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Addio a Giuseppe Zamberletti, uno dei più importanti varesini di sempre

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Giuseppe, Peppino per i sacromontini, è nato e vissuto a Santa Maria del monte. Figlio degli ultimi gestori del più grande albergo e ristorante del borgo. Fratello di Domenico, per tutti  l’amato e “venerato” Domenichino, morto a 14 anni, riposa al cimitero del borgo. 

Il Governo ha deciso di disporre i funerali di Stato per Giuseppe Zamberletti. Le esequie si terranno, martedì 29 gennaio alle ore 10.30 presso la Basilica di San Vittore a Varese. La camera ardente, allestita nella sala Consiliare di Palazzo Estense a Varese, sarà aperta oggi dalle ore 15 alle 19 e nella giornata di domani, lunedì 28 gennaio, dalle ore 9 alle 19.

"La scomparsa di Giuseppe Zamberletti mi addolora profondamente e, in questa ora, desidero esprimere alla sua famiglia il mio sentimento di vicinanza e la partecipazione affettuosa del popolo italiano al cordoglio. Il tratto cordiale, qualità riconosciuta della personalità di Zamberletti, ha rafforzato la sua capacità di dialogo e la naturale disposizione al servizio delle istituzioni e della comunità", ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricordando la figura di Zamberletti.

In molti lo ricordano attraverso le parole più belle e semplici pronunciate sul campo da commissario straordinario per il terremoto del Friuli nel ’76 o da quello in Irpinia dell’80: in entrambi fu un vero padre della ricostruzione. Ma lo ricordiamo anche con alcune splendide parole sulla capacità di coinvolgere i giovani – per lui decisiva – nella prevenzione delle calamità. Sono le sentinelle dell’emergenza che vivono nella società civile a far sì che non si debba agire soltanto in caso di emergenza, prevenendola. 

In uno dei suoi ultimi incontri pubblici tenutisi per il quarantennale del sisma friulano (137 comuni colpiti: il 6 maggio 1976 restarono sul campo mille morti, 3 mila feriti, 100 mila senzatetto; 40 mila friulani costretti all’esodo nelle località balneari), Zamberletti ricordò diversi aneddoti, fra cui quello di una donna sfollata di Gemona, alloggiata in un albergo sul litorale, che nei primi anni dopo l’emergenza gli donò un tappeto su cui aveva ricamato il Castello di Gemona, dicendosi certa che non l’avrebbe più rivisto.
Zamberletti le promise che il Castello sarebbe risorto e così fu. «Il Friuli – aveva affermato l’ex commissario – era riuscito a salvare le stelle preziose del suo firmamento urbanistico».

«E i sindaci – aveva poi aggiunto Zamberletti – furono protagonisti del soccorso, non li dimenticherò mai e li ricordo tutti per quello che mi hanno insegnato in quei giorni difficili».

«Il modello Friuli è l’unico che funziona quindi non va modificato. Dove l’hanno fatto non ha dato i risultati che credevano di ottenere… Il modello Friuli è l’unico possibile, prevede la delega ai sindaci, l’installazione dei prefabbricati e la ricostruzione dei paesi dov’erano e com’erano… Lo conferma il fatto che è stato applicato per gestire il post terremoto in Irpinia, in Emilia, dappertutto. Solo a l’Aquila si scelse un’altra via e i risultati sono sotto gli occhi di tutti».

Sul terremoto in Irpinia del 23 novembre 1980, Zamberletti fu nuovamente nominato commissario: «Un’esperienza durissima poiché si trattava del più forte terremoto della seconda metà del secolo scorso, che ha provocato 3mila morti e che ha riguardato non solo l’Irpinia, ma un’area immensa che andava da Napoli, dove ci furono 80 morti, a Potenza. 
Il terremoto ci fu il 23 novembre e a primavera erano stati realizzati i 25mila alloggi prefabbricati per collocare la gente rimasta senza casa. Ricordo con grande gratitudine e ammirazione i sindaci della Campania e della Basilicata, nei quali ho trovato una grande capacità di lavoro e i risultati sono stati eccezionali». 

«Già dopo il terremoto del Friuli avevo cominciato a chiedere che il Parlamento e il Governo varassero una legge per la protezione civile che rendesse l’organizzazione permanente. Il commissario che veniva nominato non aveva un’organizzazione alle spalle, ma doveva crearla sul posto a evento già avvenuto. Addirittura, nel caso dell’Irpinia, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò sul posto prima che fosse nominato il commissario, constatando la mancanza di un’organizzazione permanente e l’improvvisazione dell’intera operazione di intervento. Non a caso fu l’uomo politico più sensibile alla richiesta della realizzazione di un’organizzazione di protezione civile. Oggi il Dipartimento di Protezione civile italiano è tra i migliori al mondo».

«È doloroso, ma va detto subito: i tempi sono quelli. È importantissimo che le persone colpite dal sisma non siano illuse. Devono sapere la verità per potere fare poi le loro scelte. Se racconti loro che resteranno nelle abitazioni provvisorie, magari dignitose ma provvisorie, solo un paio d’anni la scoperta poi della verità – e cioè che non resteranno solo quei due anni – sarà un dolore straziante. Insopportabile. E rischierà di scatenare le proteste di chi si sentirà tradito».

«Il servizio di protezione civile ha bisogno di grandi numeri sul territorio e si devono prevedere una formazione e una mobilitazione del volontariato. Come si mobilita il volontariato? I giovani devono essere spinti a interessarsi del problema…».

«La protezione civile non deve essere utilizzata solo in emergenza: crolla un palazzo, esonda un fiume, arriva un terremoto. No: bisogna prevenire. Che significa guardare il tuo territorio e individuare i rischi che possono essere nascosti. Sei in una zona sismica? Devi valutare quali sono le strutture più fragili. Il terremoto non ammazza nessuno: sono le case che cadono a farlo. Non si tratta di evitare il terremoto, ma le conseguenze del terremoto. 
Ci sono paesi molto avanzati in cui i terremoti sono violenti, è il caso del Giappone, dove si limitano gli effetti del sisma sulla popolazione». 

«Da noi non c’è una cultura della prevenzione, anche perché questa cultura è difficile da sviluppare perché la gente vede il rischio solo quando si presenta l’evento. Cioè si accorge che il suo fiume è pericoloso quando va fuori. Prima non va a vedere se deve essere pulito, se ci sono intasamenti creati da opere realizzate dall’uomo oppure da trascuratezza, presenze di tronchi d’albero o materiali che rallentano il corso dell’acqua e al momento delle piogge molto intense possono dare luogo ad un’alluvione. Ci sono esempi anche qui in Lombardia e sulle nostre Prealpi». 

«Spingere i giovani a guardare il loro territorio e a vedere i rischi, in molte zone, è decisivo: basta partire dal torrentello intubato e andare a vedere se la pulizia è fatta regolarmente. Dici: questo è compito delle istituzioni. Ma non sempre le istituzioni, se non c’è una sentinella che segnala le cose, possono intervenire. Perché la sentinella serve al sindaco e all’amministratore locale per dirgli: attento, qui mi sembra che si stia costruendo nel posto sbagliato. Ecco, serve dialogo tra il sistema di protezione civile, le sentinelle e il comune. Se questa visione non è facilitata da una presenza attiva del volontariato, non c’è prevenzione. La mancata vigilanza o attenzione crea problemi. I giovani vanno spinti a creare dei gruppi non solo per intervenire in casi di emergenze ma a lavorare per evitare le emergenze». 

«Non si fa prevenzione perché manca un’organizzazione della società civile capace di aiutare le istituzioni a vedere i rischi che una comunità può correre. Una volta i giovani venivano coinvolti in questa attività di sentinelle dal porta a porta: oggi abbiamo i messaggi sui social, gli sms o magari un sito per mostrare il problema e il modello in cui associarsi per prevenirlo. Ci deve essere l’informazione e anche la struttura che poi questi giovani li raccoglie. Quando un ragazzo si accorge che questo è un campo interessante, dove va? Bisogna dare una motivazione e mobilitare le energie delle nuove generazioni. Le sentinelle delle emergenze si preparano spingendo i nostri figli a incontrarsi sul terreno della prevenzione».

«Oggi la Protezione civile non perde solo il suo fondatore ma anche un amico, un maestro, una guida. Questo è stato in questi anni per tutti noi e per i tanti volontari italiani». 
Così parla il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, ricordando Zamberletti. «Oggi perdiamo uno straordinario conoscitore della fragilità del nostro paese – aggiunge – un uomo che per primo intuì la necessità di distinguere la fase del soccorso in emergenza da quella fondamentale della previsione e della prevenzione dei rischi naturali. Zamberletti ci ha insegnato a riconoscere la cultura della protezione civile come sapiente tutela della salvaguardia della vita e dei beni comuni, ma ha svolto anche l’importante funzione di guida morale e costante riferimento per lo svolgimento del nostro servizio» 

Parlamentare della Democrazia Cristiana fin dal 1968, Giuseppe Zamberletti si è sempre occupato di temi riguardanti la sicurezza dei cittadini.
Nel 1972 ha ricoperto l’incarico di Sottosegretario all’Interno nei governi Moro e Andreotti, con la delega per la Pubblica sicurezza, l’antincendio e protezione civile.
In occasione del terremoto del 1976 in Friuli, Zamberletti fu nominato commissario straordinario per assicurare il coordinamento dei soccorsi. Nel 1980, a seguito del terremoto in Campania e Basilicata, la sua esperienza di commissario straordinario si ripete.
L’esperienza maturata lo porta al convincimento che le calamità, sia naturali che legate all’attività dell’uomo, non possono essere fronteggiate soltanto con una attività di mero soccorso, ma possono essere previste, prevenute e mitigate nei loro effetti mediante l’operatività stabile di una struttura creata ad hoc.
Così nel 1981 verrà incaricato dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini, di predisporre, quale alto commissario, gli strumenti organizzativi della nuova protezione civile, e nel 1982, nominato Ministro per il coordinamento della protezione civile, diventa Capo del dipartimento appena creato. «È il giorno – ricorda la Protezione civile – in cui, in Italia, si volta pagina nella gestione delle calamità sul territorio nazionale. Un percorso che terminerà con la legge 225 del 1992 che rappresenterà il traguardo di un progetto iniziato dieci anni prima». 
Zamberletti sarà Ministro organizzatore e coordinatore del nascente sistema nazionale di protezione civile per il 1982 e poi ancora dal 1984 al 1987 in gran parte sotto la presidenza di Bettino Craxi.
Nel 2007 viene nominato presidente della Commissione Grandi rischi, incarico alla cui scadenza, proseguirà ancora, nella carica di presidente emerito, che ha mantenuto sino alla fine.

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