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Primo bilancio per gli 11 anni di vini igt

Sono vini di buona stoffa, con bouquet fragranti e una piacevole personalità. Tecnicamente vini “del territorio”, a diffusione locale, proposti nei ristoranti e nelle enoteche soprattutto sulle sponde del lago Maggiore. Gli enoturisti e i buongustai li chiedono con i piatti della cucina nostrana: i bianchi con il risotto al pesce persico e quand’è stagione con gli asparagi, i rossi con la polenta, i bruscitt, il brasato e altre golosità prealpine. A undici anni dal riconoscimento della Igt (il decreto fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 21 ottobre 2005), come vanno i vini Ronchi Varesini a indicazione geografica tipica? Come reagiscono alla crisi le nuove Cantine e con quale impatto economico sul territorio?

Strategie aziendali e ricadute economiche sul territorio dopo poco più di un decennio dal riconoscimento dell’Indicazione Geografica Tipica Ronchi Varesini. Tra bilanci e progetti per il futuro

Le risposte sono in parte positive. Le bottiglie “made in Varese” cominciano a far capolino sulle Guide nazionali (Touring Club, Viniplus, Veronelli), nelle fiere nazionali (Expo, Vinitaly, Cantine Aperte, Movimento turistico del vino) e in quelle locali (Agrivarese, Lago di Vino, Omegna, Intra, Arona e Piacenza). Le assaggiano gli esperti delle riviste online e di recente hanno richiamato l'interesse di Slow Wine, la guida dei vini di Slow Food, considerata la bibbia del buon bere. Le ricadute sul territorio sono positive. Angera ha riscoperto la tradizionale festa dell’uva, Golasecca le passeggiate ecologiche, Morazzone le degustazioni. Il recupero del terreno alla coltivazione migliora il panorama e gli chef nei ristoranti si sbizzarriscono a creare abbinamenti con la gastronomia. Dal primo gennaio 2016 il diritto d’impianto dei vigneti è affidato alle Regioni e potrebbe essere un’opportunità.

Sull’altro piatto della bilancia le aree coltivate sono esigue, la produzione bassa, i prezzi alti e la notorietà dei vini ancora insufficiente: “Meno del 5% della popolazione sa che il Varesotto produce vino - osserva l’agronomo Andrea Tovaglieri, pioniere degli studi in materia -. Abbiamo una piccola produzione inferiore ai centomila litri l’anno con un fatturato di trecentomila euro, 50 mila bottiglie circa ricavate da una minuscola superficie di 19 ettari, pari allo 0,088 della viticoltura lombarda, compresi i produttori amatoriali e i terreni sotto i mille metri coltivati per autoconsumo”.

Al momento l’attività di vitivinicoltore richiede soprattutto passione, ma è un’occasione di lavoro per i giovani e un sistema per prendersi cura del territorio. C’è chi punta ad allargare i vigneti, chi scommette sull'attività agrituristica-alberghiera, chi si apre a nuove forme di azionariato. Cascina Piano ha tre ettari di terreno tra Angera e Ranco, produce 20 mila bottiglie e sette tipi di vini tra cui il nebbiolo in purezza presentato al Vinitaly, un nuovo spumante e il muffato a base di malvasia aromatica di Candia che qualcuno paragona al pregiato Sauternes francese.

Il direttore Franco Berrini spiega: “Le possibilità di ingrandirsi e avere una produzione ampia per affrontare i mercati extraprovinciali è legata alla ricerca di capitali. L’obiettivo è passare da tre a sei ettari nei prossimi tre anni e negli anni successivi arrivare a otto o nove ettari. Gli spazi esistono, ci sono molti terreni tenuti a prato e a sterpaglia che in passato ospitavano rigogliosi filari di viti. Si sono già fatte avanti persone interessate a entrare nel quaranta per cento messo in vendita in quote. Abbiamo bisogno di soldi freschi da investire in vigneti e in macchinari e di creare una struttura aziendale solida, con persone a tempo pieno per portare avanti i vari settori produttivi. Tre anni sono i tempi di sviluppo previsti con un fatturato di 350-400 mila euro”.

Cascina Piano ha tre ettari di terreno tra Angera e Ranco, produce 20 mila bottiglie e sette tipi di vini tra cui il nebbiolo in purezza presentato al Vinitaly

In altra direzione si muove Giuliana Tovaglieri, la manager di Golasecca che ha colto al balzo la capacità di richiamo del vino per sviluppare una fiorente attività agrituristica, ristorativa e alberghiera. “Abbiamo un ettaro e mezzo coltivato a uve chardonnay, merlot, brachetto, pinot nero e nebbiolo - spiega -. Produciamo novemila bottiglie l’anno e cinque tipi di vini. La tenuta dispone di dieci ettari con boschi, campi di ortofrutta e un piccolo allevamento di manze, maiali e razze avicole. Offriamo possibilità di alloggio in quattro camere, 55 posti al ristorante e una struttura esterna per cerimonie e convention aziendali, corsi di agricoltura, viticoltura e cucina. La possibilità di pernottare, di visitare la cantina e assaggiare i vini, di gustare taglieri di salumi, formaggi e torte appena sfornate è un valore aggiunto per i turisti sia italiani che stranieri”.

Nuovi impianti sono in funzione alla Cascina Ronchetto di Morazzone con due ettari coltivati a merlot e chardonnay. La cantina è stata ristrutturata con un’ampia sala per le degustazioni. Produce 20 mila bottiglie l’anno che raddoppieranno con l’entrata in produzione di altri due ettari. L’enologo Giovanni Caprioglio sorride: “La gente si stupisce ancora della bontà dei nostri vini, ma incomincia a conoscerli. Abbiamo un merlot in purezza ottimo con selvaggina e formaggi a pasta dura, un gamaret rosso rubino con riflessi violacei e profumi di frutta matura; un Merlot vinificato in bianco con mosti di uve rosse e bianche macerati a freddo, fermentati e affinati per tre mesi; e i nostri due spumanti competono con quelli della Franciacorta”.

Più piccole sono le cantine Cascina Filip di Travedona Monate, Valle Luna di Masnago e Laghi d’Insubria di Albizzate, senza contare la gloriosa Rossi di Angera che fa grappe ed affini. Intanto giovani entusiasti si profilano all’orizzonte come Valentino Bresciani e Selene Arioli che vogliono produrre spumanti a Viggiù coltivando uve chardonnay e pinot bianco. E tra gli hobbisti c’è chi pianta gamaret sui crinali del Sacro Monte ispirandosi alla stampa di Federico Agnelli e alle vigne che nel Seicento s’inerpicavano fino alla settima cappella.

 

Sergio Redaelli per Varesefocus