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Il - non - decalogo del viandante

Pubblichiamo il “non” decalogo del viandante (da non confondere con il camminatore) di Luigi Nacci: un modo non convenzionale di camminare e visitare:

  1. Noi non amiamo camminare per poche ore, per una giornata o due. Ci capita di farlo, ne ricaviamo una forma di benessere fisico, ma non ne ricaviamo una forma di gioia. Se gioia è una parola troppo ingombrante, è possibile riformulare così: non ne ricaviamo dei sentimenti potenti, tali da mettere in discussione la nostra vita. Sappiamo che c’è bisogno di giorni, di settimane, affinché ciò accada.
  2. Noi guardiamo storto chi, incontrandoci, ci augura «buona passeggiata». Si passeggia nel tempo libero, per prendere aria, per prendere un gelato, per far passare del tempo prima di una cena. Chi passeggia è ancora inserito in un modello di vita borghese, grosso modo riassumibile dalla sequenza casa-ufficio-sport-svago-casa. Noi stiamo male perché questa sequenza ci sta sempre più stretta. Ci può capitare di passeggiare, ma non accosteremmo mai questa esperienza a quella del cammino.
  3. Noi non abbiamo interesse per l’allenamento, la competizione, i cronometri. Se ci alleniamo è solo in vista di un lungo cammino. Se ripetiamo più volte l’ascesa a un monte non prendiamo nota di quanto tempo ci abbiamo messo. Non amiamo i dislivellomani. Dei percorsi che abbiamo fatto più volte ricordiamo gli alberi, le fioriture, le tracce animali, le locande, i volti di chi abbiamo incontrato, i volti di quelli che non hanno potuto accompagnarci.
  4. Noi ci spostiamo con mezzi privati e pubblici, anche se le persone spesso ci chiedono: «sei arrivato a piedi?». Alcuni lo chiedono seriamente, perché ti immaginano in continuo movimento, sei per loro un missionario, un esploratore, un oggetto non identificato. Altri ti prendono in giro (quasi mai apertamente), ai loro occhi sei lo scemo del villaggio, un Forrest Gump minore, un disadattato. Quando spieghi loro che possiedi la macchina, o la moto, o che hai l’abbonamento dell’autobus eccetera, non capiscono. «Sta barando», pensano dentro di sé. Come se questo fosse un gioco.
  5. Noi siamo stanchi di fare i turisti. Ci interessa sempre meno viaggiare per visitare quella chiesa, quel monumento, quel museo, quel parco. Se anche prendiamo una mappa all’ufficio informazioni e ci dirigiamo in tutti questi posti a piedi non stiamo bene (vedi punto 1). Abbiamo camminato ma non siamo stati in cammino. Facciamo fatica a spiegarlo a chi è vicino a noi. Soprattutto fatichiamo a spiegare che non amiamo la «vacanza». Vacanza ha che fare col vuoto. Viandanza* col pieno.
  6. Noi sentiamo, quotidianamente, in particolare con l’avvicinarsi della primavera, un esagerato desiderio di stare all’aria aperta, di non avere vincoli, non avere orari, non fare la fila, non compilare moduli, non maneggiare soldi, non fare shopping, non accumulare roba (quando lo facciamo ci sentiamo in colpa). Si tratta di una voglia di libertà che pervade gran parte delle cellule del corpo. Ci sentiamo in gabbia. Andare a camminare per qualche ora, fare una passeggiata, corrisponde all’andare avanti e indietro dentro la gabbia.
  7. Noi sentiamo il richiamo dell’eccezionalità. Siamo attirati dalla meraviglia. Lo abbiamo provato nei nostri cammini, ne siamo diventati dipendenti. Non si trattava del panorama dalla vetta, altrimenti basterebbe fare un’escursione di giornata per provare di nuovo quel sentimento (noi non amiamo la parola «escursione»). Era eccezionale e portatrice di meraviglie la nostra vita in cammino. La non prevedibilità. Il non sapere cosa sarebbe potuto accadere. La consapevolezza di avere d’innanzi a sé il mondo aperto. Lì lottavamo per addomesticare l’ignoto. Qui siamo costretti, per sopravvivere, ad ignorare il domestico. Stando nell’eccezionale, eravamo eccezionali. Era il cammino a rendere ciò possibile, non il camminare.
  8. Noi sopportiamo sempre meno le notizie dell’ultima ora. La cronaca nera, la cronaca rosa, la cronaca bianca. Diveniamo daltonici. Ci indigna, ci fa arrabbiare, ci addolora la serie di gesti violenti e prepotenti. Nei nostri cammini ci eravamo abituati a dividere il pane, ad essere accolti, a non giudicare dall’aspetto, a non avere timore degli altri. Ci sentivamo esseri umani migliori. Non era il camminare a rendere ciò possibile, ma il cammino.
  9. Noi siamo sognatori diurni. Sogniamo in continuazione. Di mollare il lavoro, la casa, le incombenze del quotidiano. Alcuni di noi possono sognare di abbandonare le persone che amano. Di sparire con il proprio zaino e mettersi in un’altra vita. Sono sogni di cui possiamo parlare solo con i sognatori diurni. Risultano incomprensibili agli altri. Se non possiamo parlarne veniamo travolti dalla frustrazione, dal rancore. Camminare non intacca la portata di quei sogni. Solo il progetto di un lungo cammino placa temporaneamente la nostra inquietudine.
  10. Noi siamo viandanti, non camminatori. Siamo le creature della via, della strada aperta, degli incroci, delle curve, delle soste. Lo siamo anche quando non camminiamo. Perché dal cammino non si fa ritorno. Non abbiamo più fatto ritorno dal nostro primo cammino. Una parte di noi è rimasta in qualche bosco, presa in qualche corteccia, appesa a qualche ramo. Noi intuiamo, senza riuscire a razionalizzarlo, di essere parte di quella cosa chiamata «viandanza»*: una vita nuova, una soglia, un’altra dimensione in cui le nostre fantasticherie di sognatori diurni si realizzano. Noi siamo pochi, siamo una minoranza. Ci riconosciamo subito. Ci passiamo parole sottobanco. Ci pensiamo in silenzio. Non amiamo i decaloghi. Chiamiamo i nostri zaini per nome.

Luigi Nacci, insegnante, giornalista ed escursionista.