innamorata dei doni che ha ricevuto, che libera il suo spirito per glorificare il Creatore. E’ un cuore che ha mantenuto intatta la sua purezza, la generosità, la voglia di stupirsi e di stupirsi ancora. Sono parole che arrivano con la dolcissima musicalità della poesia e inducono a riflettere sul tempo che passa, sulla superficialità della natura umana, sul panorama incantevole della vita, sulle meraviglie naturali elargite a larghe mani dalla sapienza divina. E’ il pastore che anima, che scuote, che canta le sue lodi, che ringrazia e si rammarica forse di non aver osservato e goduto appieno l’ immensa espressione umana della generosità divina, ma che esprime fino in fondo la sua fedeltà alla Chiesa di Roma e all’amore di Cristo.

Sempre nel PENSIERO DELLA MORTE, leggiamo:

“...Ma ora, in questo tramonto rivelatore un altro pensiero, oltre a quello dell’ultima luce vespertina, presagio dell’eterna aurora, occupa il mio spirito: ed è l’ansia di profittare dell’undicesima ora, la fretta di fare qualche cosa d’importante prima che sia troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come ricuperare il tempo perduto, come afferrare in quest’ultima possibilità di scelta l’unum necessarium?, la sola cosa necessaria?...”.

Le preoccupazioni di Giovanni Battista Montini sono le preoccupazioni dell’uomo che vuole arrivare in gratia domini davanti a Dio. Preoccupazioni che hanno caratterizzato tutta la sua vita e in virtù delle quali si è messo in discussione con spirito critico, cercando ad ogni passo una risposta. E’ la vita che gli passa davanti, una vita fatta di doni straordinari, ma anche di drammi, di momenti in cui il dubbio e le incertezze galleggiano come ombre sul bordo della coscienza. Responsabilità, decisioni, autorità, imposizioni, disciplina, tutto ciò che ha caratterizzato il sistema delle relazioni umane all’interno del suo magistero diventano motivo di riflessione.

Continua così la sua confessione:

“...Qui affiora alla mente la povera storia della mia vita, intessuta, per un verso, dall’ordito di singolari e innumerevoli benefici, derivanti da un’ineffabile bontà (è questa che, spero, potrò un giorno vedere ed <in eterno cantare>; e, per l’altro, attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette, sbagliate, insipienti, ridicole. <Tu scis insipientiam meam>. Dio, Tu conosci la mia stoltezza (Ps. 68,6). Povera vita stentata, gretta meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, d’infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di s. Agostino: miseria et misericordia. Miseria mia, misericordia di Dio. Ch’io possa almeno ora onorare. Chi Tu sei, il Dio d’infinita bontà, invocando, accettando, celebrando la Tua dolcissima misericordia...”.

“...Prego pertanto il Signore che mi dia la grazia di fare della mia prossima morte dono d’amore alla chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare...”.

Paolo VI confessa se stesso e contemporaneamente insegna all’umanità a fare tesoro del tempo che passa, a non trascurare nulla, a dare un senso vero, bello e profondo alla vita, senza mai dimenticare che la vita è il dono più grande che l’uomo abbia ricevuto. E’ il suo amore per la vita che dà grandezza a quest’uomo diventato papa, è il suo credere all’amore di Dio, quel suo essere vivo e presente nella condizione umana. La forza morale di Montini è soprattutto nel suo riconoscersi bisognoso di infinita misericordia. E’ la sua umanità che ce lo fa amare, il suo sentirsi fragile e umile, il suo percuotersi l’animo per ristabilire un’armonia, il suo sentirsi bisognoso di essere capito e perdonato. Contraddizione? Paura? Solo il desiderio di poter meritare quell’amore totale che è stato ispirazione e vocazione di una vita.

“Mons. Pasquale Macchi, commemorando Paolo VI nel Duomo di Milano il 23 settembre 1979, ha ricordato le parole con cui lo stesso Papa (Paolo VI ai Milanesi, ed. Fabbrica del Duomo, Milano 1963, p.15) aveva rievocato il giorno del suo ingresso a Milano: “...venendo su da via Torino, guardai la mia Cattedrale e mi sentii vincolato ad un ineffabile rapporto spirituale, non soltanto con il monumento, ma con tutto quello che il monumento voleva e vuole rappresentare: la Diocesi, la grande Famiglia, la grande comunità spirituale dei Santi Ambrogio e Carlo”. Cfr. Istituto Paolo VI, “Notiziario”, n. !, Natale 1979/Epifania 1980, p. 44. Come si dice nel testo, guardando da via Torino risultava molto visibile lo striscione di saluto posto sul monumento a Vittorio Emanuele II, così non è azzardato pensare che anche quello striscione abbia avuto la sua piccola parte nella commozione dell’arcivescovo che giungeva sulla piazza per la prima volta.

Gli inserti sono tratti da: G.B. Montini – Discorsi e Scritti Milanesi – Istituto Paolo VI – Brescia – Per Gentile concessione del dottor Luciano Vaccaro, segretario della Fondazione Paolo VI di Villa Cagnola – Gazzada Schianno – Varese).(8).

DALLE VISITE AL SACRO MONTE E A VARESE - DOCUMENTI

+ 4 – IX – 1955

(169)

               IL NOME GLORIOSO DI LAVORATORI CRISTIANI

           Ai lavoratori delle ACLI di Varese convenuti al Sacro Monte

                       Per il decennale della loro associazione.

“...anche Maria è stata umile figlia del Popolo, anch’ella ha conosciuto i disagi della fatica, anch’ella ha sofferto per l’incertezza del pane; ancor prima d’essere nostra Madre, Maria è stata nostra sorella. E nella sua povertà, nella sua umiltà è stata scelta per dare Dio al mondo; e nessuno mai quanto Maria stessa ha compreso ed ha cantato con più forte e alta poesia la profondità e la grandezza di tale elezione...”.

“...Voi siete qui, io dicevo, come operai delle Officine, dei Campi, d’ogni attività che richiede fatica umana subordinata ad altrui direzione. E così avvertite che la vostra professione religiosa, innestata nella vostra professione di lavoratori, vi distingue e vi caratterizza in modo inconfondibile da altri vostri compagni di fatica, ma non compagni di fede e di religione...”.

“...E’ questa impronta spirituale e morale, derivata dalla fede cattolica, che vi conferisce il nome glorioso di lavoratori cristiani...”.

“...E’ l’idea che guida l’uomo. E’ l’idea che gli dà la nozione delle cose e degli scopi da raggiungere. E’ l’idea che genera la forza dell’uomo. E’ l’idea che fa l’uomo militante. Un uomo senza idea è un uomo senza personalità. E’ l’idea la fonte della libertà. Non dimentichiamo la parola di Cristo: la verità vi farà liberi. Per l’idea si vive, per l’idea si combatte, per l’idea si muore...”.

“...Ebbene, a noi la nostra fede dà la nostra idea, dà la nostra forza. Ci dà l’idea della vita, dell’uomo, del tempo, della libertà, della giustizia, dell’ordine, della responsabilità, del vero e del falso, del bene e del male, del merito e della vita futura. Ci dà il pensiero, ci dà la dottrina, ci dà la sapienza, ci dà la luce. Ci dà il perché dell’agire, del soffrire, del godere, dello sperare, ci dà l’inizio di una vita superiore; ci dà, potenzialmente, tutto...”.

“...Cristiano vuol dire fratello: ogni offesa alla fraternità è un torto che deve essere rimediato. Cristiano vuol dire libero; vuol dire uomo sottratto alla schiavitù dell’oppressione, della fame, del timore. Questa libertà vi è dovuta. Cristiano vuol dire civile; e perciò voi siete chiamati alla conquista del progresso, della scienza, della prosperità, della vita moderna. In altri termini: non un freno, ma un impulso a voi è dato dalla vostra professione religiosa; e ciò che si è chiamato <la formazione> del popolo lavoratore trova nell’osservanza della dottrina cattolica la sua via giusta, la sua forza migliore...”.

“...Lasciamo in questo momento che un flusso di carità inondi i nostri spiriti e li renda buoni e felici. Purifichiamo il nostro cuore da ogni rancore, da ogni spirito di astiosità e di vendetta, di emulazione e di odio. Di odio soprattutto, perché questo ci è stato predicato come se fosse una forza costruttiva e indispensabile; per agire fortemente, si è detto, bisogna odiare. Non è vero. Quando si è predicato l’odio si è predicato l’egoismo, si è preparata la lotta, si è accettata la guerra. Quando si è accettato che il più forte possa prevalere sul più debole; si è autorizzato l’uomo a mettersi il suo simile sotto di sé. Quando si è predicato l’odio si è stabilito che i rapporti tra gli uomini debbano essere rapporti di forza, cioè si è predicata la legge violenta e selvaggia della prepotenza. I rapporti tra gli uomini devono invece essere rapporti di amore, di fratellanza, di solidarietà, di bontà e di pace; la carità sola non è capace di generare tali rapporti...”.

+ 18 – IX -1955

(183)

                         GLI UOMINI DI AZIONE CATTOLICA

                      PER UNA SOCIETA’ NUOVA E MIGLIORE

Intervento al Convegno Mariano dell’Unione Uomini di Azione Cattolica al Sacro Monte di Varese.

“...E’ noto come la nostra scuola, quella superiore specialmente, sia andata gradatamente abbandonando lo studio e la memoria della religione – di quella cattolica che è pur la gloria ed è il segreto della secolare vitalità della civiltà italiana -; ed a mano a mano che la cultura si è sviluppata e diffusa, essa è diventata profana, priva di principi sicuri, senza idee maestre e sintetiche; rivolta, sì, a scopi professionali e scientifici, ma vuota di vita interiore, senza capacità di educare lo spirito, e senza quella indispensabile luce di certezza e di mistero, che solo la vera religione può dare...”.

“...sono invalsi il servilismo alla moda delle idee, la passività delle opinioni dettata dalle letture dei giornali, tanto più convincenti e accreditati quanto minore il numero ed il vigore dei principi da essi sostenuti, e finalmente la nascosta iscrizione a quella società di mutuo soccorso anticlericale che è stata troppo spesso la massoneria in Italia, mascherata di qualche umanitario patriottismo, ma in realtà concepita dai più con mire utilitarie e parassite, tali da affievolire, specialmente nelle grandi amministrazioni pubbliche, il senso del merito reale e la fiducia nella probità del servizio...”.

“...Mostrate ai vostri avversari, ai nostri critici, ai nostri stessi concittadini, pieni di pregiudizi verso i cattolici e pieni di esigenze verso di loro, che appunto i cattolici sono uomini diritti, galantuomini coscienti, incapaci di mentire e di nascondere sotto il paravento religioso discutibili interessi privati; fate vedere che i cattolici sono leali, sono intransigenti per sé e per gli altri, quando si tratta dei principi e del bene pubblico; ma sono comprensivi, rispettosi, tolleranti, per chi non ha avuto la fortuna di condividere le loro idee. Fate con la vostra vita integerrima e benefica la difesa del nome cattolico; e poi, se occorre, vantarvi, che col chiamarvi clericali il mondo mostri d’intuire che dalla vostra fede e dalla vostra adesione alla Chiesa voi attingete la vostra forza e nobiltà morale...”.

Gli inserti sono tratti da: G.B. Montini – Discorsi e Scritti Milanesi – Istituto Paolo VI – Brescia – Per Gentile concessione del dottor Luciano Vaccaro, segretario della Fondazione Paolo VI di Villa Cagnola – Gazzada Schianno - Varese

+ 13 – VII – 1962

(2024)

                                UN’APERTURA DI CIELO

Visita al monastero delle romite ambrosiane di Santa Maria del Monte (Varese) e tiene l’omelia durante la Messa.

“...Essere cristiani è una vocazione, è una silenziosa chiamata di Dio all’umanità. Ai cristiani Egli dà dei privilegi, delle grazie, dei favori, impone anche dei doveri, dei compiti, degli obblighi e assegna destini particolari...”.

“...La Regola è per voi la formula della vostra perfezione, lo stampo sul quale dovete modellare il vostro comportamento, i vostri sentimenti e la maniera di vivere la vostra giornata. Cercate di aderirvi con tutta la possibile fedeltà e non avvenga mai nella vostra Comunità che la Regola sia dimenticata, allentata, decaduta e ci sia discordanza fra la realtà della vostra vita e questa lettera che sta lì per accusarvi, anzi che illuminarvi. Ci sia invece sempre questa adesione semplice e totale. Non conosco la vostra Regola, ma penso che sia una somma di norme molto sagge, ragionevoli, studiate, sapienti...”.

Gli inserti sono tratti da: G.B. Montini – Discorsi e Scritti Milanesi – Istituto Paolo VI – Brescia – Per Gentile concessione del dottor Luciano Vaccaro, segretario della Fondazione Paolo VI di Villa Cagnola – Gazzada Schianno – Varese

+ 16 – 5 – 1961

(1772)

                                  

                     L’IMMOLAZIONE DI OGNI GIORNO

In occasione della Visita pastorale nella Parrocchia di Santa Maria del Monte (Varese) incontra le monache romite ambrosiane, visita il loro monastero e rivolge una breve esortazione.

“...Continuate a conservare il rito antichissimo del grande Sant’Ambrogio, bellissimo e che vi dà il diritto al vostro nome di Romite Ambrosiane. Siate santamente entusiaste e la santa Liturgia sia da voi amata, gustata, vissuta nei suoi salmi, inni, preghiere, Liturgia che ravviverà sempre di più la vostra intimità con Dio. Fedeltà alla recita corale pensando che, pur le sole rimaste fra tutte le comunità della Diocesi, non siete però escluse, anzi il vostro fervore deve alimentare sempre di più la fiamma dell’amor di Dio così da divenire un incendio che riunisce tutte le anime in un unico e solo cuore. Vi sentirete sempre più unite tra voi e con tutta la Chiesa ambrosiana, non solo, ma con la Chiesa universale che con voi e in voi prega e si immola. Ma un’ultima cosa vi chiedo, figliole: che siate sante!Sì, perché è solo la santità che salva e converte. Siate Sante nell’umile e silenziosa, costante e serena vostra immolazione di ogni giorno, di ogni momento e così darete gloria a Dio e sarete apostole anche nella vostra clausura...”.

+ 16 – 5 – 1961

(1741)

                              IL CULTO DELLA MADONNA

Compie la visita pastorale nella parrocchia di S. Maria del Monte (Varese) e pronuncia un discorso.

“...Nella nostra pietà accade un altro fenomeno: a volte diventa pietà interessata. Diventiamo devoti della Madonna quando v’è un esame da sostenere, e abbiamo mal di testa, o una malattia, o una operazione da superare, e così via, allora è la Madonna dei miracoli, la Madonna delle grazie. Questo è bello, ma è un po’ una devozione che... tira giù la Madonna: abbiamo presenti i nostri bisogni, i quali soverchiano l’amore e la dedizione che dobbiamo a Maria Santissima. Questo appartiene a tutto quell’istintivo movimento che fa della religione un fenomeno soggettivo e cerca di trarre da essa l’utilità. La religione sarebbe un Mutuo Soccorso, un’Associazione contro le disgrazie, e così via...”.

“...La Madonna ha ricevuto la grazia di collaborare. Ciò documenta un grande principio della nostra teologia, la collaborazione. Il Signore poteva salvarci senza alcuna creatura. Invece ha voluto mettere tutto un sistema umano di cause seconde, di collaborazione. Maria inaugura questo sistema. La Chiesa stessa è collaborazione a Dio nella distribuzione delle grazie, dei Sacramenti, della Carità.

+ 10 – VII – 1960

(1535)

                       ENTRARE CON AMORE NELLA VITA

Al Sacro Monte di Varese celebra la Messa per la festa della <Leva del lavoro> aclista e tiene l’omelia.

“...Capirete così che questo mondo deriva da uno sforzo lunghissimo e tenacissimo, merita – per lo meno –un certo rispetto, merita una considerazione; non possiamo andare avanti , in mezzo alla società come degli irresponsabili e degli incoerenti che camminano in mezzo al lavoro degli altri, di quelli di ieri, così come se noi fossimo padroni di tutto quello che incontriamo sui nostri passi. Bisogna entrare dicevo, con spirito di osservazione e con un senso di rispetto. E allora vedrete che il mondo sociale, in cui entriamo è una tessitura, è una rete molto delicata, molto complessa di rapporti; uno regola l’altro, questo incide su quest’altro eccetera; tutto vibra, tutto è legato, tutto è messo insieme da un complesso – dico – di rapporti pensati e voluti, di relazioni stabilite che si chiamano <le relazioni giuridiche>, parola un po’ difficile, che vuol dire: i diritti e i doveri. Se uno, per esempio, è in un posto, comanda; se è in un altro, ubbidisce; se uno ha fatto un lavoro, ha diritto ad avere la paga; se non l’ha fatto, non ne ha diritto. Tutto ha una sua disciplina, tutto ha una sua regola...”.

“...La questione sociale nasce appunto dall’avvertire una grande disuguaglianza, prodotta dalla differente distribuzione di beni materiali. E certamente qui vi è qualche cosa che non va; che non può essere definitivo, perché vediamo subito per intuito che non è giusto che uno sia sempre soggetto e carico di lavori, e l’altro invece abbia ogni diritto e se la goda egoisticamente...; vi deve essere qualche disciplina che distribuisce meglio beni e diritti, bisogni e doveri; qualche regola, che tempera certe inutili ed eccessive disuguaglianze sociali: è, lo ripeto, la avvertenza della questione sociale...”.

+ 20 – VII – 1958

(1005)

                              UNO SGUARDO IN ALTO

Al Sacro Monte di Varese, incontra oltre tremila giovani, convenuti per la festa della <Leva del lavoro> organizzata dalle ACLI e rivolge loro la parola.

“...Quanta gioventù in questo santuario così celebre e così degno del nostro affetto e della nostra venerazione, con i vostri assistenti, coi rappresentanti di centri di lavoro così importanti, venuti da tanti paesi, da tante Parrocchie, animati tutti dagli stessi principi: sarebbe cosa tanto suggestiva l’approfondire il significato e la bellezza di questa riunione e forse voi lo farete ciascuno per conto vostro o altri, meglio, ve ne parlerà...”.

“...non si parte per un grande viaggio senza sapere dove si va. Sarebbe un viaggiatore sciocco quello che si mettesse in cammino senza sapere dove vuole andare o se si contentasse di andare a così piccole tappe da non avere una vera direzione, o di curvare la fronte e di marciare insieme con gli altri, come camminano le pecore quando da altri sono guidate. Voi, invece, volete oggi vedere e guardare dove camminate, dove andate, qual è l’orizzonte della vostra vita e quale deve essere il fine a cui questa vostra vita è diretta, e così guardate quali sono i principi che governano la vita del lavoro e quali devono essere i fini, gli scopi più alti che la dominano, la informano e le danno una vera fisionomia...”.

“...Guardate ai principi, punto di partenza, guardate ai fini, il traguardo. Dalla stazione di partenza alla meta corre oggi il nostro pensiero, e parlare di principi che governano e che devono dirigere la vita del lavoro, lungo discorso sarebbe e non qui lo facciamo...”.

“...Per questo vi mettiamo in attenzione: state attenti, state attenti, è proprio vero che non serve a niente l’avere una fede ed avere su le labbra una preghiera quando si entra nel mondo del lavoro? Questa scissione – che è stata compiuta nella nostra età – del mondo del lavoro dal mondo dello spirito, è una fortuna per il mondo del lavoro? Il togliere al lavoratore la sua speranza e la capacità di guardare in alto e di dirigere dalle stelle, voglio dire dal cielo, tra i principi religiosi, il suo cammino laborioso, faticoso, è forse una fortuna? ...”.

“...Che bellezza, figli miei, non avere l’odio nel cuore, ma l’amore, anche quando si lavora: trovare degli amici veri, dar buon esempio, stimolarsi al bene, promettersi l’uno con l’altro dei propositi veri, soprattutto guardare gli altri che non hanno la stessa fortuna di voi, di credere, di pregare, di conservarsi puri e forti come voi volete essere!...”.

+ 26 – V – 1963

(2215)

                         UN’ASSIMILAZIONE INEFFABILE

Omelia durante la messa di ordinazione episcopale di mons. Francesco Rossi, celebrata nella basilica di S. Vittore a Varese.

“...perché più che essere maestro in questa materia io mi sento ancora tanto, tanto bisognoso di apprendere e tanto impari all’immensità del compito ed alla gravità dei doveri che mi sono imposto così che tremo sempre tutte le volte che devo leggere nella mia anima chi sono io, che cosa faccio, che cosa dovrei fare. Preferisco rimandare questo colloquio a quando lei, carissimo confratello, potrà piuttosto dirmi delle sue esperienze e forse nel dialogo potremo avere qualche mutua edificazione...”.

+ 3 – VII – 1960

(1530)

                                SIATE CAMPANILISTI

Omelia durante la messa nella chiesa parrocchiale dei Santi Ambrogio e Martino a Cairate (Varese) in occasione della consacrazione del restaurato edificio.

“...Il pensiero è stato questo: vogliamo avere una bella chiesa proporzionata allo sviluppo numerico della popolazione; non solo numerico, ma anche culturalmente vogliamo una chiesa moderna, vogliamo una chiesa nuova, vogliamo una chiesa bella e perciò avete messo in questo edificio tanti vostri pensieri e il pensiero centrale è questo qui: noi vogliamo un luogo sacro per pregare Iddio, perché siamo cristiani e vogliamo essere cristiani. Ecco, questo è il significato ultimo e supremo di questa opera...”.

“...noi vogliamo rimodernare e dare espressione attuale viva e splendida e decisiva alla nostra fede...”

Gli inserti sono tratti da: G.B. Montini – Discorsi e Scritti Milanesi – Istituto Paolo VI – Brescia – Per Gentile concessione del dottor Luciano Vaccaro, segretario della Fondazione Paolo VI di Villa Cagnola – Gazzada Schianno - Varese

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