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I CENTO ANNI DI FAUSTO COPPI

di felice magnani

Avrebbe potuto avere cento anni, ma il destino se lo è portato via a quaranta, ancora giovane e nel pieno delle forze. Se n’è andato in modo strano, sorprendendo tutti, lasciando nel cuore di tutti un dubbio, una tristezza profonda, l’idea che, forse, avrebbe potuto farcela se qualcosa avesse girato per il verso giusto. Avevamo tutti l’orecchio attaccato alla radio, ci sembrava quasi impossibile che il mito dovesse soccombere rimanendo senza respiro, proprio lui che con il respiro aveva un rapporto inossidabile e diretto, lui che aveva scalato fior di montagne, percorso strade sterrate, volato su Alpi e Appennini, lasciando i suoi avversari nel delirio dell’impotenza, lui, che s’involava sulle salite con la caparbia ampiezza di un airone e con la fredda determinazione di chi era cosciente della propria forza. Fausto lo abbiamo amato un po’ tutti, era il nostro mito, ci ha accompagnato fuori dai bagliori della guerra, dalla ritrosia della povertà, ci ha fatto capire che esisteva un altro mondo non vincolato, non prigioniero, non sottomesso, un mondo in cui la forza e il coraggio si sposavano con la bellezza di una natura e di un paesaggio che facevano da cornice alla voglia di vivere di un popolo. Bastava accendere la radio e subito aspettavi che il cronista di turno pronunciasse quel nome. Il mito accompagnava le nostre giornate, i nostri pensieri, colorava di sogni e di speranze una vita che si riprendeva dallo stordimento di una guerra che aveva paralizzato la gioia di vivere. Lo abbiamo seguito passo dopo passo, pedalata dopo pedalata, qualche volta sognando, lo abbiamo accompagnato nella sua gioia e nella sua agonia, sperando che un sorso di chinino potesse restituirlo intonso alla storia del ciclismo, a quel mondo che aveva fatto innamorare milioni di uomini e donne. Lo abbiamo atteso pensando che la sua malattia fosse solo un errore di percorso e che prima o poi si riprendesse e che anche lui, come Rafael Geminiani, l’amico delle battute di caccia nel continente africano, ce l’avrebbe fatta, che non sarebbe bastata una zanzara per fermare quel treno in corsa. Lo abbiamo seguito fino all’ultimo, sperando nel miracolo, ripetendo col pensiero le sue fughe e le sue impennate, sicuri che la medicina alla fine avrebbe prevalso sulle iniquità di un mondo che spesso perde di vista la pietà. Fausto Coppi ci ha mostrato la forza e il coraggio dell’atleta, ma anche il senso di una umanità che in qualche caso va oltre le ampiezze umane, anche quelle che si pensano dogmatiche e imprescindibili. Con Coppi abbiamo imparato che l’amore è anche sofferenza, che i patti umani possono cambiare, che non sempre le verità stanno solo da una parte, poi alla fine abbiamo dovuto rassegnarci  e capire che l’umanità ha una sua storia che non è sempre sintonica, non sempre uguale e che tutto può cambiare, modificarsi, facendo saltare il banco. Fausto Coppi ha colorato di giubilo la vita delle persone normali, quelle che leggono il giornale e ascoltano la radio con la voglia di riconoscersi e di divertirsi, di ascoltare e di immedesimarsi. E’ stato un campionissimo, un ciclista nato per vincere, l’uomo della storia, capace di rimettere in piedi l’entusiasmo di un paese bisognoso di cure e di affetto. Oggi lo ricordiamo com’era, elegante, sorridente, pieno di verve e di stile dentro la corsa e fuori, un mito antico, ma ancora molto moderno, capace di scatenare la sontuosa bellezza di un ricordo legato a uno sport, il ciclismo, che amiamo sempre con una grandissima passione, senza dimenticare mai chi l’ha fatto grande con la sua volontà, il suo impegno, la sua forza, la sua voglia di esprimere con grande ampiezza quei doni di cui madre natura lo ha dotato.

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