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Giuseppe Zamberletti: "Come rilanciare il Sacro Monte? Riqualificare insieme il patrimonio edilizio e venderne una parte"

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di SERGIO REDAELLI     Giuseppe Zamberletti, sacromontino doc, è una figura di spicco della politica italiana, più volte ministro della Repubblica e padre fondatore della Protezione civile. Nato nel borgo il 17 dicembre 1933, è figlio dei gestori dell’ex Hotel Camponovo e fratello del Domenichino, il patrono dei chierichetti morto di leucemia nel 1950. Lo abbiamo intervistato a Radio Missione Francescana e, naturalmente, si è parlato del “suo” Sacro Monte. Com’è cambiato il borgo da quando il senatore era bambino? E soprattutto, è cambiato in meglio o in peggio? 

“Sicuramente è cambiato in peggio perché il Sacro Monte della mia infanzia e della mia adolescenza era un paese abitato da tante persone. C’era la guerra, molti sfollati erano venuti per salvarsi, numerose famiglie erano salite da Busto e da Milano per sfuggire al pericolo dei bombardamenti. Case e negozi erano aperti. Il teatro dell’oratorio allestiva ogni mese spettacoli nell’asilo di via Fincarà. Si proiettavano film, ci si divertiva, insomma c’era una vivace attività anche culturale”.

- Tanti negozi aperti? A giudicare da quel che si vede oggi sembra impossibile, perfino l’emporio resiste a fatica…

“Invece avevamo tutto, perfino il barbiere. La vitalità del borgo giovava anche alla vita del santuario e della parrocchia. Ho nostalgia di quei tempi. Lasciai Santa Maria del Monte nel 1968 proprio perchè non consentiva più di avere rapporti con la città”.

- Partecipando a una premiazione degli Amici del Sacro Monte, lei ha ricordato quando i residenti nascondevano i partigiani nelle soffitte e contemporaneamente i tedeschi alloggiavano all’hotel Camponovo, che apparteneva alla sua famiglia. Era davvero così?

“Si, come si usa dire “non ci facevamo mancare niente”. Alcuni abitanti del borgo ospitarono nelle soffitte i partigiani dopo l’8 settembre 1943 e alcuni di essi rimasero a viverci anche dopo la guerra. Ricordo che uno di essi divenne autista delle linee degli autobus. A Villa Varisco c’era anche Elio Vittorini, fuggiasco. Con la nascita della Repubblica di Salò, da Roma molti fascisti si trasferirono al nord e Santa Maria del Monte ospitò alcune famiglie delle Brigate Nere. L’albergo della mia famiglia fu requisito non dai tedeschi ma proprio dalle Brigate Nere”.

- Ha dei ricordi personali?

“Si, uno in particolare. Il 24 aprile 1945, il giorno prima della caduta del fascismo, all’hotel Camponovo si tenne un convegno organizzato dal Minculpop, il ministero della cultura popolare, rivolto ai professori delle scuole medie di Milano e Varese. Si discuteva dei rapporti tra la Repubblica Sociale e l’America latina. L’episodio mi è rimasto in mente perché dimostra che quando crolla un sistema, spesso chi è all’interno non capisce che cosa sta accadendo, è ottimista, s’illude”.

- Parlavano di America latina e tutto stava precipitando…

“Proprio così. Il ministro della cultura popolare Mezzasoma inviò un funzionario. La mia famiglia era stata estromessa dall’albergo ma io tenevo la bicicletta nella cantina e mi lasciavano passare per andare a prenderla, così ascoltai il presidente del convegno che dava la parola al funzionario”.

- Suo fratello Domenichino allora suonava l’organo e serviva messa in santuario come chierichetto…

“Si, fu prima di ammalarsi di leucemia. Morì a quattordici anni e ne divenne il patrono. I chierichetti di Santa Maria del Monte erano bravi e anche un po’ monelli…”.

- In che senso?

“Una volta arrivò il cardinal Schuster da Milano e si portò dietro i chierichetti del duomo per assisterlo durante la celebrazione della messa; ma a Santa Maria del Monte eravamo orgogliosi dei nostri chierichetti e trovammo il modo di chiudere gli altri a chiave nel campanile e i nostri servirono la messa”.

- Dice sul serio?

“Li portammo nel campanile con la scusa di far loro vedere le campane e li chiudemmo dentro. A doppia mandata”.

- Un sequestro di persona…

“Ma no, solo uno scherzo da ragazzi. Finì tutto a risate; ricordo don Gaetano Cappellini e il sacerdote Costantino Del Frate, il prete letterato che scrisse un bel libro su Santa Maria del Monte rivalutando gli aspetti artistici del Sacro Monte”.

- Oggi si litiga per il parcheggio alla Prima Cappella. Come funzionava allora il sistema sei trasporti?

“Si basava sulla funicolare e sul tram. Funzionava tutto benissimo”.

- Che cosa pensa del parcheggio?

“Progettano di costruirlo troppo lontano dalla stazione di partenza della funicolare”.

- E della funicolare?

“Che bisognerebbe rilanciare anche quella per il Campo dei Fiori”.

- Dipendesse da lei farebbe un parcheggio anche in alto?

“C’è un’interessante proposta di Caravati per allargare la strada che va dal cimitero al piazzale delle corriere e ricavarne sotto box chiusi per i residenti. Sopra, resterebbe lo spazio per il parcheggio dei turisti”.

- Lei ha detto che il nemico più insidioso del Sacro Monte è il progressivo degrado e che servirebbe la regia di un immobiliarista illuminato per rilanciare commercialmente il valore delle abitazioni. Da dove s’inizia?

“Da un consorzio dei proprietari d’immobili. Alcuni di essi non vivono più nel borgo, non riescono a vendere né a utilizzare le case che sono abbandonate, costose da mantenere e da ristrutturare, che restano chiuse e rischiano di subire dei crolli”.

- Allora che farebbe?

“Il consorzio dei proprietari dovrebbe mettere insieme il patrimonio edilizio, riqualificarlo e venderne una parte. Su cento metri quadrati ci si accontenta di restare proprietari di cinquanta, rimessi a nuovo e il resto si vende. Per Santa Maria del Monte ci vuole un progetto unificato. Altrimenti non se ne esce”.

- In che senso?

“Sistemare una casa e non l’altra non serve a niente perché non spinge verso la soluzione complessiva del problema. Sono convinto che molta gente sarebbe disponibile a vivere in un luogo incantevole come il Sacro Monte, a condizione che ci siano servizi moderni e funzionanti, che il borgo sia vivo, frequentato e con i negozi aperti. Lo stato d’abbandono è un disincentivo”.

 

 

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