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L'artista che vive e lavora nel bosco

Velate: al tramonto la mole del monte Rosa e verso occidente il lembo estremo del lago di Varese. E poi una spianata di tetti che interrompono castagni e querce: tutto come la storia ce lo ha consegnato. Del resto quando nel 1623 vennero terminate le cappelle del Sacro Monte, i pellegrini tagliarono fuori il borgo di Velate dalla loro strada, scegliendo l’acciottolato di due chilometri che si snoda fino al santuario di Santa Maria del Monte. L’atmosfera fissata nel tempo del “per sempre” rende questo angolo di Varese il luogo ideale per chi si occupa di arte in senso lato: pittura, scultura, musica, scrittura. Ecco perchè camminando per i sentieri accanto al sambuco e al nocciolo, ci si imbatte in quello che in origine era un antico lavatoio, poi officina di un fabbro e ora rifugio d’arte. Qui Giorgio Sovana ha la sua casa – atelier, circondata solo dal bosco. «L’arte nasce così, prima è un desiderio poi diventa una necessità di vita: si entra in un mondo e si resta conquistati. Da quel momento non la si può tradire più». Scultore e pittore, Sovana coerente con questa filosofia di vita, non va in vacanza da 35 anni, preferendo la quiete assoluta delle case “straordinarie” in cui ha sempre scelto di vivere. Dal lago a questo palcoscenico silenzioso di madre Natura. «L’arte è la verità della mia vita, l’unica che realmente mi interessa. In fondo è legata alla ricerca dell’immortalità, alla continuità dopo il momento e – confessa -l’artista ha sempre presente la morte: nei miei lavori ovunque». Varesino, classe 1946, nato in piazza Carducci, ha poi vissuto a Milano dove ha lavorato per diversi anni nel campo della comunicazione e della grafica. Sovana ha iniziato il suo nuovo mestiere nel 1984 a Como, con una mostra alla Galleria Pantha Arte. Da allora ne ha fatta di strada. Le sue figure antropomorfe in legno di thuja hanno un’impronta inconfondibile. Micro e macro sculture, dai 20 centimetri ai 2 metri. Forme pure ed essenziali, sbucate da un passato arcaico, moderne cariatidi, Kouroi occidentali di impronta greca che richiamano anche la scultura romanica lombarda. Un mix virtuoso. Figure che sono archetipi di una realtà atemporale, solo accennate, ma potenti, tronchi scolpiti con forza, spesso con ascia e motosega. Uomini e donne senza fronzoli né dettagli, giganti nelle cui vene scorre la scultura classica, imponente e michelangiolesca, totem di modernità che sprigionano una straordinaria forza comunicativa. Mancano di volto oppure di braccia “perché la storia ci ha consegnato splendide realizzazioni scultoree assolutamente monche e noi le accettiamo così come sono, senza riserve». Il frammento affascina l’artista. Al punto che il particolare viene tolto dalla materia (legno, ma anche cera, pietra…) con un risultato sorprendente: la perdita di quel dettaglio finisce per caricare l’intera figura di significato. A dimostrazione che nell’ arte i conti non tornano mai: Sovana toglie per aggiungere, nello stile di Brancusi. L’artista si diverte poi a capovolgere i termini delle sue creazioni. Questa volta è il frammento ad essere rappresentato, isolato dal “tutto”. Sulle pietre di Saltrio, che risalgono al Giurassico, scava mani, le sue mani, impresse sulla materia di milioni di anni fa. Una manciata di mani sul pavimento che evocano sempre il medesimo soggetto negato nella sua interezza ma per questo più visibile che mai. Dalla vetrata dell’atelier, il bosco di latifoglie ai piedi del monte San Francesco in Pertica è uno scorcio di un quadro, un’inquadratura fissa. Le piante fuori si sovrappongono alle sculture di Sovana, come le statue non finite di Rodin.

di Tiziana Troise per VN